Panizzut: “Bossi è stato come un secondo padre”. Il racconto del deputato leghista dopo la scomparsa del Senatùr
21.03.2026 – 16.00 – La scomparsa di Umberto Bossi, avvenuta giovedì dopo una lunga malattia, chiude una stagione politica che ha segnato profondamente la storia italiana degli ultimi decenni. Fondatore della Lega Nord e figura centrale nel passaggio tra Prima e Seconda Repubblica, Bossi ha costruito un movimento capace di incidere nel dibattito nazionale su federalismo, autonomia e rapporto tra Stato e territori. Per Massimiliano Panizzut, deputato della Lega e militante della prima ora, quella perdita ha un valore che va oltre la politica. Il legame con il “Senatùr” nasce infatti agli inizi degli anni Novanta e si intreccia con l’intero percorso umano e politico del parlamentare. «Insomma, di grande tristezza», racconta ricordando il momento in cui ha appreso la notizia, «visto che io sono entrato in Lega Lombarda, al tempo era il 1990, in un paesino in Brianza dove abitavo».
L’incontro con Bossi e l’inizio della militanza
Il primo incontro tra Panizzut e Bossi avviene quasi per caso, ma segna un passaggio decisivo. «Stavo cercando la sala dove c’era appunto un evento della Lega Lombarda e ho incontrato una persona che era in giro da sola in quel momento e mi ha chiesto dov’era la sala dell’incontro, e questa persona era Umberto Bossi». Un episodio che diventa origine di una lunga militanza: «Abbiamo fatto la strada insieme, abbiamo parlato un po’ e da lì è cominciato tutto il mio percorso politico, che dura ormai da 36 anni».

Chi è Massimiliano Panizzut
Nato a Milano nel 1968, Panizzut si avvicina alla Lega alla fine degli anni Ottanta, in una fase in cui il movimento muove i primi passi nel Nord Italia. Dopo l’impegno nelle amministrazioni locali, costruisce un percorso politico radicato nel territorio tra Lombardia e Friuli Venezia Giulia. Eletto deputato per la prima volta nel 2018, è stato confermato anche nella legislatura successiva. In Parlamento si è occupato in particolare di temi sociali e sanitari, mantenendo però un forte legame con le istanze territoriali che hanno caratterizzato la sua formazione politica.
Il rapporto con il leader
Il rapporto con Bossi, spiega Panizzut, non è stato quotidiano ma costante nel tempo. «Dopo due anni lui è diventato senatore e quindi non era proprio facile agganciarlo», racconta, «però la collaborazione sulle cose che ci diceva di fare e a tutti i comizi è durata finché ce l’ha fatta lui». Un rapporto che si definisce soprattutto sul piano ideale: «Era il nostro segretario federale e aveva visioni che andavano oltre quelle che potevamo avere noi al tempo».

“Un secondo padre”
Il legame personale emerge con forza nelle parole del deputato: «Io lo reputo un mio secondo padre, un mio secondo papà, perché ci ha cambiato». Panizzut sottolinea il ruolo di rottura esercitato da Bossi nella politica italiana: «Non dimentichiamoci che prima c’era la Democrazia Cristiana, c’era la famosa partitocrazia e lui ha scardinato questo sistema». Una trasformazione che, secondo il parlamentare, ha portato da una fase di “antipolitica” a una proposta strutturata: «È stato un po’ l’antipolitica che poi si è subito trasformata in politica concreta e in programmi che riportavano un po’ alla questione settentrionale».
Il carattere e la dimensione privata
Al di là della figura pubblica, Panizzut restituisce un ritratto umano complesso. «Non era una persona facilissima», ammette, «perché ovviamente aveva il suo caratterino, ma io penso che fosse tutto dovuto anche allo stress di portare avanti le nostre idee». Il peso della responsabilità, ricorda, era significativo: «La Lega del tempo, che aveva il 4%, aveva 3 o 4 ministri, quindi insomma era una bella responsabilità». Accanto al carattere deciso, emerge però anche un lato più informale: «Sotto quel carattere burbero, quando dopo i comizi o le feste ci parlavi al tavolo era assolutamente una persona simpatica e alla mano». Non mancano gli aneddoti: «Mi ricordo quelli che dicono che li chiamava di notte per fare i gazebo e le cose, quindi non dormiva mai». E ancora: «Tanti gli davano dell’ubriacone, ma lui era assolutamente astemio e beveva litri di Coca-Cola».

La visione politica
Per Panizzut, il tratto distintivo di Bossi resta la capacità di anticipare scenari politici: «È un uomo che ha segnato la politica di quegli anni: aveva una visione. Già negli anni ’90 parlava dell’Europa che sarebbe venuta a prevaricarci». Il cambiamento introdotto dalla Lega viene letto come una rottura rispetto al passato: «È stata riportare una politica a servizio del popolo». Un approccio che privilegiava il territorio: «La nostra maggiore attenzione era per il cittadino e i bisogni del suo paese… stare di fianco ai cittadini sulle problematiche quotidiane».
Federalismo, secessione e autonomia
Al centro della proposta politica resta il federalismo: «Non dimentichiamoci che la rottura è stata quella di parlare di federalismo, che non si parlava dai tempi di Carlo Cattaneo». Accanto a questo, la stagione delle provocazioni: «Poi ovviamente anche con la provocazione della secessione e della formazione della Padania». Una linea che oggi appare superata, ma che ha avuto un forte impatto simbolico e politico. «Cambiavano anche i nemici: “Roma ladrona”… non era inteso come i cittadini di Roma, ma il sistema romano che governava tutto il Paese».
L’eredità per le nuove generazioni
Alla domanda su come sintetizzare Bossi per i più giovani, Panizzut risponde: «Io lo direi padre del federalismo italiano». Una definizione che riconosce anche l’evoluzione del progetto: «Qualcosa di concreto è arrivato… non tramite una rivolta armata, ma una rivoluzione politica di pensiero».
La Lega oggi
Nel confronto tra passato e presente, il deputato evidenzia una trasformazione significativa. «Di base è cambiato», ammette parlando del tema dell’autonomia, «qualcosa si è dovuto mediare». L’obiettivo resta comunque chiaro: «Avere la totale autonomia fiscale, come in certe regioni tipo il Trentino e anche in parte in Friuli Venezia Giulia». Sul partito, la posizione è netta: «Io non ho mai voluto coniugare un partito a una persona». E aggiunge: «La visione di una volta non è più quella bossiana… ma resta ovviamente il discorso dell’autonomia».
L’insegnamento personale
Sul piano umano, il lascito di Bossi è sintetizzato in un principio: «Mi ha insegnato che bisogna lottare non per la famosa “cadrega”, ma per la libertà dei cittadini». Un insegnamento che si lega anche alla sua esperienza personale: «Io prima non facevo politica… ho fatto un percorso».
Il ricordo: la politica in piazza
Infine, il modo scelto per ricordare il leader scomparso riflette il suo stile politico. «Abbiamo deciso di ricordarlo come avrebbe voluto lui, quindi di andare in piazza con il gazebo». Un approccio coerente con la sua storia: «Non avrebbe voluto essere uno che si piangeva addosso». E conclude: «Il miglior modo di ricordarlo è continuare a fare politica in piazza… per le nostre battaglie».
Approfondimento a cura di Agata Cragnolin e Francesco Viviani
[a.c.] [f.v.]



