Cultura

Perché il cinema dei remake non è in crisi: il problema è che non sopportiamo l’idea che il nuovo possa essere migliore

Perché il cinema dei remake non è in crisi: il problema è che non sopportiamo l’idea che il nuovo possa essere migliore

C’è un momento preciso, ormai ricorrente, che accompagna ogni annuncio di un remake: non l’uscita del trailer, non le prime immagini, ma il giudizio. Arriva subito, spesso prima ancora che il film esista davvero. “Non serviva”, “l’originale era intoccabile”, “ennesima operazione nostalgia”. È una reazione automatica, quasi riflessa, che dice molto meno del cinema e molto di più di come abbiamo imparato a guardarlo.

Il remake, oggi, è diventato il capro espiatorio perfetto. Non importa che genere tocchi, che pubblico voglia intercettare o che linguaggio utilizzi: viene percepito come un sintomo di stanchezza creativa, o peggio pigrizia, come se il cinema avesse improvvisamente smesso di raccontare storie nuove. Ma questa lettura è superficiale, e soprattutto storicamente miope. Il cinema ha sempre rifatto se stesso (lo diceva pure il compianto Sidney Lumet). Ha sempre rielaborato miti, romanzi, film precedenti, storie già raccontate. La differenza è che un tempo non vivevamo in un ecosistema culturale dominato dal confronto costante, dall’archivio infinito e dalla nostalgia iper-consapevole. Oggi ogni remake nasce già condannato a essere messo accanto a un ricordo, non a un’opera.

Ed è qui che iniziamo a guardare male

Scarface – Universal Pictures

Negli ultimi anni abbiamo visto arrivare remake che, indipendentemente dal loro valore finale, hanno provato strade diverse. Alcuni hanno scelto la fedeltà estetica, altri hanno spostato il baricentro tematico, altri ancora hanno cambiato tono, pubblico o sensibilità. Eppure il dibattito che li circonda raramente entra nel merito di queste scelte. Si ferma prima. Si arena sul confronto emotivo con ciò che ricordavamo. Quando un remake riprende una storia amata, la domanda più frequente non è “cosa sta provando a dire?”, ma “perché non è come lo ricordavo?”. È un metro di giudizio comprensibile, ma profondamente limitante, perché trasforma il cinema in un museo e non in un linguaggio vivo.

Pretendiamo che un film contemporaneo ricrei esattamente l’effetto che un’opera del passato ha avuto su di noi in un altro momento della vita, con un altro sguardo, un altro contesto, un’altra età. È una richiesta impossibile. Eppure continuiamo a usarla come parametro critico.

La storia del cinema, però, ci smentisce in modo clamoroso. Scarface, oggi considerato un’icona culturale assoluta, è il rifacimento di Scarface (1932),  che nessuno difende più con fervore religioso. La versione moderna non si è limitata a replicare una trama: ha riscritto il senso del potere e dell’eccesso per un’altra epoca, parlando un linguaggio che l’originale non poteva ancora avere. La versione del 1983 ha avuto talmente tanto successo, che digitando “Scarface” su Google la versione del buon Howard Hawks è amaramente sotterrata dal Montana interpretato da un certo Al Pacino. Lo stesso vale per The Thing (La cosa, 1982 – di John Carpenter), inizialmente rifiutato perché troppo distante dal più rassicurante The Thing from Another World (La cosa da un altro mondo, 1951 – di Christian Nyby), e oggi considerato uno dei massimi esempi di horror paranoico mai realizzati. Non ha rispettato l’originale: lo ha superato, proprio perché ha osato tradirlo.

Ancora più radicale è il caso di The Fly. Qui il remake non si limita a funzionare meglio: rende l’originale del 1958 (tradotto miseramente in L’esperimento del dottor K) quasi superfluo, perché usa quella storia come veicolo per parlare di corpo, malattia, decomposizione e amore con una profondità che prima non esisteva. In questi casi il remake non è un’operazione di recupero, ma di riscrittura culturale. E nessuno oggi si sogna di dire che “non serviva”.

