Cultura

Ossi, distorsioni e mare aperto: Montale e il rumore del presente

Credit: Federico Patellani, Public domain, via Wikimedia Commons

“Ossi di seppia” nasce e respira su una linea di frattura: il confine instabile tra la terra e il mare di Liguria. Una terra disadorna, parsimoniosa, che mette alla prova i suoi abitanti con l’ostinazione delle cose essenziali; e un mare che resta misterioso e pericoloso, splendido e indomabile. In mezzo, il sole estivo che brucia senza pietà alcuna; la salsedine che arde sulle ferite aperte — le purifica, sì, ma lasciando cicatrici — e gli scogli, taglienti e affilati, che non offrono riparo, né ristoro. È un mondo esposto, senza protezioni, dove ogni passo è attrito.

È una questione di passaggi contrastanti, disarmonici, spigolosi. Se li traducessimo in linguaggio musicale, diventerebbero distorsioni, sonorità crude ed essenziali, trame minimali capaci di agitare l’animo di chi le ascolta, ma lasciandolo solo, in balìa dei propri fantasmi, in un paesaggio alieno, remoto e sconosciuto. Un miscuglio vibrante di ritmiche post-punk, di divagazioni stoner-rock e di groove psichedelici: un territorio emotivo dove non c’è pace, né consolazione, né tregua. L’oscurità cade sui versi di Eugenio Montale come potrebbe cadere — allo stesso modo — su quelli di Nick Cave o Mark Lanegan: un’odissea elettrica improvvisa e lancinante. È il suono della polvere che diventa tempesta, del deserto che avanza, delle notti senza più redenzione. KyussQueens of the Stone AgeScreaming Trees: nomi che sembrano emergere naturalmente da queste pagine, come se le poesie avessero sempre atteso una chitarra distorta per completarsi davvero.

Melodie che inquietano, parole che cercano, auspicano, chiedono ed evocano il disagio. “Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”: una negazione che non è resa, ma è, invece, l’unica forma di verità concessa. È tutto ciò che possiamo permetterci oggi. In questo senso “Ossi di seppia” appare quasi profetico e politico: non ci è data l’illusione della pace, della libertà, della giustizia o della sicurezza — né adesso, né domani. L’ostilità che attraversa il nostro tempo è fisica, materiale, reale; invade ogni orizzonte, ogni prospettiva, ogni progetto, ogni impegno, ogni dibattito, ogni promessa. La società attuale rifiuta gli ideali, costruisce e distrugge i suoi modelli e i suoi miti con voracità, e, nel frattempo, un mostro affamato di temporaneità ci tiene invischiati in un presente assoluto e perenne, fatto di omologazione, superficialità, nichilismo e tecnologia. Riappare così una visione crepuscolare della vita, riconoscibile tanto nei Joy Division quanto nei Radiohead: la stessa tensione, lo stesso vuoto che non si lascia colmare.

Le persone diventano inermi, spaesate, estranee, diffidenti. Forse l’unica fuga possibile è l’ironia, la disillusione degli anti-eroi che sanno bene che non esiste redenzione, ma soltanto una serie di fragili distrazioni dal caotico dolore di fondo. Nella visione circolare che Montale ricrea — arsure, muri, mare, silenzi, tensioni dello spirito umano — si allunga l’ombra di Lou Reed, dei Velvet Underground, dei Sonic Youth. Storie che si ripetono, riverberi noise-rock, linguaggi che diventano accattivanti echi di rumore.

Rumore dei sensi. Rumore della memoria. Rumore della verità e delle menzogne. Rumore del progresso scientifico e tecnologico. Rumore dell’apocalisse. Rumore del vuoto.

Un vuoto che non promette, non spiega, non rammenta, non consola. Non è carne: sono solo ossi. Ossi, ossi, ossi.


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