Umbria

Referendum in Umbria, l’analisi di Segatori: «Centrosinistra attenzione a festeggiare, se si votasse domani si rischia»

di Maurizio Troccoli

L’Umbria che torna a votare e mostra segnali di partecipazione è un dato rilevante. Ma accanto a questo emerge un quadro politico ancora in movimento, lontano dagli equilibri consolidati del passato e attraversato da segnali anche contraddittori. È questa, in sintesi, la lettura del risultato referendario proposta da Roberto Segatori, già professore ordinario di Sociologia dei fenomeni politici dell’università di Perugia, che individua nel ritorno alle urne «un aspetto molto positivo», «con una presenza significativa soprattutto dei più giovani», pur in assenza, al momento, di dati di dettaglio.

Ma il punto politico, secondo il sociologo, è un altro. «Se si votasse domani – osserva – il centrosinistra dovrebbe stare attento. C’è ancora tempo per consolidare il consenso, ma molto dipenderà dai risultati concreti dell’azione di governo».  Insomma Segatori mette in guardia rispetto ai toni particolarmente euforici, ancorché comprensibili, delle ore immediatamente successive al risultato delle urne e spiega come il risultato referendario esprima un messaggio politico anche per la giunta regionale umbra. In particolare su temi come la pressione fiscale, a partire dall’Irpef, e la sanità. In alcune aree della regione, secondo la sua analisi, una parte dell’elettorato avrebbe espresso una forma di insoddisfazione verso le politiche degli ultimi mesi.

Professore, qual è il significato del voto referendario in Umbria?
«L’elemento più evidente è positivo: la gente si è svegliata, è tornata a votare in massa e soprattutto si è vista una partecipazione importante dei giovani. Questo è un segnale incoraggiante, anche se non abbiamo ancora un dato preciso sulla loro incidenza. Venivamo da una fase di progressivo calo della partecipazione e questa inversione, pur parziale, è significativa».

Entrando nel merito del voto, cosa emerge a livello territoriale?
«Si osserva una differenziazione netta. Nelle città più grandi, come Perugia, Terni e Foligno, ha prevalso il “no”. Nei centri di dimensioni medie, come Todi, Città di Castello, Spoleto e Assisi, si è invece affermato maggiormente il “sì”. È una geografia del voto che richiama, almeno in parte, la distinzione tra aree urbane e contesti più piccoli, ma che va letta con attenzione e senza automatismi».

Perché questa differenza?
«Le ragioni non sono univoche. In alcune realtà ha inciso anche il peso di figure locali e delle amministrazioni: a Todi, ad esempio, è evidente che la posizione del sindaco e della giunta abbia orientato una parte dell’elettorato. In altri centri, invece, il voto sembra assumere un significato più politico e meno legato alle dinamiche locali immediate».

In che senso?
«Se a livello nazionale è legittimo leggere il voto anche come una critica alle politiche del governo guidato da Giorgia Meloni, in Umbria, in alcune aree, si può intravedere anche un segnale rivolto alle amministrazioni locali e alla stessa giunta regionale. Penso in particolare a territori come la Media Valle del Tevere o alcune zone della Valnerina, dove il voto può essere interpretato come espressione di un disagio legato a questioni concrete».

Quali questioni?
«In primo luogo la pressione fiscale, a partire dall’Irpef regionale, e poi la sanità. Sono temi molto sentiti, che incidono direttamente sulla vita delle persone. In questo senso il voto referendario può aver funzionato anche come valvola di sfogo per esprimere un giudizio sull’azione amministrativa recente».

Quindi il dato umbro va letto anche in chiave politica?
«Sì, ma con cautela. L’Umbria sta ancora attraversando una fase di stabilizzazione politica. Un tempo era una regione con un orientamento molto definito e stabile, oggi è diventata pluralistica. Ci sono aree con orientamenti diversi, e questo rende più complessa qualsiasi lettura univoca».

A livello nazionale, quali sono stati i fattori che hanno inciso sul voto?
«Direi due elementi principali. Il primo riguarda il merito: quando si toccano temi sensibili, gli elettori tendono a difendere l’impianto costituzionale. Il secondo riguarda il metodo: la riforma è stata percepita come poco partecipata, costruita senza un confronto ampio. Se pensiamo alla Costituzione del 1947-48, fu il risultato di un lavoro condiviso tra forze politiche molto diverse. Qui questa dimensione è mancata».

Quindi è più una questione di metodo che di contenuto?
«In larga parte sì. La Costituzione può essere modificata, è previsto, ma gli italiani chiedono che questo avvenga attraverso un processo condiviso. Le forzature, soprattutto su temi istituzionali, vengono respinte. È una costante che si è vista anche in altre consultazioni».

E in Umbria come si inseriscono questi elementi nazionali?
«Si intrecciano con fattori locali. Oltre agli aspetti politici generali, possono aver inciso anche situazioni specifiche: vicende che hanno coinvolto figure pubbliche, tensioni locali, campagne più o meno incisive. In alcuni casi può essersi creato un clima favorevole a una certa opzione di voto».

L’affluenza in Umbria è stata tra le più alte, ma il “no” è tra i più bassi. Come si spiega questa polarità?
«È un dato interessante e in parte contraddittorio. In altre regioni un’alta affluenza ha ampliato il divario, mentre in Umbria questo non è avvenuto. Questo conferma che siamo in una fase di transizione: il rapporto tra cittadini e politica è ancora in ridefinizione e non esiste più un comportamento elettorale omogeneo».

Guardando alle prossime elezioni politiche, cosa indicano questi dati?
«Indicano che nulla è consolidato. Chi governa ha ancora tempo per rafforzare il consenso, ma deve produrre risultati concreti. Allo stesso tempo, le opposizioni non possono considerare questo voto come automaticamente favorevole. È un elettorato più mobile, meno prevedibile».

Quanto pesa oggi il linguaggio della politica?
«Pesa molto, e spesso è un problema. Rimane distante dalle persone. Anche in questa occasione si è parlato impropriamente di giustizia, mentre i nodi reali sono altri: la durata dei processi, il sovraffollamento delle carceri, la carenza di strumenti alternativi. C’è uno scarto tra il dibattito politico e le percezioni dei cittadini».

Un focus su Terni: cosa racconta il voto in quella città?
«Terni è un caso emblematico di disorientamento politico. Ci sono movimenti interni agli schieramenti, tentativi di riposizionamento, dinamiche ancora non stabilizzate. Anche nel mondo economico e cooperativo si registrano spostamenti. È una realtà in cui si stanno ridefinendo gli equilibri».

Infine, che ruolo hanno avuto i protagonisti della campagna referendaria in Umbria?
«Ci sono stati approcci molto diversi. Da un lato interventi più misurati, basati su argomentazioni, dall’altro toni più aggressivi, soprattutto sul tema della magistratura. In alcuni casi questi toni possono aver prodotto un effetto controproducente, spingendo una parte dell’elettorato a reagire in senso opposto. Anche questo ha contribuito al risultato finale»

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