Perché l’uccisione di “El Mencho”, passati i disordini, potrebbe aiutare l’economia del Messico

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Buona lettura,
Walter Galbiati, vicedirettore di Repubblica
L’uccisione di Nemesio Oseguera Cervantes, detto “El Mencho”, il capo del Cartello di Jalisco Nuova Generazione (CJNG), è un punto che la presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, ha segnato a suo favore nei rapporti con gli Stati Uniti.
Le minacce di Trump. Non era ancora entrato in carica come presidente, quando Donald Trump a novembre del 2024 annunciò nuovi dazi per il Messico, se il Paese non avesse messo fine al traffico di droga e di immigrati verso gli Stati Uniti.
“Basta abbracci”. Da allora la leader di sinistra Sheinbaum, senza mai cedere ai ricatti di Trump, ha aumentato drasticamente le operazioni contro i cartelli, ponendo fine alla politica degli “abbracci invece dei proiettili” adottata dal suo predecessore, Andrés Manuel Lopez Obrador, che secondo gli esperti aveva permesso l’espansione dei gruppi criminali.
Come con “El Chapo”. L’uccisione di “El Mencho”, il re del fentanil, è la più importante azione contro un leader di un cartello dalla cattura di Joaquín “El Chapo” Guzmán avvenuta nel 2014.
La taglia. Oseguera era uno dei narcotrafficanti più ricercati degli Stati Uniti, sul quale il Dipartimento di Stato aveva messo una taglia da 15 milioni di dollari per informazioni che potessero portare al suo arresto.
Le parole di Leavitt. Lo scorso anno, l’amministrazione Trump aveva classificato il suo cartello come una organizzazione terroristica.“El Mencho era uno degli obiettivi principali dei governi messicano e statunitense in quanto uno dei maggiori trafficanti di fentanil nel nostro Paese”, ha dichiarato domenica la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, aggiungendo che gli Stati Uniti hanno avuto anche un ruolo nell’operazione.
Un favore agli Usa. Ora questo successo del governo messicano – e favore agli Usa – può trasformarsi in una fiche da giocarsi sul tavolo dei rapporti con Trump, in uno scenario economico del Paese non certo dei più favorevoli.
Lo stato dell’economia. L’economia messicana non sta attraversando un periodo felice. Nel 2025, per il quarto anno consecutivo, ha registrato una frenata del Prodotto interno lordo cresciuto solo dello 0,6% rispetto all’anno precedente, inanellando il rallentamento economico più lungo dagli anni Ottanta ad oggi.
Nell’ultimo trimestre del 2025, i dati sul Pil sono stati migliori delle attese (+0.9% contro il previsto +0,8%), ma non quanto basta per far parlare di una inversione di rotta.
Stop ai tagli dei tassi. Nella sua ultima riunione del 5 febbraio la Banca centrale messicana ha deciso di mantenere il tasso di interesse di riferimento stabile al 7%, ponendo fine a un ciclo di tagli costanti durato quasi due anni.
Le previsioni del 2026. Secondo le stime degli analisti di Citi, la previsione è che a fine 2026 il tasso scenda al 6,5%, con una inflazione che dovrebbe attestarsi intorno a 4%.
Sempre per l’anno in corso, la proiezione mediana della crescita del Pil è dell’1,4% con un intervallo di stime compreso tra lo 0,6% e l’1,8%.
Il deficit fuori controllo. La ripresa dell’economia è lenta e deve passare anche da un aggiustamento dei conti, perché il governo sta cercando di affrontare un deficit di bilancio che ha raggiunto il massimo storico degli ultimi decenni, quasi il 5% nel 2024, sceso solo al 4,3% nel 2025.
E il rischio di declassamento da parte delle agenzie di rating che valutano il Messico tripla B, è dietro l’angolo.
Le cause. In questi anni il rallentamento dell’economia è stato in gran parte dovuto alla mancanza di nuovi investimenti, sia privati che pubblici, con dati prevalentemente negativi dalla fine del 2024, mentre solo i consumi interni sono riuscita a mostrare una certa tenuta.
Il Plan Mexico. La risposta della presidente Sheinbaum è stato un piano di investimenti, chiamato Plan Mexico, che prevede 5.600 miliardi di pesos (circa 325 miliardi di dollari) in progetti energetici e altre opere pubbliche entro il 2030 per rilanciare l’economia.
Si tratta di 1.500 progetti che dovrebbero attirare i privati, perché buona parte delle spese è coperta dal pubblico.
Gli acquisti dei messicani. La ripresa del Pil, prevista per l’anno in corso, dovrebbe essere trainata principalmente dalla domanda interna, sostenuta dalla resilienza della spesa delle famiglie, ma senza gli investimenti difficilmente raggiungerà gli obiettivi previsti.
I disordini non aiutano. La recente uccisione di “El Mencho” getta ulteriore incertezza sul quadro economico perché la guerriglia scatenata dal Cartello penalizza il commercio al dettaglio e spaventa gli investitori.
Un aiuto al rinnovo dell’Usmca. Ma se nel breve periodo l’operazione condotta dalle forze speciali potrebbe penalizzare l’economia messicana, è altrettanto vero che, passati i disordini, potrebbe essere il grimaldello nelle trattative con gli Usa per il rinnovo dell’Usmca, il trattato di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada, in scadenza a luglio.
Cos’è. L’accordo, precedentemente noto come Nafta (Accordo Nord Americano per il libero commercio) è stato rinominato Usmca e siglato durante il primo mandato Trump. Entrato in vigore nel 2020 regola gli scambi commerciali tra i tre Paesi.
Il rinnovo di luglio. L’accordo è soggetto a una revisione obbligatoria prima dell’eventuale rinnovo fissato per questa estate e Trump ha già iniziato il suo gioco di tiramolla, minacciando di non voler rinnovare il trattato, puntando a maggiori concessioni.
I vantaggi per l’economia messicana. L’accordo è estremamente vantaggioso per il Messico perché quasi l’85% delle esportazioni del Paese verso gli Stati Uniti rientra in questo trattato, preservandole dai dazi. Solo le automobili, l’acciaio e l’alluminio sono soggetti a tariffe.
Uno scudo anche contro i nuovi dazi. Le merci conformi all’Usmca non sono nemmeno passibili di essere tassate con il dazio del 10% che rimarrà in vigore per 150 giorni, annunciato da Trump il giorno stesso in cui la Corte costituzionale ha giudicato illegittime le tariffe annunciate nel giorno della Liberazione.
L’aliquota al 4,2%. Oggi, secondo i calcoli di Citi, l’aliquota tariffaria effettiva degli Stati Uniti a cui è soggetto il Messico, è al 4,2% e anche con le nuove minacce di Trump non dovrebbe cambiare in modo significativo data l’elevata percentuale di merci già esentate.
L’uccisione di “El Mencho” e la lotta del Messico al narcotraffico potrebbero quindi convincere il presidente degli Stati Uniti a rinnovare l’accordo di libero commercio, sebbene abbia più volte espresso la volontà di abolirlo, garantendo un dazio estremamente favorevole alle imprese messicane.
L’uscita dall’Usmca, al contrario, potrebbe causare un immediato danno economico, esponendo le esportazioni messicane a dazi americani più elevati.
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