Petrolio, l’Opec+ valuta un aumento della produzione: pesa il blocco di Hormuz
Con un nuovo conflitto in Medio Oriente che rischia di far impennare i prezzi del petrolio, Arabia Saudita, Russia e altri sei membri chiave dell’alleanza OPEC+ dovrebbero annunciare oggi un aumento della produzione. La riunione virtuale degli otto membri dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e dei Paesi alleati (OPEC+) conosciuti come i «Voluntary Eight» (V8) arriva il giorno dopo l’avvio, da parte di Stati Uniti e Israele, della nuova ondata di attacchi contro l’Iran. Lo scorso anno il gruppo – composto da Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman – aveva aumentato la produzione complessiva di circa 2,9 milioni di barili al giorno (bpd), prima di annunciare una pausa di tre mesi negli aumenti. Ora però lo scenario è cambiato drasticamente. Ancora prima dello scoppio del conflitto sabato, il mercato aveva già incorporato un premio di rischio geopolitico crescente, dopo mesi di rafforzamento militare statunitense nella regione.
«I prezzi relativamente alti sono un buon incentivo per l’OPEC+ a riprendere gli aumenti di produzione» ha detto all’AFP l’analista di Kpler, Homayoun Falakshahi. Prima del fine settimana, Falakshahi aveva osservato che un attacco Usa contro l’Iran non avrebbe necessariamente cambiato la decisione di OPEC+, perchè il gruppo potrebbe preferire attendere e valutare l’impatto sui flussi prima di immettere sul mercato più petrolio di quanto previsto.
Nel breve periodo, l’attacco statunitense probabilmente innescherà «un’impennata massiccia dei prezzi», e ciò che seguirà dipenderà da quanto il conflitto si allargherà, ha detto Falakshahi. Una guerra di lunga durata potrebbe infatti compromettere seriamente le forniture globali di petrolio e far lievitare i prezzi. L’Iran è un importante produttore, ma il rischio principale resta un blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, da cui transitano circa 20 milioni di barili di greggio al giorno, circa il 20% della produzione globale. E non ci sono praticamente alternative per il trasporto del greggio. Solo Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di reti di oleodotti, capaci di trasportare al massimo 2,6 milioni di barili al giorno, che consentono di bypassare Hormuz, secondo la U.S. Energy Information Administration. «Detto questo, anche se gli attacchi restassero limitati, riteniamo che il Brent possa salire intorno a 80 dollari al barile (circa il picco durante la guerra di 12 giorni del giugno 2025), dai 73 dollari di ieri», ha scritto William Jackson, capo economista per i mercati emergenti di Capital Economics. Ma i prezzi aumenterebbero molto di più se il conflitto diventasse prolungato, soprattutto se lo Stretto di Hormuz venisse bloccato per un periodo esteso.
«Questo potrebbe far balzare i prezzi del petrolio, forse intorno ai 100 dollari al barile», ha detto Jackson. Anche se domenica l’OPEC+ concordasse un aumento della produzione di 137.000 barili al giorno, l’impatto sui prezzi sarebbe limitato, soprattutto perchè l’aumento si tradurrebbe in una crescita effettiva di 80-90.000 barili, secondo le stime di Kpler. Aumentare la produzione permetterebbe ai membri OPEC+ di riconquistare quote di mercato di fronte alla concorrenza di altri player come Stati Uniti, Canada, Brasile e Guyana. «OPEC+ preferirebbe prezzi tra 80 e 90 dollari, ma intorno ai 70 dollari al barile è il livello ideale per questa strategia» perchè «non è abbastanza da incentivare ulteriori investimenti dei produttori Usa, ma è accettabile per OPEC», ha concluso Falakshahi.
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