perché la riforma fa insorgere la categoria
L’Italia è uno strano paese. La vicenda, assolutamente paradossale, che racconterò può capitare a chiunque, ed è un misto di leggi monche, paternalismo e ideologia.
Il tutto riguarda una comunità professionale, quella degli psicologi, professionisti d’aiuto, in ampia prevalenza donne (82%), naturalmente caratterizzata da una propensione a dedicarsi al prossimo. I dati sui redditi medi arrivano a stento e solo negli ultimi anni alla quota di 28.000 € l’anno, configurandosi come una delle professioni che sopravvive in una condizione storica di relativa precarietà e che, grazie a questa vicenda, rischia di sprofondare in una criticità ancora maggiore.
Gli psicologi sono una professione giovane, nata nel 1989 e tuttora assediata dalla tentazione di molti a svolgere, senza particolari qualifiche, attività similari come quella del counselor o del coach. Una vita difficile, un lavoro complicato.
La vicenda di oggi racconta, come anticipavo, di un paradosso, e nasce da lontano. Quando infatti, nel lontano 1996, la riforma Dini, nel tentativo di sanare i conti eternamente in rosso dell’Inps, introduce il sistema contributivo, i professionisti italiani si trovano improvvisamente chiamati a sopravvivere, negli anni di pensione, esclusivamente con i propri contributi versati nel tempo. Lo Stato, in questo caso, ha trovato il modo, con le casse private “del 103” (ovvero istituite dal D.L. 103/1996), di, detta male, lavarsene le mani, scorporando dai conti pubblici l’esigenza di sobbarcarsi il problema della previdenza dei liberi professionisti, 1,4 milioni di contribuenti che non bussano più alle porte del sistema.
È un meccanismo giusto ma implacabile, soprattutto nei primi anni della sua applicazione, quando i professionisti italiani, gli psicologi tra questi, si sono trovati a dover sopravvivere con pochi anni di contributi versati, e di conseguenza con pensioni davvero risicatissime, incapaci di garantire, da sole, la sopravvivenza.
Le prime pensioni erogate dall’ente di previdenza degli psicologi italiani non arrivavano, per capirci, ai 100 € al mese, creando un’aperta violazione del principio costituzionale che prevede che lo Stato assicuri ai propri cittadini una pensione che permetta una sopravvivenza dignitosa. Da allora, gli anni passano, e ne passano tanti, senza che nessuno faccia nulla, durante i quali man mano gli anni di contribuzione aumentano e le pensioni assomigliano a quello che dovrebbero essere. Nel frattempo gli psicologi imparano la lezione: durante la vecchiaia, ce la dovremo cavare. Molti lavorano ben oltre i 65 anni, altri sopravvivono grazie al coniuge o ai figli, i più fortunati si organizzano acquistando per tempo box e pensioni integrative. Sono vittime della patologia di un sistema implacabile in fase di prima applicazione, che solo con l’intera carriera contributiva è in grado di produrre una pensione effettiva.
Ma ecco il paradosso.
Dopo avere a lungo atteso, gli psicologi sono oggi vicini al sospirato momento in cui la patologia acuta è superata, e si trasforma in un male cronico con cui si convive. Oggi i professionisti vanno in pensione con 30 anni di contributi e le nuove pensioni medie erogate, per la prima volta, si avvicinano alla pensione “sociale” Inps. Non vacche grasse, ma è una pensione. Minima. Dopo che un paio di generazioni di psicologi hanno imparato a convivere con questa realtà, qualcuno tira fuori dal cappello l’uovo di colombo. Cosa che, come spesso accade con le iniziative estemporanee, radicali e tardive, invece che risolvere, trasforma la situazione da difficile a drammatica.
Ora, e solo ora, con trent’anni di ritardo, viene rispolverata la Costituzione, dimenticata quando serviva davvero. Viene proposta la soluzione a un problema che, nella sua forma grave, non c’è più. Ore che le pensioni minime ci sono e garantiscono un livello minimale di sopravvivenza, viene proposto di raddoppiare (quasi) i contributi previdenziali per aumentare le pensioni: dal 10 al 15% di contributo soggettivo, +50%, e dal 2 al 5% di integrativo, il 150%, che in teoria paga il cliente ma che in molti casi i professionisti si sobbarcano. Una mazzata.
Raddoppiare i contributi previdenziali per aumentare le pensioni è come prendere un forte antibiotico quando la febbre è passata: fa male e serve a poco. Ad aggravare il quadro, è già possibile per gli psicologi conoscere la pensione futura e versare una percentuale variabile di contributi all’ente di previdenza. La riforma della previdenza degli psicologi elimina quel grado di libertà.
Gran parte della comunità professionale degli psicologi italiani, naturalmente, è insorta. I più giovani, e i professionisti con i redditi più bassi, temono di non essere in grado di fare fronte alle nuove aliquote contributive, che si assommano all’imposizione fiscale, esponendo gli psicologi a una “nuova austerity” o a inadempienze che rischiano di costare care in termini di sanzioni e interessi. Con il rischio, per nulla indifferente, che si moltiplichi il fenomeno di un’“evasione per necessità” tipico del popolo delle partite Iva in crisi.
Gli altri psicologi, quelli che hanno di che sopravvivere, hanno del resto quasi tutti imparato dall’esperienza di chi è venuto prima di loro, molti si sono organizzati con progetti di vita e di investimento di cui, a questo punto, reclamano il diritto sacrosanto. Perché più denaro nella previdenza di primo pilastro significa un investimento obbligatorio, rigido e vincolato. Significa non poter accedere ai propri montanti previdenziali per nessuna ragione e in nessun modo, se non spalmata nel tempo di una presunta, futuribile sopravvivenza.
Come dice un detto veneto, è molto peggio la toppa del buco che vorrebbe coprire. Il tutto è promosso da un gruppo dirigenziale dell’ente di previdenza privato Enpap animato da un vero furor sanandi, tetragoni al fatto di agire senza il sostegno e anzi contro la comunità che li ha eletti. Un problema, grave, la trovo una forma di perversione del ruolo di rappresentanza.
Un evento emblematico: sul portale Enpap compare un questionario in due domande in cui si chiede: “quanto vorresti come pensione, 500, 1000 o 2000 euro?”. E basta. Come nella comicità del comico Massimo Catalano, buonanima, che chiedeva: “è meglio essere ricchi e sani o poveri e ammalati?”. Senza dire che non è gratis, ma che la pensione costa cara, e costa oggi.
Nel frattempo, buona parte della categoria dei 90.000 psicologi italiani iscritti all’ente di previdenza si sta progressivamente attivando: vengono raccolte migliaia di firme contro, sui social volano minacce e insulti, il clima è rovente. Qualcuno propone sit-in e manifestazioni in previsione del 23 aprile, primo passaggio della riforma più discussa di un’intera categoria professionale. Il tutto, come nella migliore tradizione paternalista, giustificato dal fatto di farlo “per il bene” di chi quel presunto bene postumo, non lo vuole più. Perché compromette la vita quotidiana di molti e i progetti per il futuro di una comunità professionale in eterna crisi.
Una lotta intestina che apparentemente ha a che fare con un tema di soldi, ma che ha a che fare con uno Stato che si è dileguato, lasciando i professionisti a dirimere l’eterna dialettica tra statalismo e liberismo, tra imposizioni e libertà.
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