Lazio

Referendum e nomine, il nervosismo dei manager di Stato pronti a posizionarsi per tenersi la poltrona – Il Tempo


Foto: Il Tempo

Luigi Bisignani

A poco più di trenta ore dal Sì o dal No, c’è una categoria insonne: gli “imperatori delegati” delle aziende pubbliche. Non per senso civico, beninteso, ma perché il vento potrebbe cambiare direzione e, con esso, le loro poltrone. Ciò che non cambia è il solito circo Barnum: centoventi figuranti, pochi domatori e una folla di equilibristi. Per capire il mood, conviene partire da Siena con i cavalli che si scalciano tra i canapi. Il Palio si corre due volte, a luglio e ad agosto; quest’anno, invece, le corse sembrano tre. Il primo, fuori calendario, è fissato per il 15 aprile, sotto forma di assemblea degli azionisti di Mps. Tra Lupa e Giraffa si è infilata una nuova contrada: il Grillo. Per il Grillo corre un fantino d’eccezione, una sorta di Aceto aggiornato della tecnocrazia italiana: Vittorio Grilli. Non uno qualsiasi: ha attraversato tutti i nodi del potere senza mai restarne impigliato – Tesoro, Goldman Sachs, JPMorgan – fino a diventare ministro dell’Economia. Sempre dove si decide, raramente dove si subisce. Ultimamente, non senza qualche brivido evocato dall’inchiesta milanese sulla scalata Mps a Mediobanca. Grilli, approdato alla presidenza come figura di raccordo, espressione di una lista che lo ha portato in sella, interpreta il ruolo con la malizia di un fantino esperto: una volta a cavallo non si limita a restare in corsa, la orienta. Perché in Mediobanca non governi solo Piazzetta Cuccia: influenzi Generali, uno dei veri centri di gravità del capitalismo italiano. Prima la partita, tutt’altro che simbolica, sullo stipendio. Poi il lavoro: favorire – a sentire i maligni rumors milanesi – la formazione di una lista alternativa a quella che lo aveva insediato, sull’asse Caltagirone-Milleri, che ha avuto il merito di disarcionare il cavaliere londinese, “Lord Alexander Nagel”. Non è un caso che, a poche ore dalla scadenza, sia comparsa anche la lista di Plt Holding, espressione della famiglia Tortora, con la conferma di Lovaglio e il ritorno dell’arzillo Bisoni alla presidenza: una sortita last minute che, nei corridoi milanesi, viene letta come tutt’altro che spontanea e più come il riflesso di equilibri che si stanno ridefinendo lontano dai riflettori e soprattutto da Roma.

Grilli – sempre secondo lo stesso brusio di fondo – avrebbe interesse a creare smottamenti, testare i rapporti di forza. Così come, nel recente passato, è stato accostato ad altri scenari scivolosi: dalla partita della rete Tim – con lo schema KKR e la galassia FiberCop – costruita in asse con il suo referente istituzionale pro tempore, il capo di gabinetto di Palazzo Chigi, Gaetano Caputi – sveglio come il topolino di Disney – già regista, in una prima fase, dell’affaire Mps. Gli stessi snodi, gli stessi registi. Il presidente di Mediobanca si è addestrato anche sulle fratture: dopo un divorzio professionale faticosissimo, Grilli è tornato più leggero, più mobile, più efficace. Ha affinato l’arte del lezzo, quella capacità tutta italiana di fiutare il potere prima che prenda forma, benedicendo candidati eterodiretti, funzionali al proprio posizionamento. Un paradigma che ha fatto scuola. E alcuni ad delle aziende a partecipazione statale lo hanno interiorizzato. Come gli elefanti della savana, annusano il cambiamento prima che arrivi davvero; non aspettano il risultato: percepiscono le vibrazioni. E il referendum, in sé, conta poco: ciò che conta è capire dove si sposterà il branco. Pensare che gli ad delle partecipate siano ancora semplici top manager è illusorio. Alcuni sono diventati imperatori delegati: governano aziende come feudi, costruiscono corti, selezionano fedeltà e neutralizzano i disturbatori. Il passaggio è stato silenzioso e ormai irreversibile. Si presentano come custodi dell’efficienza e finiscono per incarnare l’autosufficienza. Parlano il lessico della responsabilità, praticano quello dell’irresponsabilità elegante. Formalmente rispondono a qualcuno, sostanzialmente a nessuno. Tranne quando le designazioni diventano inevitabili: allora il riferimento diventa il mercato. Lo Stato azionista diventa un parente ingombrante, da tollerare e aggirare. Coltivano relazioni come giardini zen: selettive, minimaliste e funzionali. Più che strategie industriali, costruiscono equilibri. Non decidono: consolidano. Un piede nel pubblico, l’altro nella finanza globale. Invocano l’interesse nazionale, ma ragionano in termini di dividendi.

Poi arriva il momento decisivo: le nomine. Ed è lì che vagano per (ri)trovare il talamo giusto. Gli imperatori delegati – fortunatamente non tutti – vivono per quel momento: essere scelti o confermati. Tutto il resto è gestione ordinaria del potere. Ed è qui che il referendum entra in scena. Non interessa per ciò che decide, ma per ciò che suggerisce. Agli imperatori delegati non importa il risultato, ma il loro riposizionamento. Per le nomine di aprile, l’assetto resterà comunque stabile, indipendentemente dall’esito del voto. Ma lo scenario del 2027 può cambiare, e di molto. Una vittoria robusta del No potrebbe eccitare il fronte anti-governo, così come un Sì tiepido aprirebbe spazi di manovra. I big five della savana – Eni, Enel, Leonardo, Terna, Enav – insieme a Poste Italiane, in scadenza ravvicinata, si muovono da dominanti: osservano, fiutano l’aria, ma restano sostanzialmente tranquilli. Anche perché qualche uscita è già scritta: i presidenti di Eni e Leonardo – il generale Giuseppe Zafarana e l’ambasciatore Stefano Pontecorvo – si fanno da parte per scelta. A conferma che, più che di rivoluzioni, si tratterà di aggiustamenti, magari con un solo colpo di scena tra gli ad più blasonati. Molto più nervosi quelli della tornata successiva – Snam, Italgas, Rai, tra le altre – dove il terreno è meno stabile e il vento può cambiare direzione. Attorno, lo zoo istituzionale osserva e calibra. Il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari è una lince che tutto vede, sente e sa; il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, resta immobile come un bradipo, ma non cade mai. La Ragioneria generale dello Stato, guidata da Daria Perrotta, scatta come un ghepardo: rapidissima quando decide di intervenire. E poi c’è il direttore generale del Tesoro, Francesco Soro: un airone silenzioso che avanza con metodo e, passo dopo passo, arriva esattamente dove vuole. Gli imperatori lo sanno. E proprio per questo non dormono. Non certo per il referendum. Ma per ciò che viene dopo.


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