Cultura

Other Lives – V: Una sinfonia post-rock :: Le Recensioni di OndaRock

Cinque anni di pausa e riflessione non sono stati spesi invano: per Jesse e Kim Tabish (due dei membri degli Other Lives) sono stati l’occasione per poter conoscere altri luoghi e per poter riflettere sul passato. Un periodo che hanno trascorso lasciando l’America e viaggiando in lungo e largo, con un’importante sosta a Castellammare del Golfo in Sicilia, dove hanno registrato un live, “Sicily Session”, pubblicato nel 2020 solo in formato digitale.

Con “V” gli Other Lives mettono a frutto le rarefatte e sperimentali sonorità di “Rituals” e proseguono nel recupero del formato canzone accennato nel precedente album “For Their Love”. Grazie a una più ampia struttura orchestrale e a rigogliose sonorità chamber-folk, il nuovo disco entra in punta di piedi nel pop-rock sinfonico con una sequenza di melodie tanto auliche quanto drammatiche e malinconiche.
Registrato in un’ex-chiesa convertita in museo, “V” non solo segna il ritorno della formazione nella città natia, Stillwater, ma rappresenta per la band il primo capitolo di un reloaded creativo. Alle radici di queste nuove dieci tracce ci sono ancora residui folk e post-rock, ma la sezione ritmica non resta in disparte, anzi incalza e sfrangia la grandeur orchestrale quasi cinematografica, quest’ultima un dichiarato omaggio a Henry Mancini ed Ennio Morricone

Jesse Tabish, Jonathon Mooney, Josh Onstott e Kim Tabish questa volta hanno lasciato poco spazio a perplessità e incertezze. “V” è un album ambizioso e controcorrente. Un disco che sfugge al soffocante provincialismo di molta musica americana senza rinunciare alle radici, eguagliando in questo le gesta di gruppi come i Mercury Rev e i Grandaddy.
Gli arrangiamenti di Patrick Conlon e la presenza della fisarmonica di Christina Giacona (moglie di Conlon) esaltano il romanticismo delle composizioni. Il tripudio di archi, fiati, voci, pianoforte e percussioni di “Mystic” è in tal senso una potente dichiarazione d’intenti. Gli Other Lives mettono in fila Radiohead (la memorabile “What’s It Gonna Take”) e Fleet Foxes (lo slancio più rock di “Cisa Cisa”) azzardando perfino un dialogo con l’onnipotente nella drammatica e voluttuosa “Show Us Some Love”.
Due pregevoli strumentali, “Heading West” e “Outro”, lasciano fluttuare ulteriormente gli abbellimenti orchestrali, ma al pathos degli arrangiamenti corrisponde una scrittura di egual valore: le dondolanti armonie dell’estatico chamber-folk di “Versailles” e le polverose e gelide atmosfere di “One For The Kids” (che per un attimo rimandano ai Sigur Ros) sono incastonate in composizioni colte.

In poco più di 31 minuti la band di Stillwater mette insieme il mondo ultraterreno con la realtà, con una narrazione che concilia bellezza e terrore nella cupa e romantica “Read My Mind” – con Jesse e Kim nel ruolo di vampiri innamorati – per poi affondare le dita nella più semplice architettura folk a base di chitarra, armonica e tamburello di “Wake”, ultima pagina di un racconto avvincente e ricco di sfaccettature, un disco dal fascino non immediato ma duraturo.

06/12/2025




Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »