Economia

Petrolio, il surplus di offerta frena i prezzi. Ma il rischio geopolitico resta


L’abbondanza dell’offerta globale di petrolio sta per ora attenuando le preoccupazioni legate ai rischi geopolitici, mantenendo i prezzi sotto controllo nonostante le tensioni in Iran, Venezuela e Russia. È il quadro delineato dall’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), che nel primo Oil Market Report dell’anno conferma una crescita contenuta della domanda e un ampio surplus di offerta nel 2026.

L’Iea ha rivisto al rialzo la stima di crescita della domanda petrolifera nel 2026 a 930 mila barili al giorno, dagli 860 mila indicati nel rapporto precedente, a fronte di un aumento dell’offerta pari a 2,5 milioni di barili al giorno. In assenza di cambiamenti nella politica produttiva dell’Opec+ e salvo un calo più marcato dello shale statunitense, il surplus potrebbe arrivare fino a 3,7 milioni di barili al giorno. Un eccesso strutturale che, per ora, fornisce “un certo conforto” ai mercati e contribuisce a limitare la volatilità dei prezzi.

A rafforzare questa lettura contribuisce anche l’analisi di BloombergNef, che nello scenario centrale stima un prezzo medio del Brent pari a 55 dollari al barile nel 2026, ipotizzando che le tensioni geopolitiche non si traducano in interruzioni significative dei flussi fisici. Secondo BloombergNef, nei prezzi attuali è incorporato solo un modesto premio di rischio, pari a circa 4 dollari al barile.

Il principale fattore di incertezza resta l’Iran. Le proteste interne hanno aumentato i rischi di instabilità politica e di un possibile irrigidimento delle politiche statunitensi. Il Paese è il quinto produttore di greggio dell’Opec+, con una produzione di circa 3,3 milioni di barili al giorno, e un’eventuale riduzione delle esportazioni avrebbe inevitabili effetti sui prezzi. In uno scenario estremo – al momento considerato poco probabile – di completa uscita del petrolio iraniano dal mercato a partire da febbraio, le stime indicano che il Brent potrebbe salire a 71 dollari al barile nel secondo trimestre 2026 e arrivare fino a 91 dollari nel quarto trimestre, qualora la disruption persistesse.

I segnali che arrivano dal mercato delle opzioni indicano che i rischi di rialzo dei prezzi non sono trascurabili. Gli operatori stanno pagando di più per coprirsi da aumenti improvvisi del petrolio e, dall’inizio delle proteste in Iran, il costo di queste coperture su Brent e WTI è cresciuto sensibilmente. La tensione si è ulteriormente accentuata dopo l’annuncio del presidente Donald Trump del 12 gennaio sull’introduzione immediata di dazi del 25% verso i Paesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Iran.

Tuttavia, il contesto resta diverso rispetto a shock passati. BloombergNef ricorda che l’Iran produce meno della Russia e che il mercato petrolifero, nel breve periodo, è ampiamente rifornito: nel 2026 l’offerta globale dovrebbe superare la domanda di 3,2 milioni di barili al giorno. Questo surplus renderebbe il sistema in grado di assorbire interruzioni limitate, anche se una rimozione totale del greggio iraniano potrebbe ribaltare lo scenario in un deficit di offerta.

Il vero outlier resta un’eventuale chiusura dello Stretto di Hormuz, da cui transitano circa 20 milioni di barili al giorno, pari a un quinto dei consumi globali di petrolio. In quel caso, avvertono gli analisti, i premi di rischio sui prezzi del greggio potrebbero impennarsi rapidamente, mettendo fine alla fase di relativa stabilità garantita oggi dall’abbondanza dell’offerta.


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