Pollio :: Le interviste di OndaRock

Incontriamo Fabrizio Pollio in occasione della pubblicazione del suo nuovo album, “Dopo la bomba”. Ne scaturisce una piacevole conversazione, spontanea e mai banale, sul passato, presente e futuro della musica, sia sua che della realtà nella quale siamo immersi.
Il tuo ultimo disco, “Dopo la bomba”, arriva dopo dieci anni da “Humus”, il tuo esordio solista. Nel mezzo una pandemia, grandi cambiamenti politico-sociali e per te, soprattutto, un figlio, quindi anche grandi cambiamenti personali. Alla luce di ciò, “Dopo la bomba” è da considerare più un punto d’arrivo oppure un punto di partenza?
In questo caso, e non è un modo di dire, è esattamente tutte e due le cose. È il punto d’arrivo di un’evoluzione che è iniziata, come hai detto tu, da “Humus”. Questo prende il nome dal concetto di “terreno fertile” e l’evento scatenante ultimo, che accadde proprio poco prima della pubblicazione del disco, fu la morte di mio padre. Perciò lo chiamai così, perché l’humus è la parte fertile del terreno, composta da ciò che, di morto, cade sopra di esso. Sentivo di dover trarre un insegnamento da questo mio lutto e il disco, che già era in lavorazione e che lo sarebbe stato ancora per un po’ – la voce di “Generico”, se non vado errato, l’ho registrata circa tre giorni dopo il funerale – entrava molto nel vivo di questa sensazione. Sapevo però anche che ci sarebbe voluto ancora del tempo prima di “re-inventarmi” completamente da solista dopo la fine del progetto Io?Drama. “Humus”, comunque, è andato bene: ho vinto Musicultura grazie a esso, per esempio.Nel frattempo, insieme a Giuseppe Magnelli (chitarrista, in passato, per i seguenti gruppi: Grenouille, Arturo Fiesta Circo, Io?Drama e AIM, ndr) continuavo a scrivere. Soprattutto prima della pandemia, durante il 2019, io e lui abbiamo avuto un periodo particolarmente produttivo. Siamo stati molto vicini, collaborando spalla a spalla nello studio di casa sua in Brianza, per lavorare tutti i giorni su molti dei pezzi che poi adesso costituiscono “Dopo la bomba”. Eravamo addirittura in procinto di pubblicarli, ma poi, purtroppo, è arrivato il Covid. In quei mesi stavamo portando dal vivo “De André 2.0” (EP di rivisitazione, firmato Pollio, di alcune canzoni di Faber in chiave contemporanea, ndr) nei grandi club underground d’Italia, la maggior parte dei quali andava sold-out e per noi l’esperienza si stava rivelando un grande successo. Con il lockdown si è fermato tutto, compresi i nostri tentativi di provare a far conoscere al pubblico i pezzi nuovi. Non era, evidentemente, il momento giusto per pubblicarli, e nemmeno quello per provare a far uscire una canzone con la volontà di ricordare alla gente che la mia carriera solista era ben lungi dal dirsi conclusa. Il quel contesto è arrivato mio figlio, la grande bomba: una bomba di felicità, una bomba di cambiamento…
Quindi è lui la “bomba” del titolo!
Una delle bombe, sì, perché la sua nascita, come si può immaginare, ha veramente sconvolto la mia vita dal primo secondo. Mi ha consentito di trovare nuova energia, una nuova direzione: è stato lui, con le sue prime parole, dopo poco più di un anno di vita, a ricordarmi cosa volesse dire, nel profondo, essere un musicista. Prima tendevo a “covare” le mie canzoni, cercando di trovare conferme alla tesi secondo la quale, se non riuscivo a pubblicare, forse era perché non fossi poi veramente un musicista. Avevo in parte perso fiducia in me stesso, ed è stato grazie a lui, che adorava sentirmi cantare, se ho ritrovato la forza per tornare a credere nella musica. Quella è stata una grande bomba di felicità, in mezzo a tutte le altre meno liete: la pandemia, le guerre… Avvenimenti che hanno sconvolto gli equilibri di tutti. “Dopo la bomba” è quindi impregnato anche di questo, del groviglio di vita reale e di vita digitale che c’è in ognuno di noi, delle crisi personali che si fondono con quelle collettive. Ormai, infatti, quando si sta male, non si riesce più a capire se è a causa dei problemi quotidiani o di quelli globali: le due tipologie si alimentano a vicenda.
