Raid sull’Iran obbligati. Ma Israele e Stati Uniti hanno priorità diverse
“La guerra contro l’Iran era nei nostri piani, ma prima dovevamo distruggere la potenza di Hezbollah”. A parlare in esclusiva a Il Giornale è Nitzan Alon, una delle menti dietro la strategia israeliana, da trent’anni ai vertici dell’intelligence, avendo ricoperto le più alte e diretto le missioni più delicate, non ultima quella di capo dell’unità speciale incaricata del ritrovamento degli ostaggi.
La guerra in Iran è parte di una strategia israeliana definita molto tempo prima?
“Sì, ma questa strategia deve essere ben compresa. Per decenni Israele ha cercato di impedire all’Iran di ottenere capacità nucleari, ha condotto operazioni segrete per anni, nel cyberspazio e con piccole operazioni clandestine. Ma nonostante questi sforzi l’Iran è andato avanti e nel 2015 Obama ha negoziato con loro per il nucleare. Da lì sono emersi aspetti positivi il fatto che l’Iran avesse rallentato la corsa al programma e negativi. L’accordo ha infatti permesso loro di sviluppare nuove capacità, sia in termini di competenze che di ricerca, come visto con l’IR6, il modello più efficiente di centrifughe per l’arricchimento dell’uranio. E ora siamo arrivati a un livello di arricchimento tale da permettere la costruzione di diverse bombe nucleari in poche settimane”.
C’è anche il foraggiamento dei proxy.
“Ed è l’altro lato negativo dell’accordo: l’assenza di limiti al programma missilistico balistico. Sono stati effettuati ingenti investimenti per rafforzare le Guardie Rivoluzionarie, Hamas ed Hezbollah; miliardi di dollari immessi nell’industria militare per accelerare quel programma. Siamo arrivati a un punto in cui il problema per Israele era diventato troppo grande: lo hanno chiamato il piano per distruggere Israele, Khamenei lo ha definito così, riprendendo la visione del suo predecessore”.
Prima però vi siete concentrati su Hezbollah con la consapevolezza che il passo successivo fosse l’Iran?
“Sì, dalla prospettiva israeliana era importante distruggere prima Hezbollah e poi entrare in Iran. Dopo il 7 ottobre abbiamo capito come eliminare Hezbollah: con l’uccisione di Nasrallah e negli attacchi del 2024, dove abbiamo distrutto almeno l’80% della loro capacità, cosa che ci ha permesso di agire contro l’Iran con meno sforzi rispetto a un fronte aperto e forte in Libano”.
Cosa ha reso l’asse Usa-Israele efficace nel conflitto da un punto di vista tattico?
“L’obiettivo che abbiamo raggiunto è stato riservare loro diverse sorprese nelle prime 24/48 ore: non sapevano il giorno e l’ora esatti in cui avremmo colpito e, con gli USA, volevamo colpire il maggior numero di leader politici e guardie militari. Dopo abbiamo attaccato le principali basi di lancio dei missili, neutralizzandole. Ne hanno in tutto l’Iran, ma grazie all’intelligence le avevamo sotto controllo quasi tutte. Quindi, invece di poter lanciare centinaia di missili, ora ne possono lanciare meno di dieci al giorno. Ma in un’ottica di strategia militare efficace devi impedire al nemico di difendersi dal punto di vista aereo. I nostri jet da guerra possono ora volare senza essere intercettati dai loro sistemi di difesa”.
Prossimo step?
“Serve lavorare sull’industria militare, impedendo che ricostruiscano la capacità bellica: attacchi alle aziende che producono i missili, agli hub che contengono i materiali necessari e ai macchinari per costruire i componenti”.
Per questo Israele ha chiesto altre settimane? E gli obiettivi dell’America sono gli stessi?
“Sì. Questo è uno degli obiettivi per cui la guerra sta continuando. Il secondo è far sì che la popolazione reagisca contro il regime. Gli Usa sono più focalizzati sul nucleare, noi sulla capacità dei missili. Siamo allineati sulla parte tattica dell’operazione e sull’obiettivo, c’è un’ottima coordinazione tra l’IDF e il Comando Centrale USA ma non penso che le priorità siano le stesse. In Israele c’è il supporto interno, per noi è essenziale per la sicurezza, negli USA non si può dire lo stesso e c’è anche chi è influenzato dall’opinione pubblica o teme una crisi energetica e il rialzo dei prezzi”.
Quanto può influire la chiusura dello Stretto di Hormuz sulla pressione esercitata sugli USA?
“Hanno perso la capacità militare, quindi stanno provando a mettere pressione su Israele e soprattutto sugli USA attraverso i paesi del Golfo che bombardano affinché questi premano sugli USA per far finire la guerra.
Ma c’è anche un doppio aspetto, perché i paesi del Golfo hanno capito la pericolosità dell’Iran. Ata tentando di danneggiare il mercato energetico, e l’effetto sul prezzo del petrolio è sotto gli occhi di tutti. Trump, infatti, ha provato a parlare di negoziati per calmare le acque”.
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