Prete, consacrato e disabile
Non è per vantarmi, ma è importante la mia presenza nel mondo. Sono indispensabile, ma non per qualche mia dote particolare, ma per ciò che io sono e che rappresento agli occhi di Dio e degli uomini. Non sono il solo, d’accordo, ma ciò nulla toglie all’importanza che ho.
Il mondo ha bisogno di chi lo relativizzi, di chi, col solo fatto di esistere, metta in dubbio le basi su cui fonda le proprie certezze, di chi ne scopra la fragilità e mostri la perversione di una politica interessata al solo esercizio del proprio potere.
Se da ragazzo giocavo a fare il ribelle, è solo a maturità inoltrata che sono diventato ciò che davvero il mondo teme e disprezza: prete cattolico, consacrato nel mondo, uno dei tanti disabili. Sono ora la persona in base alla quale si dovrebbe misurare il livello morale di una civiltà e di una nazione.
Non c’è nel mondo libro più censurato della Bibbia, non c’è categoria più perseguitata dei cristiani e non c’è persona più disprezzata di chi si dichiara apertamente cattolico. Se almeno a parole ci si proclama rispettosi verso la Chiesa, ogni freno si spezza alla sola presenza di un prete, che si calunnia senza ritegno come sicuramente pedofilo, ipocrita e attaccato al denaro.
Come i demoni alla vista di Gesù nei vangeli, l’intolleranza degli atei non resiste a manifestarsi alla presenza del prete. Eppure è proprio lui, il prete, a dare dignità a ogni essere umano; se non ci fosse lui a sostenere una tesi diversa, tutti accetteremmo di considerarci animali tra tanti, forse solo un po’ più complessi, nati per puro caso da un caos senza inizio e senz’altra destinazione alla fine che il nulla. Il prete sostiene invece la nostra parentela con Dio e basa tutta la vita su questa pazzia che sente l’urgenza di comunicare a chiunque.
Il mondo non vuole il mio Dio, non sa che farsene di un Dio crocifisso, che nel suo profondo disprezza e di cui non vorrebbe mai essere l’immagine in terra. Questo Dio per di più vuole trasformarsi ogni giorno in una cialda che ci ordina poi di mangiare: è l’Eucaristia, la più potente manifestazione di un Dio talmente umile e fragile da farsi masticare come pane azzimo pur di vivere in noi.
L’onnipotenza divina si è fatta schiava del suo amore per noi e questo, piuttosto che commuoverci, rende intollerabile vedere persino un piccolo crocifisso a chi non ne vuole sapere di amare, ma di Dio vorrebbe solo il potere.
Quanti si convincono di non poter essere amati e si accontentano di essere almeno temuti! E così fantasticano di un Dio in cui possano adorare sé stessi, Padrone del cielo e della terra, schiavo a nessuno, regnante beato nell’alto dei cieli e indifferente a ogni creatura.
Solo il prete non ci crede a questo Dio dei potenti e dissacra ogni potere mondano, perché lui fa l’Eucaristia e dà con essa la dignità di figli di Dio a ogni persona. È da qui e da null’altro che nasce l’uguaglianza e la fraternità tra gli esseri umani e senza di me, di me come prete, questo non sarebbe possibile. E poi, scusate, se non ci fossero i preti a sostenere il valore infinito di ogni essere umano, l’umanità cesserebbe di esistere sotto i colpi del puro ateismo.
Nemmeno un ateo resiste infatti al peso delle proprie teorie: non è umano, non ci si alza la mattina dal letto senza uno scopo, non si può vivere rassegnati alla propria presunta inconsistenza. Il suicidio è stato per alcuni l’unico modo per provare, a sé stessi e al mondo, di non essere solo un ammasso di cellule, ma una creatura in possesso di libero arbitrio, in grado di amare e odiare, godere e soffrire. Darsi la morte per dimostrarsi liberi e vivi è l’esito assurdo a cui inevitabilmente si arriva, se si parte da ancor più assurde premesse.
