Cultura

Puscifer – Normal Isn’t | Indie For Bunnies

Non tradisce la nuova puntata del fumetto Puscifer, terzo per ordine di importanza ma non meno rilevante progetto di Maynard Keenan, alle prese con le idiosincrasie dell’America moderna, con un rinnovato afflato politico ed una carica musicale abrasiva ancora intatta.

Sembra anzi che all’avanzare dell’età Puscifer sia la formula più azzeccata per esaltare la maturazione della band ed in primis del leader, che sfoderano un album compatto, ruvido e a tratti cupo, dal mood immediato ed inscalfibile, prodotto alla grande ma che dà l’idea di una certa rapidità nella scrittura preparatoria, con i duetti e le voci che fanno da collante fra i diversi generi esplorati, dando l’idea di un qualcosa di omogeneo e sentito.

credit: press

Al solito infatti la componente musicale al pari dei Tool ma anche per certi versi dei A Perfect Circle, non è il solo mezzo comunicativo, Puscifer nasce anche da un’idea di stilizzazione di un ripescaggio estetico un pò “vintage” anni 80, perfettamente in linea coi travestimenti di Maynard e soci, una certa riproposizione on stage fra Devo meets Rockets, mentre dal punto di vista sonoro “Normal Isn’t” mostra un equilibrio asciutto e tagliente fra soluzioni tooliane, electro anni 80 che ondeggia fra ritmi digitali quasi r&b (la coda della titletrack), il sempre presente gotico alla Sister of Mercy (“Pendulum”), in generale un’idea precisa di band che ripesca il meglio del periodo, un ibrido di Depeche Mode che incontrano i Pixies alle prese con “Violator”, per capirsi.

Quindi, molto piacevole, con la precisazione di questa derivazione, ma il gusto di apprezzare Maynard, finalmente in forma e a tono dopo gli ultimi vagiti non all’altezza dei Tool, è impagabile, il timbro non urlato ma melodico calza alla perfezione con le rasoiate alla ZZ Top di Matt Mitchell, e i duetti sono perfetti nella loro essenzialità.

Oltre a questo, la band entra dritta dentro la particolarità del momento, chiedendosi se è tutto normale quello che sta succedendo, mettendo la domanda e la risposta come titolo dell’album, facendosi portavoce non tanto di una chiamata alle armi ma di una constatazione di disagio emergenziale, a cui la musica dà corpo, connessione e risalto.


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