Questi giochi AAA cinesi e coreani si preparano a conquistare il mondo!
Ho capito che qualcosa stava cambiando durante una boss fight. Settembre 2023, Lies of P era appena arrivato su Game Pass e io avevo giusto una serata libera (qui trovate la recensione di Lies of P). Un soulslike basato su Pinocchio non era esattamente in cima alla mia lista dei desideri, ma la formula mi incuriosiva abbastanza da dargli una possibilità. Tre ore dopo, mentre un burattino meccanico mi faceva a pezzi per la quinta volta, mi sono ritrovato a chiedermi: ma questo gioco da dove viene?
Il nuovo mondo
Round8 Studio. Seoul. Dalla Corea del Sud era appena uscito uno dei soulslike più riusciti degli ultimi anni e io non me n’ero nemmeno accorto. È stato in quel momento che ho realizzato quanto fosse limitata la mia mappa mentale del videogioco asiatico. Per me, come immagino per tanti lettori di Everyeye, “gioco orientale” ha sempre significato una cosa sola: Giappone. Final Fantasy, Metal Gear, Resident Evil, Zelda. Fuori da quei confini? Terra incognita, a parte qualche eco lontana come Genshin Impact. Quel mondo che avevo ignorato per vent’anni però stava bussando alla mia porta. E con forza. Crimson Desert. Phantom Blade 0. The God Slayer. Blood Message. Project Tal. Tides of Annihilation.
Sono nomi che probabilmente avete visto passare in qualche trailer o reel instagram, magari senza farci troppo caso. Ma raccontano tutti la stessa storia: Cina e Corea del Sud stanno entrando nel territorio che per noi è sempre stato di casa, quello del tripla A single player dall’altissimo impatto visivo. Non è una moda passeggera. È il risultato di vent’anni di binari paralleli che finalmente si incrociano, e ho deciso di dedicare un po’ di tempo a capire come siamo arrivati fin qui.
Benvenuti a Seoul
La mia ricerca è partita da quella scintilla iniziale: lo studio dietro Lies of P è coreano e la Corea del Sud ha una storia videoludica tanto ricca quanto diversa dalla nostra. Mentre noi crescevamo a pane e videogiochi giapponesi e occidentali, la Corea costruiva il suo impero sugli MMORPG. Tutto è iniziato nel 1998 con Lineage, gioco di ruolo online massivo sviluppato da NCSOFT che nel paese è diventato un autentico fenomeno culturale. Da quel primo titolo sono nati sequel, spin off e soprattutto versioni mobile come Lineage M e Lineage 2M, capaci di dominare le classifiche per anni. Quegli MMO non vivevano solo sugli schermi di casa, ma nei PC bang, le sale piene di computer a gettone che in Corea hanno sostituito le nostre serate in salotto davanti alla console. Il videogioco non era la campagna da finire prima di andare a dormire, ma un luogo dove ritrovarsi ogni sera, una seconda vita condivisa.
Il modello di business era semplice quanto efficace: free to play con microtransazioni aggressive. Non servivano milioni di giocatori, bastavano alcune migliaia di utenti disposti a spendere cifre considerevoli per ottenere il personaggio più forte. Un ecosistema chiuso e autoreferenziale, che prosperava senza bisogno di guardare oltre i propri confini.
A un certo punto però il meccanismo ha iniziato a incepparsi. La base di giocatori alto spendenti restava la stessa, il mercato smetteva di crescere. Per gli investitori era un segnale d’allarme: un’industria così dipendente da un singolo genere non può espandersi all’infinito.
Poi è arrivato Lies of P, a dimostrare che esisteva un’altra strada. Non un MMORPG, ma un action single player capace di conquistare il pubblico occidentale. Non a caso Shift Up, studio nato nel mondo mobile, ha ottenuto con Stellar Blade il suo maggior successo proprio fuori dalla Corea. La sfida era oramai stata lanciata. Per crescere sarebbe servito aprirsi al mondo. Ed è in questo contesto che si collocano progetti come Crimson Desert e Project Tal. la Corea del Sud che prova a sedersi al tavolo dove fino a ieri c’erano solo Giappone, Stati Uniti ed Europa.
