Pronto soccorso Lazio, sistema Gipse fuori uso per oltre 12 ore: cosa è successo
Un sistema informatico che si pianta nel momento meno opportuno e fa fare alla sanità della Capitale un salto all’indietro di trent’anni. Per oltre mezza giornata, la rete dell’emergenza-urgenza di Roma e del Lazio ha dovuto fare a meno del suo principale strumento operativo.
Dalla notte di lunedì fino al primo pomeriggio di martedì, la piattaforma “Gipse” — il software che scansiona, coordina e monitora ogni singola fase dell’assistenza ai pazienti nei pronto soccorso — è rimasta completamente fuori uso, lasciando i terminali spenti e le corsie nel caos.
Il disservizio ha colpito a macchia d’olio i principali nosocomi romani e regionali. Senza il supporto della tecnologia, medici e infermieri si sono trovati costretti a gestire manualmente il flusso incessante di ambulanze e cittadini: dalla registrazione dei dati anagrafici all’assegnazione dei codici di triage, fino alla compilazione delle cartelle cliniche.
Un ritorno forzato a carta e penna che ha esasperato una macchina già strutturalmente sotto pressione a causa del sovraffollamento cronico e della perenne carenza di personale, allungando a dismisura i tempi d’attesa nelle sale.
Il giallo dell’aggiornamento: doveva durare quattro ore
Dietro il martedì nero dei camici bianchi non ci sarebbe la mano di un gruppo di pirati informatici, ma un errore di gestione tecnica. Secondo quanto si apprende da fonti vicine alla vicenda, il fermo della piattaforma era stato programmato dai tecnici per consentire un banale aggiornamento del software.
L’intervento di manutenzione era stato pianificato a notte fonda proprio per ridurre al minimo i disagi, con una previsione di stop stimata in circa quattro ore.
Qualcosa, però, nei server regionali non ha funzionato come previsto. L’aggiornamento si è bloccato, prolungando l’indisponibilità dei terminali ben oltre l’alba e costringendo le direzioni sanitarie ad affiggere avvisi d’emergenza alle porte delle sale d’attesa.
Cartelli improvvisati in cui si invitavano i pazienti non urgenti (i codici bianchi e verdi) a deviare verso i medici di famiglia o le Case della Comunità pur di non ingolfare le strutture.
Il Pd e le minoranze insorgono: «Rocca spieghi il collasso»
Mentre gli ospedali cercavano faticosamente di smaltire le code accumulate durante le dodici ore di blackout, il guasto si è trasformato in un caso politico alla Pisana.
I gruppi di opposizione in Consiglio regionale hanno fatto blocco unico, chiedendo la convocazione urgente del governatore Francesco Rocca per fare chiarezza sulle responsabilità del guasto.
In una nota congiunta, i capigruppo Mario Ciarla (Pd), Marietta Tidei (Italia Viva), Adriano Zuccalà (Movimento 5 Stelle), Claudio Marotta (Sinistra Civica Ecologista), Alessio D’Amato (Azione) e Alessandra Zeppieri (Polo Progressista) hanno definito «gravissimo» l’accaduto.
«I cittadini hanno il diritto di sapere cosa è successo e chi risponderà di questo disastro», attaccano i consiglieri di minoranza, puntando il dito contro la gestione di LazioCrea, la società in-house della Regione Lazio che ha in custodia i servizi informatici e digitali della sanità pubblica.
Dalla Pisana, per ora, non sono arrivate comunicazioni ufficiali o repliche nel merito. Il servizio è tornato progressivamente alla normalità solo nel corso del pomeriggio di martedì, ma l’episodio riaccende i riflettori su un equilibrio assistenziale sempre più fragile, dove basta un granello di sabbia digitale per mandare un’intera regione in codice rosso.
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