Pino Corrias: Riforme, referendum e Ponte sullo Stretto: il 2026 che ci aspetta
Questo articolo è pubblicato sul numero 3-4 di Vanity Fair in edicola fino al 20 gennaio 2026
Al netto delle guerre in corso e del Pianeta che se ne va in malora, il nostro piccolo mondo antico consumerà un altro po’ di ossigeno nel 2026, che calcolato a spanne sarà affollato di ingorghi e di scadenze come capita ai caselli autostradali, dove il calendario e il ceto medio volentieri si incastrano, per il consueto conformismo delle intenzioni collettive, sempre pronte a voltarsi in delusione e rabbia.
Sarà, prima di tutto, l’anno del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati: i pubblici ministeri deviati in una corsia a parte rispetto ai giudici giudicanti, come vuole la destra che immagina, in questo modo, di smagrire il peso delle toghe inquirenti per equipararlo ai diritti della difesa. Ignorando che in questo modo otterrà l’effetto opposto, rendendo i pubblici ministeri dei superpoliziotti più strettamente legati alla polizia giudiziaria e all’esito delle loro indagini, sempre mirate, per ordinamento, alla caccia dei colpevoli più che degli innocenti.
È il primo passo per indebolire l’autonomia della magistratura, dice la stragrande maggioranza dei giudici e delle opposizioni, senza che vengano minimamente risolti i veri nodi della Giustizia, i tempi babilonesi dei processi civili e penali, le migliaia di leggi inutili, la strutturale carenza di organici.
Poi toccherà a quell’altra separazione, persino esistenziale, che la Lega pretende, tra le regioni del Nord e quelle del Sud, eufemisticamente chiamata «Autonomia differenziata», ma che aggraverà gli svantaggi del nostro Meridione dove il lavoro, gli ospedali, la scuola, viaggiano a velocità inferiore, e la scarsità delle risorse investite da Roma in giù peggiora di anno in anno la qualità dei servizi essenziali. E dove finanche le aspettative di vita ne risentono: circa 86 anni l’età media delle donne al Nord, poco meno di 85 al Sud; per gli uomini circa 82 anni al Nord e 80 al Sud.
Nel frattempo Giorgia Meloni punterà a quell’altra riforma costituzionale che prevede l’elezione diretta del premier, con conseguente svuotamento dei poteri del Quirinale, prima di tutto dal suo ruolo di arbitro tra le diverse istituzioni. Un primato della nostra Costituzione democratica che si vorrebbe archiviare tra le cose inadatte ai tempi che si pretendono istantanei per il comando autoritario.
In quanto all’economia, viaggeranno ancora numerose le battaglie politico-bancarie e le virgole giudiziarie per definire la conquista di Generali, la compagnia che gestisce 900 miliardi di risparmi degli italiani, e l’Ilva di Taranto, la più grande acciaieria d’Europa, 10 mila dipendenti a rischio, che contiene il destino dell’industria pesante in Italia, con i suoi monumentali altiforni, i piazzali, le polveri che soffiano sull’eterno dualismo: lavoro contro salute, occupazione contro ambiente.
All’angolo del buonumore ci penserà il solito Salvini che per il quinto anno di seguito – maneggiando il bel plastico del Ponte sullo Stretto – prometterà: «A brevissimo la prima pietra».
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