E la Cina? Quella è un’altra storia
Non si può parlare di riscossa asiatica senza citare l’altro gigante del continente. E la Cina porta con sé una storia ancora più particolare. Nel 2000 il governo cinese vietò la produzione, l’importazione e la vendita di console da gioco, ufficialmente per proteggere i giovani dalla dipendenza. PlayStation, Xbox, Nintendo: tutto bandito per quindici anni. Le console esistevano solo nel mercato grigio, a prezzi proibitivi. Nel frattempo il gaming esplodeva su PC e smartphone: gli internet café si moltiplicavano, Tencent e NetEase costruivano imperi sul free to play e un’intera generazione cresceva pensando che il videogioco fosse quello. Non la campagna single player da completare in salotto, ma il gioco online da “vivere” insieme agli altri.
Nel 2015 il ban è stato revocato, ma ormai le abitudini si erano consolidate. A complicare le cose, tra il 2021 e il 2022 il governo ha imposto limiti severi alle ore di gioco per i minori, massimo tre ore settimanali solo nel weekend, e l’approvazione di nuove licenze è rallentata drasticamente. Nel 2022 il mercato cinese ha registrato la prima contrazione dopo quasi vent’anni: circa 39 miliardi di dollari, un calo superiore al dieci per cento.
In questo scenario puntare tutto sul mercato interno ha smesso di essere sensato. Diversificare è diventato urgente: costruire prodotti premium da vendere a prezzo pieno su PC e console, meno esposti alle restrizioni locali, più adatti al pubblico internazionale.
C’è poi un ultimo fattore, forse il più importante. Per anni il vantaggio competitivo dei grandi publisher occidentali è stato il motore grafico proprietario. L’arrivo di Unreal Engine 5 ha cambiato le regole: con strumenti come Nanite e Lumen anche studi di medie dimensioni possono puntare a una resa visiva next gen. Meno risorse sul motore, più investimenti su direzione artistica, animazioni, combattimento. In altre parole, gli strumenti per parlare la nostra lingua tecnica sono finalmente gli stessi. Basta guardare i trailer di Phantom Blade 0, The God Slayer, Blood Message, Tides of Annihilation. Non sono più giochi online che si vedono bene. Parlano il linguaggio del blockbuster single player, quello che per vent’anni è stato territorio nostro.
Crimson Desert: il sogno coreano del grande open world
Dopo il contesto, vale la pena soffermarsi sui progetti che meglio incarnano questo cambiamento. E Crimson Desert è probabilmente il manifesto più evidente della nuova ambizione coreana. Pearl Abyss viene da anni di Black Desert Online, uno degli MMO coreani più riusciti a livello internazionale. Con Crimson Desert utilizza tutta quell’esperienza tecnica per costruire qualcosa di diverso: un open world prevalentemente single player ambientato nel continente di Pywel. Per anni i trailer hanno promesso un videogioco totale fatto di isole volanti, draghi meccanici, wrestling fantasy. Le anteprime più recenti raccontano qualcosa di più misurato: un open world con città, castelli, missioni principali e secondarie. Più vicino a The Witcher che a Black Desert.
L’uscita è fissata il 19 marzo 2026. Dalle anteprime emergono luci e ombre: gli assalti alle fortezze mescolano battaglie su larga scala e infiltrazione, le boss fight sono costruite come puzzle ambientali con più soluzioni. Ma chi ha provato il gioco segnala anche scontri caotici e un sistema di lock on poco reattivo. È uno studio che sta imparando una lingua nuova. La potenza di fuoco per competere con i migliori giochi occidentali c’è già, la grammatica magari è ancora da affinare. Lo scopriremo a breve.
Project Tal: la Corea che racconta sé stessa
Se Crimson Desert guarda all’Occidente, Project Tal fa qualcosa di diverso: guarda alla Corea stessa.
Annunciato nell’ottobre 2025 da Wemade Max e sviluppato da Madngine, è un action RPG open world ispirato alla mitologia coreana, in particolare alla tradizione delle maschere Tal, utilizzate nel teatro folkloristico e nelle cerimonie sciamaniche. L’uscita è prevista per il 2027 su PC e console. Il trailer di debutto mostra un mondo che non assomiglia a nulla di già visto nel medium: templi buddhisti, palazzi dell’era Joseon, abiti hanbok, un’estetica mudang che finora è esistita solo nei manhwa e nei K drama.
