Basilicata

Pedagogia antimafia, giornata di studi con don Cozzi sul valore educativo dei sacerdoti vittime

Giornata di studi con don Marcello Cozzi sulla pedagogia dell’esempio e il valore educativo dei sacerdoti antimafia vittime


RENDE – Non una semplice giornata di studi antimafia, ma un vero e proprio dispositivo pedagogico collettivo. L’iniziativa “Il sangue dei preti sull’altare delle mafie”, svoltasi nel giorno di San Giuseppe all’Università della Calabria e all’Istituto Superiore di Scienze Religiose “San Francesco di Sales” di Cosenza, ha rappresentato molto più di un momento di riflessione. Si è configurata come uno spazio formativo in cui memoria antimafia, sapere e responsabilità civile si sono intrecciati in una prospettiva profondamente educativa.
Promossa dall’Istituto di Ricerca e Formazione Interdisciplinare sulle mafie “don Peppe Diana”, attivo presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli, in collaborazione con il Dipartimento di Culture, Educazione e Società dell’UniCal e l’ISSR di Cosenza, la giornata ha coinvolto studenti universitari, allievi degli istituti teologici e una significativa presenza di studenti delle scuole. L’iniziativa conferma la centralità della dimensione intergenerazionale nei processi di costruzione della cultura della legalità e della giustizia.

VISIONE TRASFORMATIVA DELLA FORMAZIONE

Ad aprire i lavori, il rettore Gianluigi Greco ha proposto una lettura dell’università che si colloca pienamente dentro una visione trasformativa della formazione. Non luogo neutro di trasmissione del sapere, ma infrastruttura etica e civile.
Le sue parole – «la cultura che non prende posizione è complice» – non rappresentano soltanto una presa di posizione politica, ma un principio educativo fondamentale. Il sapere, per essere autenticamente formativo, deve implicare una scelta, una direzione, una responsabilità.
«Noi siamo altro, vogliamo essere altro – ha spiegato il professore Greco. Vogliamo andare oltre perché l’università non può essere un’isola astratta di sapere, ma un presidio che sa coltivare il coraggio della parola. Siamo voci di idee – ha continuato tra gli applausi dei ragazzi che hanno gremito l’University Club – che non possono terminare».
Non si tratta soltanto di un intervento di apertura ma di una presa di posizione che ridefinisce il senso stesso dell’università nel tempo presente. In queste parole si condensa una visione che rompe con l’idea di neutralità della cultura e restituisce alla formazione una dimensione etica, politica e trasformativa.

LEGGI ANCHE: Pedagogia antimafia, Chiesa e UniCal alleate per costruire cittadinanza attiva – Il Quotidiano del Sud

IL CORAGGIO DELLA PAROLA

L’affermazione «noi siamo altro, vogliamo essere altro» introduce una ri-costruzione simbolica: l’università non si riconosce come semplice istituzione riproduttiva, ma come soggetto che sceglie di collocarsi criticamente dentro la realtà.
In chiave culturale, questo passaggio è decisivo. Significa sostenere che ogni processo educativo implica una visione dell’uomo e della società.
L’università, dunque, non come spazio separato, ma come luogo di responsabilità pubblica. L’espressione «coltivare il coraggio della parola» introduce, infine, un elemento centrale: il linguaggio come pratica educativa.
Parlare, prendere parola, esporsi: sono atti che costruiscono soggettività e cittadinanza. In contesti segnati dalla presenza mafiosa, il silenzio è spesso complicità, mentre la parola diventa gesto di liberazione.
Da questo punto di vista, il campus universitario si configura come uno spazio in cui esercitare una pedagogia della parola pubblica, capace di formare individui che non temono di esprimere idee, di dissentire, di assumersi responsabilità.

ALLEANZA EDUCATIVA CONTRO LE MAFIE

Accanto a lui sono intervenuti Mons. Antonio Foderaro, decano della sezione San Tommaso della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, e la dirigente scolastica Sandra Grossi dell’I.I.S. “San Francesco di Paola” di Paola, a testimonianza di una alleanza educativa che tiene insieme università, Chiesa e scuola.

Il cuore dell’incontro ha ruotato attorno al valore educativo della testimonianza. Le figure di don Peppe Diana – ricordato nel giorno del suo anniversario di morte – e don Pino Puglisi sono state assunte non come icone statiche, ma come agenti pedagogici attivi, capaci di generare apprendimento critico.
La loro testimonianza rompe la neutralità educativa e costringe a prendere posizione. In questo senso, essa agisce come una “pedagogia dell’urgenza”, che interroga direttamente le coscienze e chiama in causa la responsabilità dei soggetti in formazione.

SAPERE CRITICO

Il dialogo tra magistratura, istituzioni e mondo ecclesiale, coordinato dal docente UniCal di Antimafia, Giancarlo Costabile, – con gli interventi di Beniamino Fazio della DIA di Catanzaro, don Marcello Cozzi dell’IRFI e Annamaria Frustaci, pm della DDA di Catanzaro – ha evidenziato un altro elemento centrale: la necessità di una cultura educativa dell’antimafia sociale.
La complessità del fenomeno mafioso non può essere affrontata attraverso un unico sguardo disciplinare. È necessario intrecciare il sapere giuridico, che analizza e contrasta; la riflessione teologica, che interroga il senso etico e spirituale dell’impegno; la prospettiva pedagogica, che traduce questi contenuti in processi formativi capaci di incidere sulle coscienze.
Questo intreccio genera una forma di conoscenza situata, critica, capace di leggere la realtà e di trasformarla.

La partecipazione congiunta di università, Chiesa, scuola e istituzioni ha dato forma concreta a quella che può essere definita una comunità educante allargata.
In territori segnati dalla presenza mafiosa, la lotta alle organizzazioni criminali non può essere affidata esclusivamente agli strumenti repressivi. È necessario costruire un tessuto educativo capace di generare alternative culturali, sociali e simboliche.

FEDE E GIUSTIZIA

Nel pomeriggio la riflessione è proseguita presso l’ISSR di Cosenza, con gli interventi di don Emilio Antonio Salatino, don Roberto Oliva e Vincenzo Tucci, che hanno approfondito il nesso tra fede, giustizia e responsabilità sociale.
Le conclusioni, affidate a don Marcello Cozzi, hanno ricomposto il senso della giornata: costruire una alleanza educativa stabile, capace di incidere realmente nei contesti segnati dalla presenza mafiosa. L’evento ha mostrato che la cultura dell’antimafia non è un ambito settoriale, ma un progetto complessivo di società che implica una visione dell’educazione come responsabilità pubblica; una concezione della cultura come presa di posizione e un’idea di cittadinanza fondata su partecipazione e giustizia.


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