Processo Hydra, due nuovi pentiti: «Fermate chi può fare danni ai pm»
Due nuovi pentiti nel processo Hydra, uno morto suicida dopo le rivelazioni sulle trasferte al Nord di Messina Denaro
CATANZARO – Il consorzio delle tre mafie era capace di «infiltrarsi ovunque». Anche «in politica». Al di sopra c’è qualcuno che «muove i fili». Qualcuno che bisogna «fermare» prima che arrechi «danni» all’incolumità dei collaboratori di giustizia e degli stessi magistrati che indagano. Ci sono due nuovi pentiti che confermano l’esistenza e svelano gli affari del consorzio di ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra operante in Lombardia. Uno di loro, però, si è suicidato proprio nei giorni scorsi. Un particolare che introduce un elemento di mistero, anche alla luce di alcuni passaggi delle rivelazioni.
UNO SI SUICIDA
Alla vigilia dell’inizio del processo col rito ordinario, a carico di 45 persone, scaturito dall’inchiesta che portò all’operazione Hydra, la Dda di Milano ha depositato i verbali, in buona parte omissati, dei siciliani Gioacchino Amico e Bernardo Pace. Due imputati di spicco, che si aggiungono ad un’altra gola profonda, quel William Cerbo le cui rivelazioni erano confluite nel troncone processuale del rito abbreviato, conclusosi in primo grado con 62 condanne.
I PROFILI
Gioacchino Amico, a giudizio nel rito ordinario, pur essendo originario di Canicattì, sarebbe stato uno dei capi della componente di camorra del consorzio delle tre mafie, e in particolare del gruppo Senese radicato a Roma e storicamente legato alla famiglia Moccia di Afragola. Sarebbe stato, in particolare, l’elemento di raccordo tra il clan Senese e il sistema mafioso lombardo e avrebbe mantenuto i rapporti con Matteo Messina Denaro. Bernardo Pace, nel troncone processuale del rito abbreviato condannato a 14 anni e 4 mesi di reclusione, sarebbe stato, invece, uno degli esponenti di vertice della provincia mafiosa di Trapani, collegata al mandamento di Castelvetrano riconducibile a Messina Denaro. In particolare, si sarebbe affiancato, nella conduzione di svariate attività illecite in Lombardia, alla famiglia di ‘ndrangheta dei Crea di Melito Porto Salvo, ai fratelli Giovanni e Rosario Abilone di Castelvetrano e al clan Mazzei di Catania.
VIDEOCHIAMATE CON MESSINA DENARO
Partiamo dalle rivelazioni di Pace, che, tra l’altro, ha ammesso di non saper leggere né scrivere, non essendo in possesso neanche di licenza elementare. Pace ha confessato di “appartenere” al mandamento mafioso di Trapani guidato da Paolo Aurelio Errante Parrino, che secondo la Dda milanese era il tramite con Messina Denaro. Ai pm Anna Cerreti e Rosario Ferracane ha svelato che Errante Parrino comunicava col latitante tramite la sorella di quest’ultimo, utilizzando videochiamate e messaggi in codice. Secondo quanto dichiarato da Pace nel verbale, era Errante Parrino a mostrare la foto di Messina Denaro durante le videochiamate con la sorella. Un escamotage che rappresentava, appunto, una sorta di messaggio in codice.
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TRASFERTE AL NORD D MESSINA DENARO
Errante Parrino avrebbe incontrato Messina Denaro durante le sue trasferte al Nord presso lo studio dell’”avvocato Bosco”, che era il cognato di “zio Paolo”. Pace non ha mai visto Messina Denaro in vita sua. Ma il suo “padrino” «vedeva il latitante». Forse per questo lo “zio Paolo” «mangiava dappertutto». Pace è analfabeta. Ma ha confermato di essere a conoscenza dei rapporti economico-mafiosi tra le tre organizzazioni criminali. E ha elencato una serie di componenti dell’organigramma dei clan di ‘ndrangheta, di cosa nostra e del gruppo Senese.
IL RICICLAGGIO
In questo contesto, ha parlato, anche, dei fratelli castelvetranesi Giovanni e Rosario Abilone e dell’acquisto di crediti da parte della componente trapanese del sistema mafioso lombardo. A loro carico, come già riferito dal Quotidiano, ci sono anche conversazioni intercettate dalla Dda di Catanzaro da cui emergerebbe che gli incontri nello studio di un commercialista milanese con due faccendieri calabresi erano finalizzati a occultare la provenienza illecita di ingenti capitali riconducibili a diversi gruppi criminali.
OMICIDI E ARMI
Pace ha riferito anche di essere a conoscenza dei mandanti di un caso di lupara bianca, la scomparsa di Gaetano Cantarella detto “Tano ‘u Curtu”. Ha affermato di aver appreso queste informazioni da “zio Paolo”. Il pentito suicida menziona il calabrese Filippo Crea in relazione al possesso di armi. Afferma che Crea avrebbe portato un fucile e una pistola nascosti dentro un oggetto simile a un trapano. E svela che si sentivano minacciati da Amico, il quale avrebbe inviato “un mafioso al giorno, un gruppo di mafiosi al giorno”.
TENTACOLI SULLA POLITICA
Forse sono proprio quelle di Amico le rivelazioni più scottanti e per questo sono quasi interamente coperte da omissis. Dopo aver ammesso di conoscere «molto bene» l’ex sindaco di Verona Flavio Tosi, essendo stato coordinatore cittadino di Canicattì del movimento “Fare”, Amico ha fatto riferimenti ai tentacoli del consorzio mafioso sulla politica e le istituzioni. «Questa gente è in grado di infiltrarsi ovunque, su tutto il tessuto sociale. Cioè infiltrarsi in politica». Le infiltrazioni sarebbero anche all’interno di pezzi deviati delle forze dell’ordine da cui i clan puntano a carpire «notizie e novità».
QUALCUNO MUOVE I FILI
«Quindi è una cosa molto grave – ha aggiunto Amico – sia nei confronti della mia incolumità che nei confronti dei magistrati che hanno questo caso. Il mio dovere morale – ha detto ancora – è anche questo. Fermare queste persone per non creare un danno anche ai qui presenti», ha detto il pentito rivolgendosi agli inquirenti. «Qualcuno muoverà i fili», è la sinistra predizione. «E questo qualcuno può essere semplicemente l’unica persona dell’indagine Hydra di cui quando sarà il momento opportuno parleremo». Omissis.
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