Capisco, è una condizione nella quale mi sono trovato spesso anch’io negli ultimi anni…
In altre parole, per come siamo connessi globalmente e avendo sfide così urgenti da affrontare nel prossimo futuro, non riusciamo a distinguere se questa sensazione generale d’inquietudine è dovuta a sofferenze personali che in qualche modo stanno cercando di sfogarsi, oppure è ascrivibile alla situazione socio-geo-politica attuale. Sotto questo punto di vista, e tornando alla domanda d’inizio, “Dopo la bomba” è quindi considerabile un arrivo.Ma è anche fuori discussione che, dal primo momento in cui l’ho ascoltato su Spotify dall’inizio alla fine, e soprattutto dopo averlo suonato interamente dal vivo all’ARCI Bellezza di Milano a fine gennaio, mi sono reso conto che esso costituisce proprio un punto zero della mia carriera da solista. “Humus” rimane ancora personalmente valido, ho espresso molto di me stesso al suo interno, ma è privo del fuoco che anima “Dopo la bomba”. Era necessario che trascorressero alcuni anni per ottenerlo, poiché arrivavo direttamente dall’esperienza con gli Io?Drama ed era difficile inventarsi uno stile del tutto nuovo in così poco tempo. Adesso mi sento totalmente a mio agio in quello che abbiamo creato. Ci è voluto tanto per arrivare fino a qui, ma vedo buone prospettive, quindi sono certo che sia anche un punto di inizio.
Stai dicendo che allora, tra non molto, potremo ascoltare del materiale inedito che porta la tua firma?
Sì! Non penserete che davvero ne abbia scritte solo sette, di canzoni… [ride, ndr]
La prima bomba è stata lanciata, ma ne verranno lanciate altre, diciamo così…
Certo!
Direi che possiamo passare alla domanda successiva. Visto che mi hai citato gli Io?Drama, la prossima riguarda proprio loro: quanto, di quel progetto, c’è nel tuo nuovo album? Te lo chiedo soprattutto a partire dai componenti che hanno suonato con te al Bellezza. Perché mi è sembrato, da spettatore, di percepire una sorta di atmosfera simile a una vera e propria reunion…
È solo una sensazione in realtà, perché degli Io?Drama “fondatori” nel mio progetto solista non c’è nessuno. Ci sono però due importanti membri che nella band sono entrati più avanti rispetto alla sua nascita, a cominciare da Giuseppe Magnelli, che prese parte al progetto in occasione della pubblicazione dell’ultimo album, “Non resta che perdersi”. Prima lui aveva altri gruppi, che però si sono sciolti, e così abbiamo deciso di unire le forze dal momento che ci conoscevamo già da prima. Abbiamo cominciato a lavorare assiduamente insieme negli Io?Drama, ma in tutti questi anni in realtà ci siamo dedicati principalmente o al mio progetto solista o ad altri paralleli, come ad esempio “De André 2.0”.
L’altro ex-membro è Davide Papa, che dal vivo al Bellezza ha suonato il basso, ma che non ha praticamente mai lavorato ai dischi in studio degli Io?Drama. È sempre stato una presenza molto conosciuta all’interno del circuito della band perché lui suonava nei live ed era una personalità molto entusiasta, ha sempre insufflato anima nei progetti che abbiamo portato avanti. Credo quindi che questa atmosfera, che tu hai percepito, di reunion, fosse dovuta al senso di comunità che siamo riusciti a evocare attraverso i nostri trascorsi. Però, a livello di componenti, l’unico ex-Io?Drama rimane Giuseppe Magnelli, che ha contribuito sia a “Non resta che perdersi”, sia ai due album che ho pubblicato da solista, “Humus” e “Dopo la bomba”, oltre che aver suonato la chitarra in “De André 2.0” e nei ri-arrangiamenti dei cantautori che portiamo nei teatri.Invece a livello di scrittura, a livello di stile, mentre “Humus” aveva degli strascichi degli Io?Drama, nel caso di “Dopo la bomba” è tutto totalmente nuovo. Ho ripreso al massimo l’attitudine alla scrittura degli Io?Drama, di quando ancora non avevo pubblicato nessun album: istintiva e svincolata da condizionamenti esterni, compreso quello di non usare parole non convenzionali. Ciò perché dopo tutti questi anni mi sono ripulito nei gusti, e questa libertà, propria degli Io?Drama, di scrivere e suonare solo quello che mi piace, è alla base di “Dopo la bomba”.
