Ambiente

Perché le organizzazioni devono superare la gerarchia tradizionale

Da sempre trattiamo la gerarchia come un dogma, una verità ovvia, quasi naturale. Le organizzazioni “funzionano” se qualcuno sta sopra e qualcuno sotto, se le decisioni salgono e le istruzioni scendono, se il controllo è centralizzato e la responsabilità chiaramente allocata. Nel management, la gerarchia non è solo un modello organizzativo: è diventata una credenza implicita, raramente messa in discussione.

Questa convinzione viene spesso giustificata appellandosi alla “natura delle cose”. Ma se osserviamo con attenzione i sistemi naturali, il primo esempio che dovrebbe farci dubitare è proprio il cervello umano. Il sistema più complesso che conosciamo non è organizzato come una piramide decisionale. Non esiste un’area che comanda sempre sulle altre. Le funzioni cognitive emergono dall’interazione dinamica di reti distribuite, che assumono ruoli diversi a seconda del compito, del contesto, delle condizioni. L’autorità è locale, temporanea, reversibile. In altre parole: il cervello funziona in modo eterarchico e auto-organizzato.

Se il sistema più sofisticato mai prodotto dall’evoluzione non si affida a una catena di comando stabile, perché continuiamo a pensare che le organizzazioni umane possano funzionare solo così?

Viviamo oggi in un contesto segnato da incertezza strutturale, interdipendenza crescente, accelerazione tecnologica e trasformazioni continue. I problemi che le organizzazioni devono affrontare non sono più semplicemente complicati, ma complessi: non si lasciano scomporre, non hanno soluzioni ottimali, non possono essere risolti una volta per tutte. In questi contesti, l’idea che un vertice possa raccogliere le informazioni rilevanti, interpretarle correttamente e decidere per tutti è, nella migliore delle ipotesi, ingenua; nella peggiore, un rischio strategico.

La gerarchia funziona quando il mondo è relativamente stabile e le relazioni causa-effetto sono chiare. Ma nei contesti complessi produce spesso ritardi decisionali, semplificazioni eccessive e perdita di contatto con la realtà operativa. I segnali deboli – quelli che anticipano i cambiamenti – raramente risalgono fino al vertice in tempo utile. E quando arrivano, spesso sono già stati filtrati, normalizzati, resi innocui.


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