Piss In The Wind: Confessioni di uno YouTuber :: Le Recensioni di OndaRock
Joji – aka George Miller aka il famoso Pink Guy, celebrità di meme e video demenziali negli anni 10, in particolare quello legato al fenomeno dell’Harlem Shake – torna con un nuovo album, significativamente intitolato “Piss In The Wind”: un titolo che evoca ironia ma anche malinconia, un’immagine beffarda ma che suggerisce anche isolamento e abbandono. Ed è un po’ questo il nuovo corso della sua arte, almeno da quando ha abbandonato i suoi vari alter-ego su YouTube e ha deciso di dedicarsi alla musica a tempo pieno.
La formula su cui gioca, ormai collaudata, è quella di canzoni d’amore oscure e dai tratti melensi e grotteschi, come la già classica “PIXELATED KISSES” che apre il disco: una base fortemente distorta e un testo semplice sull’incapacità di comunicare e di vivere l’amore nell’era moderna (“If you never hear from me, all the satellites are down/ Yeah, they’re all fuckin’ down”).
Non è che Joji si sforzi di essere poi troppo poetico, perché la maggior parte del lavoro lo fanno le “cinquanta sfumature di tristezza”, diciamo così, esplorate in canzoni dalle influenze e dai caratteri diversi, in un eclettismo trattenuto all’interno di un medesimo stile. “Cigarette” è per esempio un rap cadenzato e orecchiabile costruito su un motivetto che riesce ad essere malinconico ma anche a far battere il piede a tempo. “LOVE YOU LESS” va in direzione completamente diversa, con una psichedelia chitarristica lo-fi sporca e fangosa che suona come un Mac DeMarco giusto un po’ più grunge – tolta la voce, ovviamente. “If It Only Gets Better” assume i connotati di una ballad bedroom pop con una ritmica decisa, ma si ferma dopo solo un minuto.
“Sojourn” cambia ancora registro, con un wall of sound elettronico iper-distorto che accompagna un brano che sembra scritto da una I.A. in crisi esistenziale. “DYKILY” si impernia su un forsennato ritmo jungle del tutto fuori contesto e “Horses To Water” risplende di luce propria con tocchi classicheggianti e barocchi e un certo carattere esotico che lo rendono uno dei pezzi migliori.
A metà disco esplode la power ballad – si fa per dire – di “Past Won’t Leave My Bed”, dal refrain immediatamente memorabile e che prende subito il posto di fianco a “Glimpse Of Us” tra le hit sentimentali del cantante.
Ma il culmine della “poesia” si raggiunge probabilmente nella eloquente “CAN’T SEE SH*T IN THE CLUB” (il titolo è censurato, esatto), tanto alienante da colpire al di là dell’intento sarcastico – a questo punto, e specie per uno come Joji, conta poco se si scherza o se si fa sul serio, perché le due cose si equivalgono.
Molte canzoni dell’album durano meno di due minuti, sono affidate ad arrangiamenti lo-fi noise ed esprimono lamenti d’amore (volutamente) melensi con toni ombrosi e desolanti: Joji ne emerge come un improbabile crooner post-ironico, cantore d’amore dell’era digitale che non può che affidare i suoi sfoghi e suoi pianti a suoni adulterati, stridenti e schivi, alla ricerca di un angolo solitario nel quale distinguersi e che faccia da eco ideale alle sue emozioni profonde.
Non c’è da farsi trarre in inganno, però: se molti dei brani suonano spogli ed essenziali, questo non significa che non sia stata operata una ricerca precisa sul suono, che rifugge computer e synth per rifugiarsi in arpeggi di chitarra scheletrici e accenni di piano esitanti. A contrasto, spesso con pieno vigore, basi ritmiche veloci e/o decise più bassi roboanti a tappeto, che ci ricordano che siamo nel 2026 e non in un album alternativo di qualche cantautore incompreso degli anni 90.
In ogni caso, Joji prosegue la strada intrapresa con il precedente “SMITHEREENS” (2022) e pare riallacciarsi anche ai suoi primi tenebrosi e oscuri lavori del 2018, saltando a piè pari e sembra sempre più ricusando l’esperienza “commerciale” – con tanto di featuring di Diplo, Lil Yachty e Yves Tumor, tanto per dire – di “Nectar” (2020). Anzi: su una tracklist di 21 brani, almeno una decina se non di più sembrano registrati apposta con la qualità di demo o sperimentazioni mai portate a termine ma date alle stampe così com’erano. E il punto è che in qualche modo la cosa si risolve in un prodotto tutto sommato riuscito, perché per quanto Joji cerchi di costruirsi un’immagine da artista “alternativo”, i brani sono, nonostante le distorsioni e gli echi e le attenuazioni e la ruvidità dell’insieme, irrimediabilmente piacevoli da ascoltare. Difficile immaginarsi, per esempio, qualcuno di 60 anni che ascolta questo disco in macchina per tenersi compagnia durante un viaggio; ma qualcuno di 30 anni? Potrebbe farlo tranquillamente, e senza dover appartenere alla schiera degli alternativi di alcun genere. Joji è un artista mainstream e “Piss In The Wild” lo conferma. Solo che lo è a modo suo. Un modo sperimentato.
28/02/2026