E che tu mi confermi essere meno presente in “Humus”…
Al momento pensavo di averla, ma ora mi rendo conto che per svariati motivi ancora non ero riuscito a focalizzarla appieno. Era una fase artistica in cui, tra le variabili, dovevo anche pensare a come distinguermi dal Fabrizio degli Io?Drama. Era una questione che magari il pubblico non si poneva e che magari non era neanche vera, ma con la quale io mi confrontavo quotidianamente. In “Dopo la bomba” questo problema non me lo sono proprio posto. So di essere Fabrizio degli Io?Drama e il mio passato musicale non mi suscita più alcun senso di inadeguatezza. Fa parte del mio modo di scrivere ormai, e sicuramente uno dei colori che uso ogni tanto viene da quell’esperienza: non c’è nulla di cui vergognarsi.
Ho notato, infatti, che anche il pubblico conosce bene la tua ex-appartenenza agli Io?Drama, perché quando al Bellezza è partita “Nel naufragio” si è proprio emozionato. Passerei alla domanda successiva. Questa è quasi banale: quali sono le ispirazioni o le influenze terze alla base di “Dopo la bomba”? Ci sono? Si possono dire? E se proprio vuoi strafare: quali sono i tuoi quattro album da isola deserta?
Perché non dovrei svelarti qualche influenza di “Dopo la bomba”?
Magari temi un po’ il confronto, qualcuno che possa paragonarti a nomi troppo ingombranti finendo per banalizzare il tuo lavoro…
Da parte mia non vi è alcun riserbo a riguardo, dal momento che tutti gli artisti, anche i più grandi, in fase di scrittura hanno in mente determinati professionisti da cui cercano di trarre ispirazioni stilistiche. Con tutte le canzoni che ormai si hanno a portata di click si finisce sempre per parlare per riferimenti, è inevitabile.
Mi hai convinto! Procedi pure allora.
Premetto che per “Dopo la bomba” non sono dichiarate, nel senso che si possono sentire e io posso anche rivelarle, ma non è mai stata deliberatamente concordata la volontà di prendere ispirazione da un particolare artista. Questa in gergo si chiama criptomnesia: qualcosa che si ha talmente interiorizzato da citarla senza sapere che lo si sta facendo.
Affascinante…
Riprendo la domanda iniziale. Tra i cantautori italiani, dopo anni in cui ho tratto ispirazione da Fabrizio De André, Franco Battiato, Rino Gaetano e Lucio Battisti, sono certo che in “Dopo la bomba” quello che più di tutti mi ha illuminato la via è stato Lucio Dalla: c’è sicuramente un po’ del cantautore bolognese negli arrangiamenti. Nei testi l’ho seguito, non tanto per le parole – secondo me, io e lui non abbiamo lo stesso tipo di linguaggio – quanto piuttosto per quel suo coraggio di essere leggero anche dicendo qualcosa di articolato. Oppure anche per il suo bisogno di poesia: Dalla mi ha fatto tornare proprio la voglia di essere poetico, nonostante tutto e tutti.A livello stilistico, invece, e meno di scrittura vera e propria, posso dirti che per me c’è stata un’onda ispiratrice, che può partire da Hozier e che arriva fino al recentissimo Alex Warren, di artisti a onor del vero molto mainstream. In un brano addirittura abbiamo deciso di citare esplicitamente un genere specifico, cosa che di solito con Giuseppe Magnelli faccio raramente: “Igloo” muove i suoi passi infatti a partire dal mondo britpop, quindi si possono sentire i Blur come i Radiohead, i Beatles e David Bowie.
E per quanto riguarda i quattro album da isola deserta, invece?
Questa domanda è piuttosto difficile. Me la faccio spesso anch’io, ma poi finisco per rispondere sempre con ciò che sto ascoltando maggiormente in un dato periodo. Secondo me, avere solo pochi dischi da portarsi su un’isola deserta significa non ascoltare musica da tanto tempo, o almeno questa è l’idea che ho maturato con l’esperienza.Per molti anni non avrei avuto dubbi, ma adesso già sento di essere andato oltre. Facciamo così: uno dei Radiohead, per sicurezza, me lo porto dietro, e potrebbe essere “Ok Computer” come “Kid A”, nonostante “In Rainbows” e “Hail to the Thief” siano i miei due loro preferiti.
Perché allora proprio quelli del 1997 e del 2000?“Ok Computer” e “Kid A” rappresentano, rispettivamente, la prima e la seconda parte della carriera dei Radiohead, in quel momento di fuoco in cui loro hanno completamente rivoluzionato la scena musicale contemporanea, prima nel pop e poi nell’alternative.
Chiaro! E direi anche che concordo in pieno.
Poi probabilmente mi porterei “Anime Salve” di De André, album che trovo estremamente evocativo a partire dalla copertina, con quella bambina seduta e fotografata in seppia…
E anche qui, non posso fare a meno di concordare.
