Razzi su Israele, Houthi in guerra. Usa pronti al blitz di terra in Iran
L’Iran attacca una base americana in Arabia Saudita e i ribelli Houthi, sostenuti da Teheran, entrano nella guerra in Medioriente rivendicando il primo attacco missilistico contro Israele dall’inizio dell’Operazione Epic Fury il 28 febbraio. Dopo le rassicurazioni del segretario di Stato Usa Marco Rubio, secondo cui il conflitto durerà ancora “un paio di settimane, non mesi”, il vicepresidente JD Vance ammette che continuerà “ancora un po’ con l’obiettivo di neutralizzare il Paese per un periodo molto, molto lungo”. “Abbiamo centrato la maggior parte dei nostri obiettivi militari in Iran, si potrebbe perfino dire che gli obiettivi della guerra sono stati raggiunti”, dice, prima che giunga la notizia dell’eliminazione in un raid su Borujerd, sud-ovest di Teheran, di Ali Fouladvand, scienziato iraniano responsabile del programma nucleare iraniano e sopravvissuto già a un tacco l’anno scorso.
Intanto, la Repubblica islamica prende di mira la base Prince Sultan in Arabia Saudita con missili e droni ferendo diversi militari e danneggiando un aereo radar E-3, fondamentale perché fornisce ai comandanti un quadro in tempo reale dello scenario bellico. Sono circa una ventina i soldati feriti con trauma cranici, di cui almeno due gravemente, ma il numero potrebbe aumentare. E la difesa di Riad afferma di aver intercettato altri missili e droni diretti verso la capitale, segnale di un fronte che si allarga.
Gli Houthi, invece, fanno sapere di aver condotto la “prima operazione militare” a sostegno dell’Iran, dopo che l’esercito israeliano ha rilevato un missile proveniente dallo Yemen. La Cnn spiega che, dopo il primo raid rivendicato dal movimento, hanno lanciato un secondo missile verso lo Stato ebraico: entrambi sono stati intercettati e non si sono registrati feriti né danni. Intanto, se il presidente Donald Trump darà il via libera, gli Usa potrebbero presto avere oltre 17.000 soldati di terra alle porte dell’Iran: non abbastanza per un’invasione su larga scala (Washington nel marzo 2003 schierò 150.000 soldati per l’Iraq), come scrive il Wall Street Journal, ma un numero sufficiente per conquistare territori strategici, mettere in sicurezza le scorte di uranio di Teheran o occupare una delle isole del regime.
Il Pentagono sta infatti valutando l’invio di altri 10.000 soldati in Medioriente, che si aggiungerebbero ai circa 5.000 Marine e ai 2.000 paracadutisti dell’82ma Divisione Aviotrasportata già destinati alla regione. Le truppe aggiuntive includerebbero probabilmente unità di fanteria, veicoli corazzati e supporto logistico. Il tycoon non ha ordinato il dispiegamento di truppe di terra preferendo per il momento la via diplomatica, e continuando a fare pressione sulla Repubblica islamica affinché accetti una serie di condizioni tra cui la cessione delle proprie scorte di uranio arricchito, lo smantellamento dei principali impianti nucleari e la riapertura dello Stretto di Hormuz.
Gli sforzi negoziali per porre fine alla guerra si sono intensificati: funzionari di Turchia, Pakistan, Egitto e Arabia Saudita hanno in programma di incontrarsi a Islamabad oggi e domani per “discussioni approfondite”, e il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha accolto con favore tali sforzi di mediazione. Anche l’inviato Usa Steve Witkoff dice di pensare “che ci saranno incontri questa settimana. Siamo fiduciosi”.
Ieri, intanto, tre giornalisti libanesi, tra cui un noto reporter della rete Al Manar di Hezbollah, sono stati uccisi da un raid israeliano sulla loro auto nel sud del Paese.
Le autorità libanesi definiscono l’attacco un “crimine di guerra”, mentre l’Idf conferma la morte di Ali Shoeib, accusandolo di aver “operato all’interno dell’organizzazione terroristica Hezbollah sotto le spoglie di giornalista”.
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