Perché Marino non è solo un’osteria (e ora c’è un libro che lo spiega)
11.01.2026 – 20.00 – C’è un modo semplice per capire quando un luogo smette di essere un esercizio commerciale e diventa un fatto civile: quando sopravvive ai suoi clienti, ai suoi proprietari, alle mode e perfino alle città che cambiano pelle attorno a lui. L’Osteria da Marino, a Trieste, è uno di questi casi rari. E il libretto che le dedicano Micol Brusaferro e Francesca Sarocchi – che libretto non è – arriva a ricordarcelo nel momento giusto, cioè quando tutto rischia di essere scambiato per folklore. A prima vista potrebbe sembrare l’ennesima pubblicazione celebrativa, figlia di un compleanno tondo e destinata a restare sul bancone insieme ai santini e ai biglietti da visita. Invece Osteria da Marino. Una storia triestina, un secolo è un’operazione più seria, e proprio per questo meno rumorosa. Non fa sconti alla nostalgia e non indulge nell’autocompiacimento: racconta, con misura, come un’osteria possa diventare uno specchio della città che la frequenta.
Trieste, del resto, non è città che si conceda facilmente ai racconti oleografici. Diffida delle cartoline e si fida poco anche dei turisti, che pure oggi la affollano come mai prima. Marino è sopravvissuto perché non ha mai cercato di piacere a qualcuno in particolare. Ha fatto il suo mestiere: stare aperto quando gli altri chiudevano, dare da bere e da mangiare, ascoltare più di quanto parlasse. È così che si costruisce una reputazione vera, non con gli slogan. Il merito del libro sta nell’aver capito che il cuore della storia non è il bancone, ma ciò che vi è passato davanti. Prima Samuele Cesana, costretto a chiudere non per cattiva gestione ma per colpa delle leggi razziali; poi Marino Furlan, che riapre senza cancellare il passato, lasciando gli oggetti dov’erano, come si fa con le cicatrici che non ci si vergogna di mostrare. Da quel momento l’osteria diventa un luogo di passaggio obbligato, un piccolo parlamento senza verbali, dove si discute di tutto e non si decide niente, ma si impara molto.
C’è in queste pagine un’idea antica, quasi dimenticata: che i luoghi contino più delle persone che li attraversano. Marino ha visto entrare operai, studenti, professionisti, massoni, bevitori accaniti e astemi di passaggio. Ha segnato debiti su un quaderno quando la fiducia valeva più di una carta di credito. Ha acceso un televisore quando la televisione era ancora una novità e non una malattia. Non ha mai chiesto a nessuno chi fosse, ma solo cosa volesse bere. Oggi l’osteria è ancora lì, diversa e uguale, sopravvissuta anche al tempo in cui Trieste sembrava non interessare più a nessuno, e poi improvvisamente tornata di moda. Il rischio, ora, è che diventi un simbolo da esibire invece che un luogo da vivere. Un rischio che, almeno per il momento, appare però scongiurato da una gestione nuova solo anagraficamente, ma sostanzialmente fedele alla tradizione: attenta a non trasformare Marino in un feticcio da vetrina, a conservarne lo spirito più che l’immagine, a lasciarlo essere ciò che è sempre stato, un posto dove si entra per stare e non per farsi vedere. Il libro di Brusaferro e Sarocchi serve proprio a questo: a ricordare che certe storie non si inventano e non si celebrano troppo. Si raccontano, con rispetto. E poi si lasciano continuare.
[f.v.]