Questo porta a una verità scomoda: non è vero che odiamo i remake. Odiamo l’idea che possano riuscire meglio dell’originale. Perché questo mette in crisi un dogma rassicurante: che il valore di un’opera sia fissato per sempre, legato al momento in cui l’abbiamo amata per la prima volta. Accettare che una nuova versione possa essere più efficace significa accettare che il nostro sguardo non sia l’unità di misura definitiva del cinema.

Il vero discrimine, allora, non è se un remake sia necessario, ma se abbia un punto di vista. Molti falliscono non perché esistono, ma perché non osano. Perché si limitano a riprodurre la superficie dell’originale senza interrogarsi sul suo senso profondo. Ma quando un remake prova davvero a rileggere, aggiornare o persino contraddire ciò che viene prima, allora diventa interessante anche quando sbaglia.

Quando il remake fallisce davvero (e non per nostalgia)

Oldboy (2003) – CJ Entertainment

Detto questo, è necessario essere altrettanto chiari: sì, esistono remake che fanno oggettivamente pena. E il motivo del loro fallimento è istruttivo quanto il successo dei casi migliori. Perché dimostra che il problema non è il rifacimento in sé, ma la totale assenza di una visione.

Psycho, di Gus Van Sant, è l’esempio più emblematico. Non viene ricordato come un disastro perché ha tradito l’originale di Alfred Hitchcock, ma perché non ha avuto il coraggio di farlo. È una replica quasi chirurgica, una copia priva di necessità espressiva. Dimostra una verità brutale: rifare un film identico non è un atto di rispetto, ma un vuoto di senso.

Ancora più paradossale è The Lion King. Tecnicamente impressionante, emotivamente anestetizzato. Nel tentativo di rendere tutto “più reale”, il film sacrifica l’espressività, la teatralità, la forza simbolica che rendevano memorabile l’animazione originale. Qui il remake non rilegge: sostituisce un linguaggio con un altro senza capire cosa stava perdendo.

Il caso di Oldboy è ancora più rivelatore. Non solo inutile rispetto all’originale di Park Chan-wook, ma profondamente frainteso. Trasporta una storia culturalmente e moralmente specifica in un contesto che non ne regge il peso, svuotandola di ambiguità e ferocia. Qui il problema non è “rifare”, ma non capire cosa si sta rifacendo, e se poi la toppa la prende uno come Spike Lee, la cosa fa ancora più rumore.

Questi remake non falliscono perché osano troppo, ma perché non osano mai. Hanno paura di disturbare il pubblico, di prendere posizione, di tradire l’originale. E finiscono per produrre film che non dialogano con il passato, ma gli chiedono il permesso di esistere. Un remake senza punto di vista è destinato a essere dimenticato, perché non ha nulla da difendere.

Il problema siamo noi?

C’è poi un aspetto che raramente viene ammesso, forse il più importante: anche noi spettatori siamo cambiati. Guardiamo film sapendo già come verranno discussi, memati, smontati online. Arriviamo preparati alla delusione, spesso desiderosi di confermarla. Questo atteggiamento difensivo non protegge l’originale, lo fossilizza. E impedisce al nuovo di respirare. Celebriamo i remake riusciti del passato, ma neghiamo a quelli presenti il diritto di fallire, crescere, essere rivalutati.

Non si tratta di assolvere l’industria, che spesso gioca sul sicuro e confonde il ricordo con il valore. Ma nemmeno di liquidare ogni rifacimento come un’operazione cinica. Il cinema non è diventato meno creativo, è semplicemente diventato più esposto. Ogni tentativo di riscrittura avviene sotto una lente che amplifica le reazioni, semplifica il discorso e riduce tutto a un verdetto rapido.

Forse il punto non è difendere i remake, né attaccarli. Forse il punto è tornare a guardarli per quello che sono: film che esistono nel presente, con i propri limiti, le proprie ossessioni e le proprie possibilità. Non versioni concorrenti del passato, ma dialoghi imperfetti con esso.

Il cinema non muore quando ripete una storia. Muore quando smettiamo di ascoltare ciò che quella ripetizione prova a dirci.


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