Chi si illude negli anni di avere il dominio della vita propria e degli altri, quando incontra il dolore, cade nello stesso baratro assurdo, fino a voler anticipare la propria morte illudendosi così di averne il dominio.
È assurdo questo mondo di intelligenti, che preferiscono dubitare della propria esistenza – sarebbe la nostra mente a creare la realtà in cui viviamo – pur di non essere alla pari degli altri, amati immensamente da Dio, ma in unico abbraccio che contiene l’umanità tutta intera.
Il mondo odia che io sia un consacrato, perché con i voti di castità, povertà e ubbidienza non desidero ciò di cui esso si vanta, ciò che lo fa sentire vivo e signore: una sessualità come competizione sportiva, una ricchezza come affermazione del proprio valore, un potere come mezzo per sentirsi divini. Il consacrato è l’unico vero ribelle, perché vive una vita incomprensibile al mondo.
Vive per scelta come nessun altro vorrebbe, fidando nella provvidenza di Dio: nella precarietà dell’obbedienza alla volontà di altre persone, senza il sostegno e la consolazione di una famiglia, senza la protezione di un gruzzolo in banca. Se vive in mezzo alla gente come uno tra tanti, diventa lievito impercettibile che sposta equilibri e dona speranza: è lo 007 inviato da Dio.
Io valgo ancor di più perché sono malato. È il sacerdozio il vertice a cui possa aspirare un essere umano, ma la sfida più alta, ciò che più ci assimila a Dio, è vivere con serena fortezza la fragilità.
Il nostro limite è il nostro unico vanto, perché l’unica cosa che abbiamo potuto donare noi a Dio. È solo facendosi uomo, limitata creatura, che il Figlio di Dio ha potuto amare suo Padre come Figlio obbediente; è solo facendosi bisognoso di consolazione e amicizia che è riuscito a farsi amare da noi. Come amare e servire, infatti, chi non ha bisogno di nulla?
È ciò di cui il mondo non vuole convincersi: non c’è da nutrire alcuna vergogna ad aver bisogno di aiuto. Sono un disabile e dovrei più spesso vantarmene, perché col solo mio esistere e dover chiedere aiuto permetto all’umanità di passare dalla legge della giungla, dove sopravvive il più forte, alla protezione del debole della civiltà umana.
È il nostro estremo bisogno di tutto a renderci estranei al regno animale: siamo le uniche creature prive nel corpo di efficaci mezzi di difesa o di attacco e possiamo contare solo sulla nostra inventiva. Da qui sono nate tecnologia, scienza, ricerca storica e psicologia, antropologia e medicina; da qui è nata anche l’arte, per condividere le proprie emozioni e donare consolazione a chi soffre. Dalla comunione di vita di persone che vivono nella fragilità è nato tutto ciò che ci connota come esseri umani.
Avete quindi tutti bisogno di amarmi. Se non vi prendete cura di me, vi si atrofizza la mente, oltre che il cuore. Se non mi state vicino, vivete l’angoscia di esser voi stessi un giorno scartati da coloro per i quali siete oggi di esempio. È la mia debolezza a ricordare all’umanità che il possesso della perfezione è un desiderio illusorio di felicità.
Dio non ha affatto trovato indecoroso o blasfemo che entrasse nella SS. Trinità un corpo umano ferito, l’umanità crocifissa del Figlio. E così ci troviamo ad adorare un Dio ferito. Non è che si adori la sofferenza, a meno che non si sia psicopatici: Gesù l’ha provata e non l’ha affatto gradita.
Non è la sofferenza ad attirare i cuori di chi già soffre di suo, ma è la libertà di Gesù di fronte al male subìto ad attirare i nostri occhi: la crudeltà degli uomini non gli ha sottratto la sua identità, ciò che gli impediva di agire non gli ha impedito di amare. È questo mite, fortissimo amore che, prepotente, ci attrae.
