Umbria

Rapporto Censis, la carriera non è più un’ossessione. Meglio puntare su qualità della vita

di Maurizio Troccoli

Un tempo ci si chiedeva: che lavoro fare da grande. Qualcuno inizia a chiedersi: che vita voglio fare da grande? E questo, oltre a rappresentare un cambio di paradigma, interessante per molti aspetti della vita di ognuno, si traduce in una immediata risposta dei tempi che viviamo. E’ più di qualche anno che giovani e meno giovani fanno i conti con cambiamenti rapidi che mettono di fronte scenari nei quali, cambiare lavoro durante l’arco della vita, diventa una certezza. Contraria alle certezze di generazioni passate che puntavano al posto fisso, alla stabilità, ai diritti. In queste prospettive di incertezze e di predisposizioni ai cambiamenti radicali delle proprie esistenze, puntare a una buona qualità di vita, in extremis a prescindere dal tipo di impiego, può essere considerata come una via di fuga meno ansiosa, rispetto alla realtà prospettata.

La fotografia scattata dal Censis, in collaborazione con Eudaimon e rilanciata dal Sole 24 Ore, è netta: il lavoro non è più “totalizzante”. Il 55,1% dei dipendenti italiani dichiara che la carriera non è una priorità di vita, contro il 33,8% che la considera tale. Il 44,7% vive il lavoro più come un obbligo che come una passione. Il 78,9% non si sente abbastanza riconosciuto e valorizzato, il 57,7% giudica la retribuzione non adeguata alla quantità e qualità del lavoro svolto, il 55,4% afferma che il proprio stipendio non consente di accantonare risparmi per spese importanti. Più della metà, il 52,4%, ritiene che con il lavoro non si possa diventare benestanti.

Gli effetti si riflettono sul benessere psicologico. Il 68,3% degli occupati dichiara di provare stanchezza psichica, fisica ed emotiva legata al lavoro; il 40,8% afferma di aver sperimentato almeno una volta una forma di ergofobia, cioè paura o ansia intensa legata all’ambiente lavorativo; il 21,7% dice di soffrire della cosiddetta sindrome dell’impostore. In questo contesto l’88,2% rivendica il diritto al tempo per sé e il 71,3% ritiene che esistano le condizioni per ridurre l’orario, ad esempio con la settimana corta.

Che cosa dice tutto questo all’Umbria? I dati strutturali aiutano a contestualizzare. Secondo Istat, il tasso di occupazione regionale nel 2024 si colloca in linea con la media nazionale, ma la dimensione delle imprese resta fortemente sbilanciata verso le micro realtà: oltre il 90% delle aziende umbre ha meno di dieci addetti. Questo significa che il welfare aziendale strutturato – assicurazioni sanitarie integrative, servizi per la famiglia, flexible benefit – è più difficile da implementare rispetto ai contesti con maggiore presenza di medie e grandi imprese.

Sul versante retributivo, le elaborazioni su dati Inps e Istat mostrano che i redditi medi da lavoro dipendente in Umbria restano inferiori rispetto a quelli delle regioni del Nord. Se il 57,7% degli italiani giudica non adeguato il proprio stipendio, in un territorio dove i margini salariali sono tradizionalmente più contenuti il tema del potere d’acquisto assume un peso ancora maggiore, soprattutto in una fase di inflazione cumulata che negli ultimi anni ha inciso sui consumi delle famiglie.

C’è poi un elemento che riguarda la composizione della forza lavoro. L’Umbria presenta uno dei più alti indici di vecchiaia del Paese. Una quota più elevata di lavoratori over 50 può incidere sulle priorità individuali: stabilità, conciliazione vita-lavoro e tutela della salute possono risultare più centrali rispetto alla corsa alla carriera. In questo senso, la domanda di tempo e benessere descritta dal Censis può trovare in regione un terreno coerente con la struttura demografica. Questo quadro ovviamente va letto anche alla luce di un contesto, quello regionale, che esprime comunque livelli di qualità di vita significativi rispetto ad altre parti del paese. Spazi verdi, abitazioni adeguate, un livello di civiltà generalmente percepita come soddisfacente nel comportamento della popolazione, distanze ridotte per l’accesso a servizi, attenzione delle amministrazioni pubbliche ai temi sociali e ai diritti civili, rappresentano uno dei motivi che continuano a fare dell’Umbria un territorio attrattivo per la qualità della vita.

Il rapporto segnala che l’83,6% dei dipendenti si aspetta un impegno dell’azienda sul benessere complessivo e che il 71,3% sceglierebbe un nuovo posto anche in base al welfare offerto. In Umbria questo aspetto incrocia un tema concreto: la capacità di attrarre e trattenere professionalità qualificate in un contesto competitivo con regioni limitrofe più forti dal punto di vista industriale e salariale. Dove la leva retributiva è limitata, strumenti di welfare e flessibilità organizzativa possono diventare fattori distintivi.

Il quadro che emerge, dunque, non consente di affermare che l’Umbria sia più o meno coinvolta rispetto al resto d’Italia nella trasformazione del rapporto con il lavoro. Ma i dati strutturali regionali – dimensione d’impresa, livelli retributivi, composizione anagrafica – suggeriscono che la ridefinizione delle priorità descritta dal Censis non è un fenomeno astratto. Anche in una regione piccola, con un tessuto produttivo diffuso e frammentato, la richiesta di tempo, riconoscimento e qualità della vita si confronta con margini economici stretti e con strumenti di welfare non sempre strutturati. Ed è su questo equilibrio, più che sulla retorica della carriera, che si gioca oggi una parte significativa del futuro del lavoro anche nella nostra regione.

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