Quando l’Atlantico diventò un fossato: video, missili e democrazia

Molto probabilmente ciò che oggi abbiamo davanti agli occhi non è una deviazione improvvisa della storia, ma la sua resa dei conti. Un’America vorace e cattiva, arrogante e prepotente, perennemente affamata delle ricchezze altrui, che tenta di allargare il proprio dominio come un impero stanco, ma ancora armato, incapace di immaginare il mondo se non come terreno di conquista, controllo e sfruttamento. Una visione della libertà che libertà non è, almeno non nel senso in cui possiamo intenderla noi europei, figli imperfetti, ma ostinati dell’Illuminismo e del Rinascimento, dei miti classici e del diritto romano, dell’arte greca e della tragedia, del dubbio come forma suprema di intelligenza.
La loro libertà, invece, assomiglia più a un diritto predatorio: prendere ciò che si vuole, usarlo, consumarlo, distruggerlo e, infine, gettarlo via. Persone, risorse, culture, paesi interi. Tutto ridotto a merce, tutto trasformato in profitto, tutto sacrificabile sull’altare di una democrazia declamata e mai davvero realmente praticata.
E l’Italia? L’Italia, nonostante i suoi limiti strutturali, la sua fragilità cronica, una visione politica che spesso appare supina, prona, quasi devota al trumpismo e a ciò che esso rappresenta, ha sempre prodotto qualcosa di profondamente diverso. Ha fornito, attraverso l’arte — dalla musica alla letteratura, dal cinema alla poesia — una contro-narrazione ironica, disincantata, talvolta leggera, ma mai superficiale. Una ricostruzione spensierata solo in apparenza, ma in realtà lucidissima, di quella che sotto sotto è sempre stata la linea seguita dai governi americani in politica estera: conquista, influenza, mercato, affari. Altro che libertà. Altro che democrazia.
Con Donald Trump, con la sua ignoranza ostentata e la sua spregevolezza senza filtri, tutto questo non è cambiato: è semplicemente diventato più visibile. Come una verità che smette di essere mascherata e decide, finalmente, di mostrarsi per quello che è. In fondo, Giorgio Gaber lo aveva già capito nel lontano 1976. Nel suo monologo teatrale “L’America” non faceva altro che raccontare la conquista americana della cultura, della storia e dello stile di vita italiani, lo scivolamento verso una mediocrità profonda, piatta ed omologante, scandita, allora, da jeans, scatolette e Coca-Cola. Oggi, quella stessa omologazione ha cambiato nome e forma, ma non sostanza: Amazon, Apple, Microsoft, Meta, Google. Cambiano solamente i marchi, ma non certo il meccanismo. È sempre lo stesso sogno confezionato in serie, venduto come progresso e consumato come anestetico.
Gli stessi concetti li ritroviamo, con una chiarezza quasi profetica, in Pier Paolo Pasolini. Nel 1971, intervistato da Enzo Biagi, Pasolini parlava già del potere perverso e penetrante dei nuovi e vecchi media, costruiti per darci l’illusione, tossica e soporifera, di vivere nel migliore dei mondi possibili: il più democratico, il più giusto, il più libero. Un’illusione necessaria a farci abbassare la guardia, a renderci sospettosi verso tutto ciò che viene da fuori, mentre i veri padroni delle nostre vite continuano, indisturbati, a fare affari e ad esercitare il loro controllo.
Anni dopo, nel 1987, Massimo Troisi — con quella sua ironia gentile e spietata assieme — ridicolizza il militarismo a stelle e strisce. Le guerre diventano una nuova forma di spettacolo e di intrattenimento, oltre che una enorme fonte di guadagno. E così i missili e le bombe diventano più fotogenici degli attori, il dolore e le macerie sono più televisivi di qualsiasi show serale, mentre la sofferenza delle persone comuni è sempre più redditizia. La guerra è il nuovo format vincente e la morte diviene solamente un dettaglio trascurabile. Oggi, infatti, mentre il mondo è sconvolto dalla guerra in Ucraina, dalle tensioni in Medio Oriente, dal genocidio palestinese, dalle proteste soffocate nella violenza del popolo iraniano, dalle guerre sporche in Africa, dalle nuove tensioni in Groenlandia, l’Atlantico — come dice Erri De Luca — non è più un oceano, ma un fossato. Un enorme buco riempito di odio, rancore, invidia e disprezzo.
Il disprezzo che il presidente americano mostra di provare verso l’Europa, la sua storia, la sua cultura, ciò che essa rappresenta e ha rappresentato, nel bene e nel male. Un disprezzo che ritroviamo anche nell’intervento di Antonio Scurati; un disprezzo che non è nuovo, che abbiamo già sentito e provato, altre volte, nel corso della storia umana. Goebbels che definiva gli italiani “zingari traditori” ritorna oggi, mutato ma più forte e riconoscibile, nel trumpismo che attacca chiunque osi contraddire, all’interno o all’esterno della nazione, i suoi ordini, il suo potere, la sua narrazione.
E allora chiudiamo questo viaggio — che di fantasioso, purtroppo, ha ben poco — con un altro cantautore. Fabrizio De André. Con le sue parole, con “La guerra di Piero”, vero e proprio manifesto pacifista contro qualsiasi esercito, qualsiasi bandiera, qualsiasi slogan, qualsiasi narrazione, qualsiasi pretesa di imporre la propria verità, la propria giustizia e la propria democrazia agli altri. Una canzone che ci ricorda, ancora una volta, che non esistono e mai esisteranno guerre giuste, ma solamente morti inutili.
E che la libertà, quella vera, non è custodita negli arsenali di Washington, non nasce dalle bombe russe, cinesi, israeliane o americane, ma dal rifiuto di usarle.
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