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Patrick Watson – Uh Oh: La voce del silenzio, il silenzio della voce :: Le Recensioni di OndaRock

Un unico grande successo, “Je Te Laisserie Des Mots”, un continuo saccheggio di brani da parte del mondo cinematografico e televisivo che ha reso familiare il nome di Patrick Watson anche a un pubblico generalista: con questo curriculum il musicista di Montreal affronta il capitolo discografico più complesso della propria carriera. Va però ricordato che il nome Patrick Watson corrisponde tecnicamente a una band, completata dalla fedele polistrumentista Mishka Stein, da Olivier Fairfield e Ariel Engle.

La scelta di avvalersi di un considerevole numero di vocalist come ospiti di “Uh Oh” rischia di essere però fraintesa. Dopo aver perso l’uso della voce, e senza alcuna certezza di un pronto recupero, Watson si è concentrato sugli aspetti più delicati e suggestivi del proprio stile chamber-pop. Il risultato è il suo album più malinconico.
La visione creativa che anima le undici composizioni di “Uh Oh” è strettamente legata alle voci scelte dal cantautore canadese, artisti che sono stati coinvolti pienamente anche quando, recuperata la voce, Watson ha optato per degli atipici e interessanti duetti.
È un disco profondo, meditato, “Uh Oh”, un matrimonio tra la sacralità del gospel, il candore della musica neoclassica e la leggiadria del chamber-pop.

“Ho perso la voce perché parlo troppo forte, ma non riesco a smettere di inventarmi queste cose nella mia testa”. Sono queste le prime parole di Watson, anche se a introdurre il brano d’apertura, “Silencio”, è la sensuale voce di November Ultra. Alle sonorità neoclassiche ed esotiche di “Silencio” spetta in verità anche il compito di mettere a punto le delicate strutture musicali dall’ampio respiro melodico dell’album, appena turbate dalla cadenzata pulsante e smaniosa di “Peter And The Wolf”, un tripudio di synth, voci, sax e clarinetto: una canzone scelta non a caso come singolo, anche per esternare le insolite contaminazioni con rap e hip-hop: Watson ha dichiarato di aver ascoltato con molta attenzione la rapper Cardi B.

Centro nevralgico di “Uh Oh” sono l’estrema cura dei dettagli e le affascinanti interazioni vocali. Il nuovo disco del canadese è un progetto lussuoso e musicalmente colto che va ascoltato come un corpo unico, assaporandone le esotiche influenze: il Mexican flavour di voci e fiati di “Choir In The Wires” e la saudade della malinconica “The Wandering” (con ospiti i MARO che hanno partecipato all’Eurovision come rappresentanti per il Portogallo).
Nonostante l’approccio quasi minimalista in sede di realizzazione – due soli microfoni e non più di due sessioni di registrazioni – la scenografia sonora è brillante e ricca di raffinatezze strumentali. Brani come “Ami imaginaire” e la splendida “House On Fire”, con Martha Wainwright, lasciano il segno grazie a originalità e qualità delle performance.

“Uh Oh” non è comunque un disco facile da collocare nella discografia di Patrick Watson. Per quanto l’artista canadese tenga a bada l’enorme carico emotivo e melodico delle composizioni, le canzoni restano avvolte da un’uniformità a tratti greve, in parte prive di ritornelli immediati (un brano come “The Lonely Nights” è fin troppo tenue). Quel che non manca a Watson è l’ispirazione, e in questo caso anche la motivazione, ed è per questa ragione che nessuna delle composizioni suona superflua.
La romantica e deliziosa “Gordon In The Willow” (con Charlotte Cardin) è una di quelle canzoni destinate a un’estatica ed epica trasposizione live (erede legittima di “Here Comes The River”), mentre la pagina conclusiva, “Ça va”, si candida come potenziale tormentone sulle orme della sopracitata “Je Te Laisserie Des Mots”. E anche se “Uh Oh” non sposterà di un centimetro la credibilità e la fanbase del musicista canadese, difficilmente potrà essere archiviato con sufficienza.

25/09/2025




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