Paralimpiadi, a Verona si parte col piede, le protesi e le rotelle giusti

«Quattro anni fa ho detto che ero sconvolto da quello che stava succedendo nel mondo, purtroppo la situazione non è migliorata. In un momento in cui alcuni paesi sono conosciuti più per i oro leader che per altro, io preferisco ricordarli per i loro atleti». Così il presidente dell’Ipc Andrew Parsons – dopo aver salutato il pubblico con un «Ciao Verona» da concerto rock – propone il mondo paralimpico come un luogo dove si impara «un’altra prospettiva» e ci si confronta «con determinazione e correttezza» uniti «dal rispetto reciproco e dalle regole dello sport».
Non basta la fiamma paralimpica – che attraversa l’Arena sorretta dalle protesi della schermidrice Bebe Vio e accende i bracieri grazie agli ultimi tedofori Gianmaria Dal Maistro (a Milano) e Francesca Porcellato (a Cortina) – per garantire pace in un mondo dove le bombe sono all’ordine del giorno. Ha dovuto rinunciare ai Giochi la delegazione iraniana, rappresentata dallo sciatore Aboulfazl Khatibi Mianaei, perché – data la situazione internazionale attuale – non è stato possibile garantirgli di raggiungere l’italia in modo sicuro.
L’intervento conclusivo di Michaela Benthaus, però, dà la cifra di quello che le Paralimpiadi possono regalare. Ingegnere aerospaziale in forza all’Esa, laureata in meccatronica e astrofisica, è la prima persona in sedia a rotelle ad aver volato nello spazio. Racconta di un mestiere dove non sono solo le sfide scientifiche a contare. «Lo spazio è anche questione di mentalità e di chi pensiamo che allo spazio possa appartenere», dice. E chi siamo abituati a vedere in un determinato spazio, plasma anche le nostre aspettative. «Le leggi della fisica ci dicono perchè cadiamo e come facciamo a volare, ma non spiegano che cosa ci spinge ad andare avanti», prosegue l’astronauta. «I nostri sogni possono essere diversi», dice, «ma tutti vogliamo essere visti per i nostri risultati e per il nostro potenziale, non per la nostra disabilità».
Non basta nemmeno una cerimonia paralimpica per rendere tutto completamente accessibile. Chi scrive ha seguito l’evento da una (spettacolare) postazione a bordo palco – grazie agli sforzi di Fondazione Milano Cortina – perchè la tribuna stampa sui gradoni dell’anfiteatro in sedia a rotelle non si poteva raggiungere.
Ma la gioia di Elisa – 6 anni, occhiali rosa e ruote della carrozzina arcobaleno, seduta accanto a me – che per ore ha sventolato più bandierine dell’Italia di quante le sue manine potessero contenere, racconta che la direzione è quella giusta: il cambiamento comincia con lo sport, ma arriva molto più lontano.
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