Come terzo titolo, ti direi uno qualsiasi di Ennio Morricone, qualcosa che sia musica pura insomma. Anche una compilation andrebbe benissimo, quella di Capodanno per esempio [ride, ndr]. Il quarto te lo dico, se mi viene, andando avanti con l’intervista.
Non c’è problema Fabri, anche solo tre vanno benissimo! Prossima domanda. Questa riguarda specificatamente le canzoni del tuo nuovo album. Tra queste, ce n’è qualcuna che ti sta a cuore più di altre? Senza ovviamente sottintendere che le altre non ti piacciano…
Ti posso dire quella a cui abbiamo lavorato più di tutte, ovvero quella che non mi sarei mai aspettato potesse diventare la numero due di “Dopo la bomba”.
Perfetto, vai pure.
“La percentuale”, e cioè la numero due della tracklist. Non mi sarei mai aspettato che potesse piacere così tanto a noi e al pubblico perché è la prima che ho iniziato a scrivere ma al contempo è l’ultima che ho concluso: l’ultima strofa che ho scritto di questo disco è infatti la seconda de “La percentuale”.
Curioso questo aneddoto! Dimmi di più…
Devi sapere che io non scrivo le mie canzoni in maniera “lineare”. Una strofa può essere del 2017 ma venire pubblicata anche dieci anni dopo. Ovviamente, nel mezzo, attuo un lavoro di lima che riporta tutto allo stesso momento, ma l’idea originale può essere nata molto tempo prima. “La percentuale” ha una storia più contorta delle altre canzoni dell’album. Per esempio, “Mi sei mancata tanto” è un conato di sentimento venutomi fuori tutto in una volta. “È solo una fase” ha una storia molto simile: fino a poco tempo fa, alla tua domanda, avrei risposto che fosse lei la canzone alla quale ero più affezionato. Ma “La percentuale” è, per me, la dimostrazione che a volte una canzone ha bisogno di maturare da sola in quanto il suo autore ancora non è pronto ad accettarla, fino a quando i due non si rincontrano durante il processo e allora può essere pubblicata.
A titolo meramente personale, posso infatti dire che “La percentuale” è la canzone più bella di “Dopo la bomba”. La ascolto anche in loop ogni tanto, perché trovo il messaggio del ritornello, quando parli di “votare finalmente per sé stessi”, una coraggiosa e intima presa di coscienza.
Sono contento! “La percentuale” è la canzone con la quale ho chiuso il disco perché mi ha fatto apprendere veramente che ce l’avevamo fatta, che finalmente, dopo circa dieci anni, eravamo di nuovo in studio. Quella strofa l’ho scritta due giorni prima di registrarla perché avevo capito ormai che non mi stavo boicottando e che dovevo continuare a non farlo. Quello che mi aveva portato a fare tutto, a riunirmi con Giuseppe Magnelli e con tutti i collaboratori di una vita, è stato il fatto di non procrastinare più.Allo stesso tempo, però, sentivo che avevo fatto bene ad aspettare, così da essere totalmente convinto del lavoro svolto e poterlo pubblicare in serenità. Volevo andare fiero di “Dopo la bomba”. E poiché “La percentuale” parla proprio di credere in sé stessi – mi sono sentito molto abbattuto in certi momenti e sono convinto che in molti si siano sentiti così, incapaci di avviare progetti che avevano in mente – alla fine è diventata la canzone più importante dell’album, in grado di emozionare perfino me che sono il suo autore.È cresciuta, tra l’altro, in questo nostro mondo di numeri nel quale tutti siamo interconnessi e tutti rappresentiamo la percentuale di qualcosa.
Confermo, si potrebbe dire che sia la canzone più attuale del disco, proprio per i temi che tratta…
Forse sì: so solo che è vera.
Per me lo è sicuramente. Domanda successiva: nei prossimi mesi, o nel prossimo futuro in generale, dove ti possiamo ritrovare, se vogliamo sentirti suonare dal vivo?
Dopo la data del Bellezza, che abbiamo voluto vivere come un release party, stiamo cercando di programmare i prossimi concerti. Alcuni sono già a calendario, anche se ancora non sono stati annunciati, e sono anche di una certa importanza. Oltre a quelli con la band al completo, stiamo valutando di organizzare dei live acustici, soprattutto in occasione dell’uscita del vinile a marzo, così da presentarlo il più possibile come persone in carne e ossa.