Odio la lancia che ha trafitto il suo petto e fuggo dalla sofferenza che ha allargato il suo cuore, ma quella lancia ha aperto il passaggio e la sofferenza ha creato lo spazio per accogliere persino me nelle fiamme del suo purissimo amore. Questo è quanto di più umano Gesù abbia fatto, oltre tutto, perché amare, in fondo, è l’unica cosa che caratterizza davvero gli esseri umani.
La disabilità per un gatto è l’incapacità di cacciare, per un uccello è l’impedimento a volare, ma per gli esseri umani è l’esser diventati incapaci di amare, per delusione, amarezza, rabbia o rivalsa, disperazione o stanchezza. La capacità o meno di amare è ciò che distingue le persone tra loro; gli abissi dei peccatori e le vette vertiginose dei santi hanno maggiore distanza tra loro delle nostre diverse abilità cognitive o motorie.
A guadagnarci l’amicizia con Dio, d’altronde, non è la nostra maggiore o minore abilità nel salto con l’asta, né la nostra più o meno profonda capacità di comprensione di un testo, ma solo il saper gioire di lui e della sua presenza amorevole, il che significa amarlo.
So di esservi indispensabile anche perché è da come vi comportate con me che potete essere annoverati o meno tra gli esseri umani. Non c’è umanità in coloro che si approfittano degli inermi e dei deboli, che uccidono, abortiscono, o invece esaltano coloro che soffrono come fossero eroi o santi da venerare, per metterli poi da parte e ignorarne i bisogni. È quando chiedo di accompagnarmi in bagno che distinguo i cuori umani da quelli bestiali.
Non crediate di essere in qualche modo diversi, ognuno vive una diversa fragilità personale: quel disagio che provate a stare vicino a un corpo difforme non è che lo stesso mio limite, portato da me nel corpo e da voi nella psiche. È la vostra fragilità, dovrete conviverci. I rivoluzionari e gli innovatori hanno suscitato meno emozioni e domande di quelle che suscita il solo mio corpo: è per questo che io conto per voi molto di più e rivesto maggiore importanza nella vita concreta degli esseri umani.
Non abbiate paura di me, non potrei prendervi a schiaffi nemmeno se vi avvicinaste abbastanza. Se provate angoscia a vedermi, anch’io l’ho vissuta e so di non esserne io ora la causa, che è invece l’immagine vostra in un possibile futuro di sofferenza, che ora non sapreste affrontare.
La vostra cura è però frequentarmi, imparare da me cosa significhi essere ciò che noi siamo, per scoprire che il dolore può anche toglierti tutto, ma non il fatto di essere sempre un essere umano. Se non imparate a stare con me, sarete sempre infelici e insicuri.
Per questo io valgo più dei vostri filosofi. Sono prete, sono consacrato, sono disabile, sono merce rara e preziosa da possedere al più presto, quanto di più perturbante possiate incontrare. Lì dove prima non percepivate che buio e silenzio, vi turbo indicandovi un Padre; metto dubbi sulla solidità del vostro presente, avendo il mio fondamento in Dio solamente; e vi angoscio mostrandovi ciò che non vorreste mai accettare: la vostra realtà di fragile creatura bisognosa di amici. Ciò che suscito in voi è però curativo, fidatevi.
Se incontrando un disabile, nel corpo o la mente, scoprite il vostro cuore incapace di amare, non disperate: anche voi avrete diritto, come ogni disabile, a un parcheggio riservato davanti alla chiesa, alla tenerezza dell’amore di Dio e a una totale accoglienza da parte mia o di un prete di cui vi fidate.
In fondo, dovreste saperlo, non si può amare chi di nulla ha bisogno; ma chi non desidera di essere amato? Infatti, una volta imparato come si ama, la scuola non è ancora finita; c’è bisogno di un ultimo corso, un master specialistico in fragilità umana, per imparare, finalmente, a lasciarsi amare.
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