Qui non ci sono differenze, contano competenza e professionalità
Mezza toscana e mezza friulana la prima (il padre è di Pasian di Prato), tutta abruzzese la seconda. Sono Ottavia Mossenta, maggiore e comandante della storica Compagnia dei carabinieri di via Hermet, e l’appuntato Laura Corneli, del Nucleo Radiomobile della Compagnia di Aurisina. Le abbiamo intervistate in occasione della Giornata internazionale della Donna, che in tutto il mondo occidentale si celebra domani 8 marzo. Tra l’accademia militare di Modena e scuole allievi a Torino, vi raccontiamo il percorso di due donne all’interno dei carabinieri. Per comodità di lettura, aggiungiamo una M all’inizio della risposta di Mossenta e una C per la risposta di Corneli.
Quante donne ci sono nell’Arma?
M: Il dato nazionale parla di 11 mila donne su circa 110 mila carabinieri, quindi siamo sul 10 per cento.
La situazione nel corso degli anni è cambiata?
M: Sì, perché comunque ormai sono 25 anni che le donne sono potute entrare nelle forze armate. I primi anni i numeri erano ridotti, oggi invece possiamo dire che siamo presenti in tutti i ruoli, in tutti i gradi e in tutti i reparti. Parliamo sia sul territorio nazionale che all’estero. Noi facciamo parte dell’organizzazione territoriale, ma ci sono donne anche nell’amministrativa, nella mobile e anche nei reparti speciali. Le donne nell’Arma vengono impiegate anche in servizi di ordine pubblico, nel Tuscania, nel Nas, nel Nil, insomma, non c’è alcuna preclusione.
Qual è stato il percorso per arrivare nei carabinieri?
C: Io ho sempre avuto il desiderio e il sogno di poter indossare questa divisa. Nessuno in famiglia l’aveva indossata, ma quando ho compiuto 18 anni ho deciso di intraprendere la carriera nell’Arma. Quando presi tale decisione c’era ancora il passaggio dall’Esercito ai carabinieri: nel 2009 ho dovuto quindi arruolarmi come Vfp1 (volontario in ferma prefissata di un anno), per poi, dopo anni in cui accumulavi punteggio per entrare nelle graduatorie, transitare nell’Arma. Nel 2014 sono entrata effettiva e da lì ho frequentato il percorso di formazione presso la scuola Allievi Carabinieri di Torino. Una volta finiti i nove mesi di formazione, sono stata assegnata alla Legione del Friuli Venezia Giulia, prima nella stazione di Barcola e poi in quella di Aurisina.

Come ci si sente a far parte della compagnia che in Italia arresta il più alto numero di latitanti?
C: È una bella soddisfazione poter far parte di un determinato tipo di reparto, perché andiamo a interfacciarci con casistica e interventi un po’ più particolari. Rapine, codici rossi, inseguimenti. Abbiamo una responsabilità a livello operativo e info-investigativo sul territorio a livello diversa rispetto ad altri reparti, ma essendo compagnia anche a livello territoriale abbiamo un dispiegamento più ampio rispetto a una stazione. In un turno di sei ore possono esserci più interventi e come radiomobilista bisogna essere sempre veloci nel recarsi sul punto dove veniamo chiamati.
Si dice carabiniere o carabiniera?
M: Noi diciamo che il grado è asessuato.
Ma cosa vi piace di più?
M: Noi diciamo che il grado è asessuato perché nel momento in cui noi indossiamo l’uniforme siamo tutti uguali. Non si chiamerebbe uniforme, no? Io mi faccio chiamare il maggiore, ma se ci fossero delle situazioni in cui un cittadino mi chiamasse la maggiore non cambierebbe.
Quando cambiate incarico o andate da altre parti c’è qualcuno che vi chiede come vorreste essere chiamate?
