Oscurare un Paese: i 4 modi in cui l’Iran ha spento tutto il web
Nelle ultime ore il traffico Internet in Iran è crollato quasi a zero, segnando uno dei blocchi più severi imposti dal governo. La scelta nasce dal timore che le nuove proteste contro la svalutazione del rial e il peggioramento delle condizioni di vita si propaghino ancora di più attraverso le piattaforme online.
La natura estesa delle manifestazioni, partite dai commercianti e rapidamente diffuse in altre fasce della popolazione, ha spinto le autorità a interrompere la connettività per limitare l’organizzazione delle piazze. Ma com’è possibile “staccare internet” a un intero Paese?
Il blocco della rete in Iran segue una pratica ormai radicata. I precedenti del 2009, del 2019 e del 2022 mostrano quanto il paese investa da tempo in strumenti per limitare l’accesso al web. Nel 2019, per esempio, Teheran ha isolato la popolazione costringendola a usare una rete nazionale controllata dallo Stato.
La tecnica più diretta riguarda l’intervento fisico sulle infrastrutture.
Le autorità possono chiedere ai fornitori di spegnere gli apparati nelle centrali, scollegare i cavi in fibra internazionale o interrompere l’elettricità ai server. Queste operazioni creano un blackout totale, che impedisce persino ai servizi essenziali di comunicare.
Accanto ai metodi fisici esistono approcci a livello di rete. Uno dei più incisivi coinvolge il Border Gateway Protocol, il sistema che instrada i dati a livello globale. Forzando i provider a eliminare le rotte digitali che collegano gli indirizzi IP iraniani al resto del mondo, il paese diventa di fatto invisibile alla rete internazionale.
Il governo può anche intervenire sul Domain name system (DNS), alterando i registri che traducono i nomi dei siti negli indirizzi numerici necessari alla navigazione. Questa tecnica permette di impedire l’accesso a piattaforme sociali o siti di informazione, reindirizzando gli utenti verso pagine di errore. Il blocco DNS, da solo, risulta però relativamente semplice da aggirare, quindi spesso si affianca ad altri strumenti.
Un ulteriore livello di controllo arriva dalla Deep Packet Inspection, che analizza i pacchetti di dati in transito per identificarne contenuto e protocollo. In questo modo le autorità possono filtrare applicazioni, servizi o strumenti anonimi. Questa tecnologia fa parte dell’arsenale sviluppato dal paese, che negli anni ha formato personale specializzato in informatica e sicurezza cyber, come raccontato da Roberto Baldoni in un’intervista dello scorso ottobre.
Il ricorso a tecnologie che non dipendono dalle infrastrutture terrestri rappresenta una sfida per i sistemi di censura. Diverse fonti di settore parlano dell’attivazione gratuita della rete Starlink nel territorio iraniano da parte di SpaceX, una notizia rilanciata anche dall’account ufficiale del Mossad, sebbene non confermata da Elon Musk.
Oltre ai collegamenti satellitari, molti cittadini utilizzano una VPN per instradare il traffico verso server remoti e mascherare il proprio indirizzo IP. Una VPN crea un collegamento cifrato e rende più difficile che terzi osservino o alterino le comunicazioni.
In un mondo in cui la libertà di informazione passa sempre più dalla rete, cercare di censurarla significa di fatto silenziare la voce di un intera nazione, ed è proprio quello che alcune nazioni, in certi casi, vogliono di fare. D’altro canto anche i modi per aggirare i blocchi stanno diventando sempre più raffinati, sebbene non certo alla portata di tutti. Del resto la censura, in qualunque forma, è stata sempre usata dai governi più autoritari; la sola differenza è che oggi è digitale.
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