Politica

Proteste in Iran: la rivolta anti-regime tra crisi economica e repressione

“La vera rivoluzione inizierà quando il popolo sarà affamato e i bazaari tireranno giù le saracinesche”. Questa frase non era un semplice modo di dire. Era il monito che respiravo quotidianamente durante i miei anni di vita in Iran, camminando tra la gente nel 2009, vedendo il sangue scorrere nel 2019.

Oggi, quella profezia si è fatta carne, metallo e grido. Le serrande che sbattono a terra a Teheran, Isfahan, Shiraz e Tabriz non sono solo un segnale economico: sono il fragore di un sistema che sta crollando.

Scrivo queste righe con il cuore pesante e le mani che tremano. Siamo oltre il settimo giorno di proteste e, mentre l’Iran brucia, il mondo sembra guardare altrove. C’è un’indignazione feroce in me nel constatare il silenzio dei media e l’ambiguità del contesto internazionale. Donald Trump minaccia interventi se il regime sparerà sui dimostranti, ma le sue parole appaiono oggi svuotate di peso, forse più distratto dalla crisi in Venezuela che dal destino di Teheran.

Questo vuoto di leadership globale offre agli ayatollah un frame terribile: la libertà di un iraniano pare valere meno di un calcolo geopolitico.

Ma stavolta, sento nel profondo che è diverso. La disperazione ha finalmente divorato la paura. Quando l’inflazione tocca il 43% e il prezzo del pane raddoppia, come scriveva Seneca, il popolo non ascolta ragioni e non teme la morte. È il paradosso tragico di un gigante petrolifero che deve importare benzina per 10 miliardi di dollari perché le raffinerie cadono a pezzi, mentre il regime brucia il 25% del bilancio statale in spese militari folli per perseguire il delirio di distruggere Israele.

Pensavamo che il movimento “Donna, Vita, Libertà” fosse svanito sotto i colpi della repressione? Ci sbagliavamo. Quel fuoco non si è mai spento; covava sotto la cenere del 2022, alimentato dal sacrificio di migliaia di giovani. Oggi quel grido è tornato, unendo le donne che sfidano il velo alla classe dei bazaari, il nervo storico e conservatore della società, senza il quale nessun potere in Iran può sopravvivere. È un’eruzione simultanea che accende la mappa del Paese più velocemente di quanto i pasdaran riescano a spegnerla.

La risposta del regime è, come sempre, di una barbarie inaudita. Il 2025 si è chiuso con il record di 1.922 impiccagioni: un massacro sistematico per intimidire un popolo che non vuole più abbassare la testa. Le forze di sicurezza usano le ambulanze come scudi e strappano i feriti dai letti d’ospedale.

Eppure, per la prima volta, la rabbia non è acefala. Il nome di Reza Pahlavi risuona nelle strade di tutto il paese; il suo “piano dei 100 giorni” per un Iran laico e democratico offre un approdo politico concreto a una rivolta che cerca un futuro. Persino il Presidente Pezeshkian, stretto tra la piazza e il regime, è costretto a definire “legittime” le istanze dei manifestanti, segnale di una crepa che si sta allargando nel cuore del potere.

Mentre si rincorrono voci di una possibile fuga di Khamenei verso Mosca, noi che abbiamo amato l’Iran come una madre non possiamo tacere. Il silenzio è il secondo cappio al collo dei martiri, è la mano del boia che affila la lama. Ho passato vent’anni a seguire le ferite di questo Paese, vivendo tra la sua gente, respirando la sua cultura immensa e il suo dolore infinito. Il mio unico desiderio — l’unico che darebbe pace a questi anni di attesa — è vedere un Iran finalmente libero prima di lasciare questa terra.

Non restate in silenzio. Condividete il loro grido. Perché nelle strade di Teheran non si combatte solo per il pane, ma per il diritto universale di respirare senza chiedere il permesso a un tiranno.


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