Pensavo l’avessero dimenticata, ora giustizia è fatta

Genova. “Nada non c’è più, però giustizia è stata fatta, finalmente”. Silvia Cella, cugina di Nada Cella, ha lo sguardo frastornato e la voce sottile di chi ancora non ha realizzato cosa è successo.
Pochi minuti prima il presidente della Corte d’Assise di Genova, Massimo Cusatti, ha letto la sentenza con cui condanna Annalucia Cecere, ex maestra di 56 anni residente da anni nel borgo montano di Boves, a 24 anni di carcere per omicidio.
Nada è stata uccisa a 25 anni nello studio del commercialista Marco Soracco. Era il maggio del 1996. Silvia era l’unica sua parente presente in aula per la lettura della sentenza: troppo clamore per la mamma, Silvana Smaniotto, 83 anni, rimasta a casa a Chiavari con la criminologa Antonella Delfino Pesce.
Silvia ha ascoltato la lettura della sentenza con lo sguardo fisso sullo schermo del telefono, su cui ha subito digitato un messaggio diretto a Delfino Pesce: “Colpevole”, ha scritto di getto. Poi si è girata verso i giornalisti: “Lo speravo, ma non me l’aspettavo, il lavoro dei giudico è molto difficile. È una cosa emozionante, stranissima. Sono passati trent’anni, qualche anno fa non l’avrei mai sperato, pensavo che Nada fosse stata dimenticata”.
Nonostante la gioia e l’emozione, Silvia Cella non dimentica il tempo trascorso dall’omicidio: “Trent’anni sono troppi, perché quello che abbiamo adesso o quello che comunque gli investigatori hanno ora, ce l’avevano anche 30 anni fa. Sarebbe stato molto più semplice. Gli investigatori hanno lavorato sulle stesse cose, facendo un lavoro epocale, immenso, perché sentire le persone dopo trent’anni, i ricordi svaniscono, è difficilissimo. Però giustizia è fatta”.
Annalucia Cecere, ex maestra oggi 56enne, all’epoca dei fatti 27enne, è stata condannata a 24 anni di carcere per omicidio volontario aggravato dai futili motivi. Il commercialista Marco Soracco, datore di lavoro di Nada, è stato invece condannato a due anni di reclusione con la sospensione della pena per favoreggiamento: non avrebbe riferito agli inquirenti informazioni utili alle indagini, in particolare sulle telefonate fatte ai tempi nel suo studio da Cecere.




