Friuli Venezia Giulia

Quando il cinema diventa laboratorio ideologico

24.01.2026 – 21.00 – C’è sempre un momento, nei festival di cinema, in cui il premio smette di essere soltanto un riconoscimento artistico e diventa una dichiarazione d’intenti. Non scritta, non proclamata, ma chiarissima. È il momento in cui non si celebra più soltanto un film, ma una visione del mondo. Il film vincitore racconta la storia di tre ragazze giovani, poco più che ventenni, immerse in una quotidianità senza direzione precisa. Vivono insieme, si muovono tra feste, notti, periferie, relazioni che iniziano e finiscono senza lasciare traccia. Non c’è un vero passato da cui fuggire, né un futuro verso cui tendere. Tutto avviene in un presente continuo, emotivo, irrisolto. Le protagoniste non cercano tanto di capire chi sono, quanto di liberarsi dall’idea stessa che esista una risposta. Ogni definizione è percepita come una gabbia. Ogni stabilità come una rinuncia. Il film segue questo smarrimento con uno sguardo partecipe, quasi protettivo, accompagnando le ragazze in un percorso fatto più di sensazioni che di scelte. La trama non procede per eventi, ma per atmosfere. Non c’è una crescita nel senso classico del termine. Non si arriva a un punto. Si resta in movimento. È questo, forse, il cuore del racconto: non diventare qualcosa, ma evitare di diventarlo.

Il personaggio adulto che entra nella loro vita non introduce un conflitto, ma una suggestione. Non rappresenta un confronto, bensì una possibilità ulteriore di ridefinizione. Non indica una direzione: allarga il campo. E da quel momento il film accentua ancora di più l’idea che l’identità non sia un approdo, ma una superficie mobile, da riscrivere ogni volta che lo si desidera. È una narrazione coerente, costruita con delicatezza, che non alza mai la voce. Ed è proprio questa leggerezza a renderla efficace. Nulla viene affermato con forza, perché non ce n’è bisogno. Tutto è già dato come naturale. Come ovvio. Come inevitabile. Qui non siamo davanti a un film che polemizza o provoca. Siamo davanti a un film che normalizza. Che presenta un’idea precisa dell’essere umano: privo di radici, svincolato da ogni eredità, libero solo nella misura in cui resta indefinito. L’identità non come scoperta, ma come esercizio permanente di smontaggio.

Il punto non è ciò che il film dice. È ciò che non mette mai in discussione. In questo racconto non esistono limiti che non possano essere superati, legami che non possano essere sciolti, ruoli che non appaiano sospetti. La stabilità non è mai desiderabile. La continuità non è mai un valore. Restare è quasi sempre visto come una sconfitta. Ed è proprio questa visione, più che la singola storia, ad essere oggi premiata con crescente regolarità. Non perché venga imposta, ma perché è perfettamente compatibile con il clima culturale del nostro tempo. Un tempo che diffida di tutto ciò che dura, che guarda con sospetto ogni forma di definizione, che confonde la libertà con l’assenza di struttura. Il cinema, in questo contesto, non diventa strumento di analisi, ma di accompagnamento. Non interroga questa fragilità, la accarezza. Non la mette alla prova, la rende orizzonte. Così la vicenda delle tre ragazze finisce per rappresentare non una condizione individuale, ma un modello emotivo: vivere senza approdi, sentirsi sempre in transito, non dover mai scegliere davvero.

Il festival, premiando questo racconto, non certifica soltanto il valore di un’opera ben realizzata. Certifica una preferenza culturale. Premia un’idea di giovinezza sospesa, di identità sempre negoziabile, di futuro continuamente rinviato. Non è scandalo, non è complotto, non è nemmeno propaganda. È qualcosa di più sottile: l’abitudine a raccontare l’essere umano sempre nello stesso modo. Fragile, fluido, smontabile. Mai responsabile di una forma definitiva. E così, mentre sullo schermo le protagoniste vagano alla ricerca di se stesse, fuori dallo schermo il sistema culturale sembra perfettamente sicuro di ciò che vuole celebrare. Il film vince. Gli applausi arrivano. Le motivazioni sono impeccabili.
Resta solo una domanda, che nessuno pone perché rischierebbe di disturbare l’equilibrio: se l’unica storia che sappiamo ancora raccontare è quella di chi non vuole diventare nulla, che idea abbiamo, oggi, dell’essere adulti?

Forse il cinema non sta indicando una strada.
Forse sta semplicemente fotografando un vuoto.
E il fatto che quel vuoto venga premiato dice molto meno del film, e molto di più del tempo in cui viviamo.

[f.v.]




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