Pasqua, tradizione o crudeltà? L’agnello divide sempre più i triestini
4 aprile 2026 – ore 16:00 – Accanto alle celebrazioni religiose, ai pranzi in famiglia e alle uova di cioccolato, il periodo di Pasqua porta con sé un’annosa questione, legata a uno dei simboli più caratteristici delle festività primaverili: è davvero necessario continuare a portare in tavola la carne di agnello, nel nome di una tradizione ormai consolidata? Oppure si tratta del sacrificio di una creatura innocente, al quale dovremmo finalmente rinunciare? Negli ultimi anni, numerose campagne animaliste hanno scoraggiato con forza il consumo di questa pietanza simbolica, ottenendo l’appoggio di amanti degli animali, consumatori attenti e diversi esponenti della Chiesa cattolica. Questo cambio di paradigma si è fatto sentire anche a Trieste? E come si sono trasformate, nel tempo, le abitudini dei triestini in prossimità delle festività pasquali?
Lo abbiamo chiesto sia alla Lega anti vivisezione (Lav) locale, impegnata, tra le altre cose, nella promozione di una dieta a base vegetale, sia alla storica Macelleria Suppancig, che da oltre un secolo porta carne di qualità sulle tavole dei triestini. Il quadro emerso rivela l’esistenza di una doppia anima della città: da un lato Trieste, notoriamente una delle città italiane con il maggior numero di cani e gatti domestici, manifesta una crescente sensibilità verso gli animali; dall’altro, vanta una cultura culinaria in cui la carne rappresenta uno dei piatti forti, eredità della cucina slava e austriaca. Una premessa. A livello nazionale, l’organizzazione animalista sostiene e auspica un profondo cambiamento culturale verso un’alimentazione “non più basata su crudeltà, sfruttamento e uccisione di animali”. Per la Lav, la vita di agnelli, vitelli e altri animali d’allevamento non vale meno di quella degli animali domestici né di quella umana. Per questo motivo, l’associazione si impegna in azioni legali e nella richiesta di maggiore tutela degli animali, favorendo la conversione verso produzioni alternative.
Secondo i dati diffusi dalla Lav, ogni anno circa 500 milioni di animali vengono trasportati verso i macelli in condizioni spesso drammatiche. Anche negli allevamenti intensivi, secondo l’organizzazione, le condizioni restano critiche, con spazi sovraffollati e uso massiccio di farmaci. “Trieste è una città difficile dal nostro punto di vista per le influenze culinarie di Paesi vicini come Austria o Slovenia”, spiega Patrizia Edera, referente Lav Trieste. Tuttavia, emergono segnali: cresce l’interesse per i ristoranti vegani, aumenta la domanda di alternative vegetali e si registra una maggiore attenzione nei supermercati e nelle scuole verso menù vegetariani. “Oggi, pressoché in ogni supermercato di Trieste, si trovano aree dedicate alle alternative vegetali”, continua Edera. L’offerta è aumentata sia in quantità sia in qualità, con prodotti come burger vegetali e alimenti a base di legumi. Sempre più persone scelgono di ridurre il consumo di carne, anche solo per alcuni giorni alla settimana.
Nonostante questa apertura, Trieste resta legata alla propria tradizione gastronomica. Ne è esempio la Macelleria Suppancig, guidata da Micol Suppancig, che osserva un calo del consumo di agnello ma non della carne in generale. “Non è scomparso, ma è calato”, spiega, evidenziando come la domanda resti alta durante le festività. Interessante anche il cambiamento nella comunicazione del prodotto: alcuni macellai evitano di pubblicizzare l’agnello sui social per rispetto della sensibilità crescente dei consumatori. Il settore della carne, tuttavia, non è in crisi. Anzi, puntare sulla qualità dell’offerta e sulla tracciabilità ha rafforzato il rapporto di fiducia con i clienti. “Il consumatore deve essere informato e consapevole”, sottolinea Suppancig.
Resta però un paradosso culturale: mentre l’agnello suscita crescente empatia, altri animali come il vitello non ricevono la stessa attenzione mediatica. Una differenza che, secondo Suppancig, dipende anche dalla percezione visiva del prodotto. La vicenda racconta, in definitiva, una città sospesa tra tradizione e cambiamento, dove convivono sensibilità etiche emergenti e radicate abitudini alimentari. Chi sceglie di rinunciare alla carne può oggi contare su un’ampia gamma di alternative vegetali, sempre più presenti anche nel mercato triestino.
Approfondimento a cura di Benedetta Marchetti e Lilli Goriup
[b.m.] [l.g.]



