«Quattro morti perché nessuno avvisò»

SENIGALLIA Processo per l’alluvione del 3 e 4 maggio 2014, quando il Misa ruppe gli argini investendo di acqua e fango le strade e circa 5000 abitazioni, provocando quattro morti (tre a Borgo Bicchia e una a Borgo Mulino), oltre a danni ingentissimi.
L’inchiesta
Sono 8 gli indagati per inondazione colposa, unico reato non ancora prescritto: l’ex sindaco di Senigallia Maurizio Mangialardi, il suo predecessore Luana Angeloni, l’ex comandante della Polizia locale Flavio Brunaccioni, Gianni Roccato (ex dirigente dell’area tecnica del Comune), Massimo Sbriscia (ex dirigente del settore Ambiente della Provincia), Massimo Smargiasso (segretario generale dell’Autorità di Bacino della Regione) Libero Principi (funzionario regionale) e l’ingegnere Alessandro Mancinelli (consulente del Comune di Senigallia).
Ieri al Tribunale de L’Aquila la parola a 10 testimoni, tra cui Franco Cicetti, il figlio di Aldo, l’80enne rimasto intrappolato nel seminterrato della sua abitazione a Borgo Bicchia e morto annegato. «Mia madre mi ha raccontato che nessuno li ha avvisati che stava arrivando l’alluvione, se qualcuno l’avesse fatto si sarebbero potuti mettere in salvo dai vicini che abitano a 3 metri di distanza», ha riferito a proposito del disastro causato, secondo la pubblica accusa, dall’incapacità del Comune di Senigallia di fronteggiare un’alluvione come quella del 3 maggio 2014 e da un piano di protezione civile reso lacunoso dal restringimento del Piano di assetto idrogeologico deciso nel 2004 (quando Mangialardi era assessore ai Lavori pubblici). Oltre a Cicetti, altri 9 alluvionati hanno rivissuto quei drammatici momenti, supportati dall’avvocato Corrado Canafoglia che segue 395 parti civili oltre alle famiglie delle vittime e l’Unione nazionale consumatori.
«Nei giorni successivi all’alluvione ho visto il sindaco Mangialardi nel giardino del mio dirimpettaio e ci siamo recati in gruppo a parlarci – la voce di un altro testimone – chiedendo il perché non ci avesse allertato, né precedentemente né alle prime avvisaglie di alluvione. Ha risposto che ha evitato di farlo per non infondere il panico nella popolazione ed evitare ingorghi causati dalla gente che si recava a prendere i figli a scuola o a portare in salvo il salvabile, in quanto ci sarebbe stata una strage di morti affogati in auto». Un agricoltore ha riferito di aver scritto alla Provincia sollecitando i lavori perché «in un tratto del Misa l’argine era semidemolito, ma mi venne risposto che bisognava sentire gli ambientalisti: non vennero fatti interventi e proprio lì il fiume ha ceduto, mentre nel punto segnalato dalla mia famiglia 25 anni prima e dove la Provincia fece fare i lavori, l’argine ha tenuto».
Un tecnico della Protezione civile ha confermato di non essere stato avvisato pur essendo addetto ai lavori, mentre un tecnico della Provincia A ha ricordato che «durante i lavori sul Misa si presentarono addetti dello studio Naturalistico Diatomea e dell’associazione Confluenze che riferirono di dover controllare l’operato delle 4 ditte, nonostante il controllo fosse deputato ai tecnici della Provincia: avevano depositato una relazione alla Provincia nella quale si riportava che solo su due dei quattro lotti interessati, i lavori erano stati eseguiti bene». «A ogni udienza – dichiara l’avvocato Corrado Canafoglia – emergono le falle nella gestione dell’emergenza e nello stato della manutenzione del fiume, che amareggiano». Il processo è stato rinviato al 16 dicembre.