Il gameplay richiama Dragon’s Dogma, con un sistema di compagni che combattono al fianco del giocatore adattandosi al suo stile e scontri contro creature colossali da scalare per colpirne i punti deboli. È significativo che uno dei progetti coreani più ambiziosi non cerchi di imitare il fantasy europeo, ma scelga di raccontare la propria cultura.
Tre modi cinesi di dire “guardate cosa sappiamo fare”
Se Crimson Desert e Project Tal rappresentano il futuro coreano, il panorama cinese appare più frammentato. Ma non per questo meno interessante. Ho passato un pomeriggio a esplorare trailer e gameplay, e quello che mi ha colpito è quanto siano diversi pur partendo dalla stessa esigenza: farsi notare. Phantom Blade 0, di S Game, è la via dell’action puro (qui trovate la nostra prova di Phantom Blade Zero). Combattimenti a spada velocissimi, parry e schivate che richiamano la scuola giapponese ma con un gusto per la coreografia spiccatamente cinese.
Una demo al Tokyo Game Show mostrava un livello verticale lungo una cava, con checkpoint e nemici opzionali che modificano la difficoltà dello scontro finale. Guardando il gameplay ho pensato che sembrava un film wuxia passato attraverso un tritacarne. Lo intendo come un complimento. The God Slayer di Pathea Games, studio noto per My Time at Portia, è un action RPG ambientato in una capitale ispirata alla dinastia Zhou, dove convivono templi antichi e dirigibili. Il sistema di combattimento ruota attorno al QI e ai cinque elementi della tradizione cinese. L’obiettivo dichiarato non è imitare Tolkien con un’estetica orientale, ma costruire un mondo che nasca dalla mitologia locale.
Blood Message è quello che mi ha incuriosito di più.
NetEase costruisce un action adventure lineare ambientato durante la dinastia Tang: un messaggero e suo figlio attraversano deserti e città assediate per consegnare un dispaccio che potrebbe cambiare il destino di un territorio. Qui l’attenzione non è sul combattimento ma sulla regia, sui volti, sull’atmosfera. È il gioco che sembra voler dimostrare qualcosa più degli altri: non solo che sanno fare action, ma che sanno fare cinema. Tre giochi, tre approcci. Ma lo stesso messaggio: guardate cosa sappiamo fare quando decidiamo di provarci.
Avalon visto da Chengdu
A dimostrare che l’industria cinese non vuole limitarsi a esportare il proprio immaginario c’è Eclipse Glow Games. Tides of Annihilation è un action adventure ambientato tra una Londra devastata e il regno mitico di Avalon (ecco la nostra intervista su Tides of Annihilation). Nei panni di Gwendolyn, il giocatore cerca il Sacro Graal per salvare la sorella e ricomporre un mondo spezzato.
Gwendolyn può evocare versioni spettrali dei cavalieri della Tavola Rotonda, configurandoli in formazioni che combattono al suo fianco. Londra in rovina. Cavalieri spettrali. Una protagonista che comanda gli eroi del mito occidentale. L’obiettivo non è solo esportare il proprio folklore, ma reinterpretare quello altrui. Prendere Avalon, Re Artù, Excalibur e guardarli con occhi nuovi.
Quella sera su Game Pass
Ripenso a quella sera di settembre 2023. Lies of P scaricato quasi per caso e la scoperta che, dall’altra parte del mondo, qualcuno stava imparando a parlare la mia stessa lingua videoludica. Se qualcuno me l’avesse detto dieci anni fa, avrei sorriso con scetticismo. Eppure eccoci qui.
La Corea deve fare i conti con un modello che ha smesso di crescere. La Cina vede il mercato interno rallentare e capisce che non può più vivere soltanto di live service. Unreal Engine 5 ha livellato parte del vantaggio tecnologico dei grandi publisher storici. Nel frattempo, una nuova generazione di sviluppatori asiatici chiede e crea esperienze diverse, quelle stesse esperienze che noi abbiamo sempre dato per scontate.
Crimson Desert, Phantom Blade 0, The God Slayer, Blood Message, Project Tal, Tides of Annihilation non sono soltanto trailer spettacolari da guardare a bocca aperta durante le conferenze. Sono la prova che due mondi paralleli stanno finalmente convergendo. Per la prima volta, il prossimo grande gioco dell’anno potrebbe arrivare da Seoul o da Chengdu. E onestamente non vedo l’ora di scoprire che cosa ci riserveranno le produzioni orientali nei prossimi anni.
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