Quando Bari aveva le ‘fabbriche del ghiaccio’ per conservare i cibi
C’era un tempo in cui il ghiaccio si comprava nelle fabbriche. Era l’inizio del ‘900, a Bari, non erano ancora approdati i frigoriferi in tutte le case, l’industrializzazione del Sud Italia era lenta seppure a modo suo crescente. L’invenzione del frigorifero risale a circa 100 anni fa, ma in realtà questo ha iniziato a fare il suo ingresso nelle case degli italiani solo verso la metà degli anni ’40. Ovviamente si trattava di un “lusso”, appannaggio dei più abbienti. Pertanto, la conservazione degli alimenti avveniva in vari modi: sott’olio, sotto aceto, sotto sale o con la sugna per il maiale.
Invece, per preservare molti altri alimenti nascono le fabbriche di ghiaccio: chili di lastre che permettevano la conservazione di cibi e bevande più a lungo. Conosciute in città anche con il nome di antiche neviere, all’inizio del secolo scorso e per molti anni a seguire, raccoglievano la neve caduta durante l’inverno soprattutto nella zona dell’alta Murgia ma ovunque fioccasse in Puglia, e la trasformavano in ghiaccio. Difatti, a testimonianza di ciò, nel borgo antico esiste, ancora oggi, un vicolo dal nome l’Arco della neve – nei pressi della Cattedrale San Sabino – dove in alcuni sottani, scendendo a molti metri sottoterra, essa veniva raccolta e una volta ricoperta da fascine, vi si aspettava la trasformazione in ghiaccio.
Un bene prezioso, se si pensa che rappresentava per la maggior parte della cittadinanza, l’unico modo per conservare il cibo: “Quando andavo al mare con mio suocero e tutta la famiglia, compravamo lastre di ghiaccio per frutta e bibite – racconta il signor Giuseppe, quasi ottantenne – ma anche per mantenere fresco il pesce pescato”. Inoltre, continua il signor Giuseppe: “in alcuni palazzi della città, come il mio, esistevano dei grossi tini di pietra all’interno dei quali, durante l’estate, venivano posizionate lastre di ghiaccio a disposizione del condominio al fine di tenere in fresco frutta e verdura. Per noi, bambini di allora, era una magia da non toccare”.
A Bari iniziarono a ‘fioccare’ fabbriche che producevano ghiaccio, tra le quali la più resistente in termini di tempo, fu la “Cristal Ghiaccio”. L’edificio sorgeva in via Laterza, quartiere Carrassi. Nel tempo divenne una tappa irrinunciabile d’estate, quando i baresi prima di godersi la bella giornata al mare, vi passavano per prendere il ghiaccio necessario alle vivande. Il traffico fu più intenso quando all’interno di essa venne messa su una rivendita di granite e anguria fresca. Chiuse intorno alla metà degli anni ’70, quando l’avvento del frigorifero, in Italia, si fece più diffuso. Prima di lei, ve ne furono alcune altre: alla fine dell’800, nacque sull’odierna via Cairoli, prima via Banco, la fabbrica di Benedetto Morelli; subito dopo nel vecchio macello, attuale istituto Marconi, venne inaugurata la grande fabbrica barese del ghiaccio, data in dotazione all’ingegnere torinese Adamo Levi, padre del premio Nobel Rita Levi Montalcini. A causa di maldicenze, tra il popolo di sparse la voce che il suo ghiaccio fosse pericoloso come ingoiare un vetro. Presto chiuse i battenti. Poi, fu la volta de “La Frigorifera”, del commerciante di tessuti Giovanni Costantino, in via Calefati.
Infine a Mola di Bari, intorno agli anni ’60 sorse la fabbrica di ghiaccio della famiglia La Padula, che ha rappresentato per la cittadinanza molese e non solo una risorsa fondamentale, producendo lastre di ghiaccio di ben 25 kg. Questo tipo di ghiaccio era infatti utilizzato nelle grandi esportazioni di alimenti che avvenivano tramite i vagoni ferroviari.
Tuttavia, nei ricordi di tutti i baresi di quegli anni, il ghiaccio si lega a doppio filo all’estate e alla voglia di granite: i “grattamarianna” – venditori ambulanti di granite – che a bordo di un carretto giravano la città grattando il ghiaccio con un raschietto a lama tagliente, aromatizzandolo con sciroppi al limone o alla menta, rinfrescavano le bocche dei baresi nelle calde giornate. Delizia per molti bambini di allora che oggi, nostalgici, ricordano quei tempi così leggeri.