Ti ho fatto questa domanda perché adesso si parla spesso di Intelligenza Artificiale, che sta guadagnando un’importanza sempre maggiore anche nel mondo dell’arte. In particolare, circola una teoria secondo cui torneremo molto più volentieri ad ascoltare musica dal vivo perché non sapremo se quello che stiamo ascoltando in streaming sia frutto di un essere umano o di una macchina. Tu concordi con questa visione?
In parte. Penso sì, che andremo nella direzione di volerci essere sempre più dal vivo, ma non penso sarà dovuto alla nostra volontà di certificare se ciò che ascoltiamo sia prodotto da esseri umani o da macchine. Penso che quello non sarà più un problema.
Potresti spiegarti meglio?
Intendo che stiamo andando verso un mondo dove verrà venduta la nostra identità digitale. Le persone tra non molto, mi immagino, manderanno messaggi vocali in cui inventano canzoni in stile Pollio usando la mia voce, e a me, se va bene, arriverà qualche piccola royalty.
La vedi come una cosa inevitabile?
Noi umani ci divertiamo come possiamo. La speranza è che queste identità digitali corrispondano anche nella realtà fisica e che la gente voglia andare dal vivo a vedere i concerti perché, prima di tutto, vuole una vita vera. Per esempio, quanti like ci vogliono per occupare questo tempo relazionale che stiamo coprendo io e te con questa intervista?
È difficile da quantificare, effettivamente…
Non basterebbe una vita intera, di fiammelle e di cuoricini sotto i commenti per farsi capire che ci si vuole bene. Quanti ce ne si deve inviare per allacciare veramente dei rapporti tra di noi? Io mi aspetto che le persone riscoprano il piacere di andare fisicamente ai concerti per coprire questo gap insanabile che abbiamo tra l’eccesso di connessione e il totale vuoto di contenuto, ché non sappiamo più neanche dialogare. L’ho visto al mio concerto: il pubblico era felice.Quindi sì, mi aspetto un ritorno massiccio alla presenza, ma non per andare a verificare se gli artisti siano veri oppure no. Non credo che interesserà più, perché quello digitale e quello fisico saranno due mondi paralleli, e nel mondo digitale sarà comunque possibile certificare la nostra identità. La gente ritornerà ai concerti perché a un certo punto risponderà meramente a una questione di disintossicazione dai social.
Siamo giunti alla fine, e dedico l’ultima domanda ai colleghi di OndaCinema. Se prima ti ho chiesto gli album da isola deserta, adesso ti chiederei i quattro film del cuore, o almeno quelli che tu reputi imprescindibili sia per la tua formazione umana e professionale, ma anche per la storia della Settima Arte. Te lo chiedo, se posso permettermi, “a prescindere dai numeri, a prescindere dai like”.
Assolutamente! Il primo è di certo “Fight Club”. Sia libro che film in realtà, perché secondo me questo è uno di quei casi in cui è stato fatto un ottimo adattamento dalla carta al grande schermo, complice anche un cast di grido e la regia di David Fincher. Un esempio analogo è “Novecento”: il racconto di Alessandro Baricco consta di poche pagine, Giuseppe Tornatore ne ha estrapolato un film di tre ore. Ecco perché è così bello.Poi, uno tra “Ladri di biciclette”, “Umberto D.” e “Sciuscià”.
Si va sul neorealismo italiano, quindi…
Se dovessi scegliere, propenderei per “Ladri di biciclette”, perché mi ha molto toccato la scena della mozzarella in carrozza. Quel momento tra padre e figlio mi ha sempre commosso, alla stregua della scena finale, che descrive un certo tipo di umanità e di comprensione delle difficoltà sociali del tempo. Terzo: “La grande abbuffata”. Mi ha toccato molto fin dalla prima visione, poi l’ho un po’ abbandonato perché, col tempo, quel tipo di estremismo non l’ho più ricercato, però vedi, ora mi è tornato in mente dopo tanti anni. Un quarto titolo potrebbe essere “Favolacce”.
Pellicola molto recente, questa!
L’ho trovata stupenda, sì. In chiusura voglio dare un incoraggiamento a un giovane regista: Francesco Pividori, che ha diretto “Bassifondi” a partire da una sceneggiatura in collaborazione con i fratelli D’Innocenzo (i registi di “Favolacce”, ndr). Il regista usa uno pseudonimo, Trash Secco. L’amore per gli ultimi due lungometraggi che ti ho nominato nasce dal mio apprezzamento, nell’arte, della spietatezza, della brutalità e del crudo.
Si ringrazia Fabrizio Pollio per la sua disponibilità, per gli interessanti spunti di riflessione emersi durante la conversazione e per la simpatia dimostrata tra una domanda e l’altra!




