Piemonte

Rana di Lessona, i furti genetici e un pittore-zoologo torinese


Confesso che le rane verdi mi affascinano da sempre. Ogni estate mi ritrovo spesso ad aggirarmi tra stagni e fossi con il blocco degli appunti in mano e un sorriso beato in faccia. Lo so, potrebbe sembrare una fissazione. C’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire, anche in una storia che si conosce bene.

Un naturalista fuori dal comune

Era il 1882 quando un giovane zoologo torinese di nome Lorenzo Camerano si trovò tra le mani alcuni esemplari di rana verde raccolti nei dintorni di Moncalieri. Camerano era cresciuto a Torino assorbendo cultura da ogni direzione: prima si era formato all’Accademia Albertina di Belle Arti, dove aveva sviluppato quell’occhio sensibile per la forma e il dettaglio che avrebbe poi trasportato, con straordinaria efficacia, nella ricerca naturalistica. Poi era diventato allievo – e in seguito genero – di Michele Lessona, una delle figure scientifiche più importanti della Torino di fine Ottocento: zoologo, naturalista, politico, divulgatore instancabile, traduttore italiano di Darwin, direttore del Museo di Zoologia che oggi è confluito nel Museo Regionale di Scienze Naturali.

Camerano aveva ereditato da Lessona quella capacità tutta ottocentesca di guardare la natura con precisione quasi ossessiva. E c’era, ovviamente, anche il legame di famiglia: Camerano aveva sposato una figlia di Lessona, e quel rapporto affettivo si intrecciava in modo indissolubile con quello intellettuale. Quel che è certo è che la dedica era sentita: nacque così Rana lessonae, la rana di Lessona. Un gesto di affetto, come si usa tra naturalisti, ma anche scientificamente fondato: quella rana aveva caratteristiche sue proprie, distinguibili, documentabili.

Una rana piccola ma non banale

Stiamo parlando di una rana verde di taglia contenuta – le femmine raramente superano i 7-8 centimetri, i maschi si fermano a 5-6 – con il dorso di un verde che va dal giallognolo al brunastro, spesso attraversato da una linea chiara lungo la schiena. I maschi in primavera si fanno riconoscere dai sacchi vocali bianchi che si gonfiano durante i concerti notturni; un dettaglio interessante, che Camerano descrisse con la sua consueta meticolosità, è che le aperture di questi sacchi sono interne. Insieme alle zampe posteriori relativamente corte rispetto al corpo, sono tutti elementi utili per un primo riconoscimento sul campo. In realtà nella rubrica Sherlock Holmes degli anfibi abbiamo già parlato un po’ delle rane verdi.  

Ma c’è un dettaglio che io chiamo il “vero biglietto da visita” di Pelophylax lessonae: il tubercolo metatarsale. Immaginate un piccolo rilievo duro, dalla forma a mezzaluna, sulla pianta del piede posteriore. Nella rana di Lessona è sviluppato, robusto, con orlo quasi tagliente. Per chi lavora sul campo è un prezioso particolare: insieme ad altre caratteristiche, permette di distinguere P. lessonae dall’ibrido P. kl. esculentus e da P. ridibundus, le altre due protagoniste di questo intricato sistema (se trascuriamo la pletora di rane verdi alloctone che sono comparse in Italia). In P. lessonae il tubercolo è alto, compresso lateralmente, semicircolare; in P. kl. esculentus è asimmetrico; in P. ridibundus è più schiacciato. Anche le dimensioni contano: in P. lessonae arriva spesso a metà della lunghezza del dito su cui si trova.

Ladra di DNA

Ma veniamo alla storia più intricata, quella che ha sempre il potere di spiazzare anche chi conosce già l’argomento. Pelophylax lessonae non vive da sola. È coinvolta in una relazione riproduttiva con P. kl. esculentus, la cosiddetta rana commestibile, che in realtà è un ibrido naturale nato dall’incrocio tra lessonae stessa e un’altra specie, P. ridibundus. Fin qui niente di straordinario. Ma P. kl. esculentus non si comporta come ci aspetteremmo da un ibrido.

In biologia, quando ci si trova di fronte a un organismo che per riprodursi deve necessariamente fare affidamento sul materiale genetico di un’altra specie – senza parassitarne le risorse nutritive, ma sfruttandone il contributo riproduttivo – si parla di “klepton” (è questo che significa la particella abbreviata “kl.”), dal greco “ladro“. È un termine che cattura benissimo la stranezza della situazione. Pelophylax kl. esculentus elimina il genoma ereditato da P. lessonae durante la produzione dei gameti, e li produce portando solo il genoma di P. ridibundus. Per generare nuovi ibridi deve quindi accoppiarsi con lessonae, che fornisce il pezzo mancante. In pratica: P. kl. esculentus ruba il contributo genetico di lessonae ad ogni generazione. Ed è per questo che il sistema nel suo insieme viene chiamato “synklepton” (da “syn” = “insieme”): P. lessonae, P. ridibundus e P. esculentus formano un complesso inscindibile, dove la sopravvivenza dell’uno dipende dalla presenza degli altri.

Paradossalmente, questo sistema non è per forza svantaggioso per lessonae. La presenza dell’ibrido può ridurre la competizione tra maschi di P. lessonae, e P. esculentus funge in qualche modo da serbatoio di variabilità genetica. È una di quelle situazioni che la natura sembra inventare apposta per mettere in crisi le nostre categorie: chi sfrutta chi? Chi è il parassita e chi l’ospite? In realtà sono tutti e tre coinvolti in un equilibrio delicato, frutto di milioni di anni di co-evoluzione.

Una tradizione e una minaccia

Per secoli, le rane verdi del Piemonte (in particolare delle province di Vercelli, Novara e Biella, oltre che della Lomellina in Lombardia) hanno avuto un ruolo preciso anche nella cultura locale. I “rané” – così si chiamavano i raccoglitori-cacciatori-pescatori – uscivano di notte con retini e fiaccole per catturarle nei fossi e nelle risaie. Ne nasceva una cucina schietta e gustosa: rane fritte, frittate, il mitico “riso e rane”. Oggi tutto questo appartiene quasi solo alla memoria. I metodi di coltivazione intensiva del riso, con i periodi di asciutta delle risaie che decimano i girini, hanno contribuito a ridurre drasticamente le popolazioni.

Insieme alla perdita degli habitat umidi – fossi, stagni, golene – e all’avanzata di nemici come il fungo Batrachochytrium dendrobatidis e specie invasive e alloctone come il gambero della Louisiana (Procambarus clarkii) o la rana aliena Pelophylax kurtmuelleri (di cui parleremo in una prossima puntata dello Sherlock), il quadro è quello di una specie che – nonostante la sua relativa tranquillità a scala globale, in quanto la lista rossa IUCN la classifica come “Least Concern” – è in difficoltà concreta nei nostri territori.

Lorenzo Camerano, con il suo occhio da pittore e la sua mente da naturalista, aveva riconosciuto in questa piccola rana qualcosa di speciale.. Tocca a noi fare in modo che la rana di Lessona ci sia ancora domani, a cantare nelle paludi piemontesi – e a tenerci svegli a fare domande.

 

* Franco Andreone è Conservatore di Zoologia al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, membro del gruppo di coordinamento dell’IUCN/SSC Amphibian Specialist Group, Co-Editor di FrogLog e Co-Chair di IUCN/SSC Italia.


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