Cultura

Perché Jay Kelly è il grado zero della nuova carriera di George Clooney

Esiste un momento preciso nella parabola di ogni grande divo in cui il riflesso dello specchio smette di restituire l’immagine del mito per svelare le crepe dell’uomo. Per George Clooney quel momento ha un nome e un volto, Jay Kelly.

Nell’omonima pellicola firmata da Noah Baumbach, presentata come una commedia agrodolce ma velata di malinconia, Clooney mette in scena il funerale del suo simulacro. Il vero paradosso del Sé cinematografico.

Clooney allo specchio

“Sai quanto è difficile essere sé stessi?” La domanda che tormenta il protagonista Jay Kelly (una star il cui raggio d’azione coincide millimetricamente con quello di Clooney) è un’istanza ontologica. Jay è un uomo che ha barattato i priroi ricordi con dei fotogrammi. “Tutti i miei ricordi sono film”, confessa, in un momento di lancinante lucidità.

Dopo trentacinque anni passati a scivolare da un set all’altro, il confine tra la persona è il personaggio è diventato terra di nessuno, un deserto affollato di addetti stampa (una Laura Dern sempre impeccabile) manager tormentati (Adam Sandler in una prova di sottile nervosismo) e uno stuolo di assistenti pronti a garantirgli una fetta di cheescake in ogni angolo del globo. Ma sotto la patina glamour, Baumbach e la co-sceneggiatrice Emily Mortimer scavano un nocciolo di solitudine siderale.

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Se il primo Baumbach era caustico e cerebrale, il regista di Jay Kelly appare innaturaturalmente dolce, quasi tenero. Il cinema del rimpianto sostituisce il cinismo con la nostalgia. e la scena d’apertura è emblematica.

Nella scena, Jay non riesce a non riesce a finire un film poliziesco perché ossessionato da una scena di morte che vuole rifare all’infinito. È il terrore del “buona la prima”, che nella vita reale, a differenze del set, non è concesso.

Il film segue Jay in un pellegrinaggio verso la Toscana per ritirare un premio alla carriera che sa di bilancio definitivo. Il viaggio è costellato di macerie affettive. Una figlia maggiore (Riley Keough) che ha scelto l’oblio pur di non essere un’appendice del padre, e una minore (Garce Edwards) che preferisce la libertà francese alla compagnia di un genitore sempre assente.

Il nuovo ritmo di George

Nonostante alcune derive forse eccessivamente patinate (una sorta di Fellini in versione light) l’opera brilla quando permette a Clooney di essere sgradevole. Jay Kelly è tutto il contrario di un eroe; è un uomo che ha tradito amici (il Timothy di Billky Crudup) e ignorato mentori (un magnifico Jim Broadbent) sull’altare della propria rilevanza pubblica.

Ma è proprio con questo ruolo che assistiamo alla rinascita artistica di Clooney. “Ho ritrovato il mio ritmo”, ha dichiarato l’attore a Variety, e si vede. La sua interpretazione è un esercizio di grado zero: spogliato dall’armatura dell’affabilità, Clooney trasforma il suo leggendario sorriso da arma di seduzione in maschera tragica. “Se cerchi di restare un protagonista romantico alla mia età, diventa triste”, ha detto Clooney a Variety. “Non voglio essere patetico”.

In Jay Kelly l’attore di serie A accetta di interpretare un artista egocentrico che arrivato al culmine del successo scopre di aver apparecchiato un tavolo per un solo ospite, il suo manager. Per questo Jay Kelly segna una nuova era. Non è più tempo del divismo rassicurante, ma quello di una vulnerabilità nuda, quasi spietata.

George Clooney ha finalmente smesso di recitare la parte della star per iniziare a esplorare l’abisso che si nasconde dietro quella luce abbagliante. Ed è forse la sua performance più onesta di sempre.

Intervista Variety

Foto copertina: Copyright by production studio and/or distributor


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