M: No, non c’è. Anche se ci potesse essere una qualsiasi diffidenza iniziale, sia da parte del personale, dei colleghi o da parte del cittadino, poi questo viene superato perché ciò che rimane sono le competenze professionali, a prescindere dall’essere uomo o donna. Se sono un bravo comandante o una brava comandante, lo sono a prescindere. Siamo competenti, professionali e lavoriamo come gli altri. Non è che siccome sono donna vengo formata maggiormente, ad esempio, sul codice rosso, o, ad esempio, solo per il fatto di essere donne siamo maggiormente empatiche o sensibili. Mettiamo in campo tutte le nostre abilità.
In città c’è una donna alla guida della Procura, una donna a capo della questura. È un momento che non si era mai verificato. Aiuta?
M: Magari da parte della cittadinanza il tutto può essere percepito come una novità, ma magari per noi non lo è. Se lei mi fa una domanda “cosa significa essere donna in mezzo a tanti uomini?” le rispondo che a me non cambia nulla. Dopo 25 anni questa è la normalità.

Vi è mai capitato di arrivare sull’intervento e di osservare, da parte della persona che dovevate controllare o fermare, dei segnali di insofferenza solo perché non volevano una donna a trattare la situazione?
C: A livello operativo sì, capita. Ovviamente le casistiche cambiano in quanto dipende anche dal tipo di intervento, dal soggetto che si ha di fronte, dalla situazione su strada e molto altro. Bisogna cercare di trovare un rapporto di comunicazione con l’altra persona. Bisogna sempre riuscire a empatizzare, anche per il fatto che ci sono tantissimi fattori che possono influenzare l’altro, ma alla fine abbiamo sempre chiuso l’intervento.
Il fenomeno della violenza di genere è un fenomeno diffuso. C’è una storia che vi è rimasta più impressa?
M: Non posso scendere nel dettaglio, ma credo che le vicende che mi colpiscono sempre molto sono quelle quando di mezzo ci finiscono i bambini, dei minori, magari anche nell’ambito di famiglie già strutturate. Questo è il caso che mi colpisce sempre. Io sono anche mamma e da quando lo sono diventata sento di avere una sensibilità maggiore nei confronti di queste storie, perché i bambini alla fine sono vittime del reato di violenza assistita. Alla fine ti fai sempre una domanda: perché?
C’è qualcosa che ci si porta a casa di più?
C: Sotto questa divisa siamo anche noi persone, quindi è normale che nei confronti di determinati tipi di interventi, pur rimanendo professionali, non possiamo rimanere sempre distaccati. Non posso dire di non portarmi nulla a casa, è inevitabile. Quello che possiamo fare è cercare di aiutare la persona, dare certezze e sicurezze, essere un porto sicuro. Tranquillizziamo, rassicuriamo: siamo comunque delle persone e quando finisce l’intervento non è che si pensa basta, chiuso. Non è così. La scelta che si fa quando si entra nell’Arma è questa: aiutare.
Esiste non solo la violenza fisica, ma anche quella economica.
M: Quando ci occupiamo di prevenzione andiamo anche nelle scuole. Ho fatto anche degli incontri con i bambini della scuola dell’infanzia, ma arriviamo anche alle scuole superiori. Affrontiamo queste tematiche, di come prevenire certi comportamenti. Parliamo anche del fatto che in alcune culture ci può essere un po’ di resistenza per la donna nel trovare una propria indipendenza economica, e quindi ricevere quei campanelli d’allarme che potrebbero indicare un possibile reato.
Attraverso cosa passa il miglioramento della condizione femminile nella società e cosa può fare l’Arma per questo?
M: La prevenzione, formando gli studenti o i bambini più piccoli. Bisogna spiegare ciò che non si deve fare nei confronti dei coetanei e quello che invece è giusto fare. Spieghiamo l’importanza del segnalare ai propri genitori o insegnanti delle situazioni negative, e avere fiducia nell’operato delle forze dell’ordine. Credo che noi come carabinieri possiamo mettere tanto del nostro. Andiamo nelle associazioni di anziani, parliamo delle truffe e cerchiamo di dare il nostro apporto grazie a incontri che puntano a essere più trasversali possibile. Poi mi piacerebbe che passasse un messaggio che chi sceglie di far parte dell’Arma è perché vuole aiutare le persone. Siamo sempre a disposizione, anche di notte.
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