Presunti fondi ad Hamas, i pg della Cassazione in disaccordo con gli inquirenti genovesi: “I documenti israeliani non sono utilizzabili”

Genova. Ha fatto bene il tribunale del Riesame di Genova a escludere i file trasmessi dallo Stato di Israele nell’ambito dell’inchiesta sui presunti finanziamenti ad Hamas fatti arrivare attraverso l’associazione di beneficienza fondata dall’architetto palestinese Mohammad Hannoun, arrestato a fine dicembre insieme ad altre sei persone. Lo scrivono i sostituti procuratori generali della Corte di Cassazione Lucia Odello e Paolo Sansonetti che dissentono con i pm genovesi Marco Zocco e Luca Monteverde che su quell’esclusione hanno presentato ricorso alla Suprema Corte.
Anche per la procura generale della Cassazione, come per il tribunale del Riesame di Genova quelle fonti sono “inutilizzabili” perché “non sono riferite a un soggetto determinabile con “l’impossibilità di esaminare in contraddittorio l’autore della comunicazione”.
Nello specifico, il Tribunale del Riesame di Genova aveva escluso l’utilizzabilità dei file israeliani per due ragioni: anzitutto perché sono trasmessi da fonte anonima dell’intelligence israeliana, un funzionario dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno di Israele, identificato non con nome e cognome ma solo con la sigla Avi. E in secondo luogo perché i documenti, come scrive lo stesso Avi nelle ottanta pagine della nota di accompagnamento, sono stati sequestrati sul campo di battaglia, “rinvenimento – aveva sottolineato il Riesame – non comprovato da nessun verbale di sequestro”.
I documenti israeliani sono stati utilizzati nella maxi inchiesta genovese per provare che le numerose associazioni destinatarie dei soldi inviati dall’Italia dall’Abspp di Hannoun erano in realtà collegate ad Hamas.
Dopo gli arresti di fine dicembre restano in carcere lo stesso Hannoun, considerato vertice della cellula italiana di Hamas e altri tre indagati (Ra’ed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryad Albunstanji). Il Riesame aveva disposto invece la scarcerazione di Raed El Salahat, Adel Ibrahim Salameh Abu Rawwa e Khalil Abu Deiah. E proprio nel ricorso presentato contro la scarcerazione del 48enne di Firenze El Salahat (difeso dagli avvocati Samuele Zucchini ed Emanuele Tambuscio) dove per i giudici di secondo grado, tolti atti israeliani gli indizi erano insufficienti, i pm genovesi avevano chiesto di far rientrare le cosiddette “battlefield evidence”. Per la Procura di Genova quelle prove raccolte sul campo di battaglia sarebbero utilizzabili anzitutto perché ‘Avi’ non è anonimo, ma ‘anonimizzato’ e la sua identità può essere confermata. In secondo luogo perché ai avviso dei pm genovesi anche se quei documenti sequestrati dall’Idf durante la guerra a Gaza fossero stati acquisiti mediante tortura, quest’ultima deve essere provata per ogni specifico documento e non come “contesto” generale.
Pur escludendo gli atti israeliani i pg di Cassazione, nella memoria depositata in vista dell’udienza di mercoledì 8 aprile, ritengono che su El Salahat ci siano comunque gravi elementi indiziari e chiedono ai giudici di rinviare il provvedimento al Riesame. Gli avvocati degli indagati chiedono a loro volta alla Cassazione a scarcerazione di chi è ancora detenuto.




