Cultura

Oscar 2026, miglior attore protagonista: Jordan vs Chalamet, il duello è servito

Nelle ultime ore c’è un’immagine (generata con l’intelligenza artificiale) diventata virale sui social. In un vecchio magazzino malmesso, in qualche angolo remoto del Mississippi, Michael B. Jordan e Timothée Chalamet si sfidano davanti a un tavolo da ping pong con sguardi truci. Ovviamente vestono i panni dei loro personaggi visti in Sinners e in Marty Supreme. Michael ha in mano un tirapugni metallico, Timothée una racchetta con il manico appuntito, pronta a diventare un paletto anti-vampiro all’occorrenza. È un’immagine emblematica, che cattura alla perfezione il duello da Oscar nella categoria Miglior attore protagonista. Un testa a testa che, fino a qualche mese fa, era del tutto inaspettato, visto che Chalamet sembrava non avere rivali dall’altra parte del tavolo.

Invece così non è. Michael B. Jordan ha fatto come in Creed: ha incassato (se hai Rocky come mentore, non poteva essere altrimenti) e poi è uscito dal suo angolo con fare minaccioso. Certo, dovessimo completare l’immagine generata con l’AI, nel prompt suggeriremmo di inserire Leonardo DiCaprio, Ethan Hawke e Wagner Moura fuori dal magazzino malmesso. Ognuno a farsi i fatti propri, perché la sfida per la vittoria (purtroppo) non li riguarda. Tre signori che ci hanno comunque regalato tre performance di alta fattura. Ed è davvero un peccato non vederli con la racchetta in mano a giocarsela con gli altri due.


Ethan Hawke – Blue Moon


Partiamo all’ombra della luna. Partiamo con la nomination meno vistosa e chiacchierata di quest’anno: quella di un meraviglioso Ethan Hawke nell’appassionato Blue Moon di Richard Linklater.

Nono film insieme per questa coppia di camaleonti che sfuggono alle etichette e ai generi, trovando nel cinema un laboratorio in cui sperimentare sempre cose nuove. Però, se dovessimo trovare una costante nei film di Linklater con Ethan Hawke, quella sarebbe la parola.

Dalle lunghe chiacchierate della Before Trilogy, passando per i consigli illuminanti di Boyhood, le parole sono sempre state fedeli complici del nostro duo. Lo conferma il raffinato lavoro fatto in Blue Moon, delizioso ritratto di Lorenz Hart, ovvero uno dei più grandi parolieri e autori di musical della prima metà del Novecento.

Un uomo contraddittorio, che fin dall’apertura del film viene definito “dinamico e divertente”, ma anche “l’uomo più triste che abbia mai conosciuto”. Una contraddizione vivente che Ethan Hawke abbraccia con una dedizione impressionante.

Blue Moon è un fiume di parole in cui Hawke è sempre in scena. Un film attraversato da correnti opposte, in cui Hart appare vitale e creativo e allo stesso tempo fragile e malinconico. Nasce così il ritratto di un uomo che ha vissuto all’ombra del suo stesso talento, dentro un gran film poco considerato che (ironia della sorte) sta subendo lo stesso, beffardo destino.


Wagner Moura – L’agente segreto


Lo aveva già dimostrato oltre dieci anni fa nella serie tv cult che lo ha fatto conoscere al mondo: Wagner Moura è un attore catalizzante. Un interprete dotato di carisma naturale, capace di riempire lo schermo anche restando in silenzio.

Succedeva spesso in Narcos, dove il suo Pablo Escobar era temibile proprio perché immerso in oscuri pensieri tutti suoi. Succede di nuovo, in un afoso (e asfissiante) Sud America, nello splendido L’agente segreto, thriller politico in cui Moura interpreta un uomo braccato dall’inizio alla fine del film.

Un senso di oppressione che Moura si porta addosso per tutto il tempo, mettendo in scena un uomo logorato dalla paura. Tutto senza mai andare sopra le righe. Perché, nonostante L’agente segreto si conceda spesso sprazzi di paranoia a tratti allucinata, Moura preferisce implodere e lavorare di sottrazione.

Silenzi, sguardi da interpretare e un personaggio criptico che si muove sempre in punta di piedi. Tutto dentro un film corale, dove Moura riesce comunque a far orbitare tutto e tutti attorno a lui. A lui e al suo sguardo catalizzante.

Succedeva dieci anni fa in Colombia. Succede ancora oggi in Brasile.


Leonardo DiCaprio – Una battaglia dopo l’altra


Ormai l’abbiamo capito: DiCaprio ha scelto una nuova strada per la sua carriera. Personaggi inetti, insicuri e goffi.

Da C’era una volta a… Hollywood in poi, il nostro Leo ha scelto solo uomini molto lontani dal solito sex symbol in cui è stato spesso ingabbiato da giovane. E così, viva la revolución. Dal 2019 in poi ha dato vita ad attori fragili, uomini manipolabili, tizi balordi e adesso, nello splendido Una battaglia dopo l’altra, ecco un padre che vorrebbe guidare ma che ha bisogno di essere guidato.

Ispirato nel look trasandato e nell’indolenza al mitico Drugo de Il grande Lebowski, il suo Bob è un uomo sfuggente per tutti: per chi gli dà la caccia nel film e per noi spettatori che tentiamo di capirlo davvero.

Sì, perché Paul Thomas Anderson gli regala un personaggio molto complesso che, dietro le esasperazioni, le gag slapstick e i tormentoni (a portata di meme), nasconde un’umanità quasi tenera.

Quella di un marito innamorato di una compagna che lo ha travolto e soprattutto quella di un padre che guida la battaglia più importante del film: ritrovare sua figlia e (soprattutto) farle capire quanto suo padre le voglia bene.

DiCaprio ci riesce dando vita a un uomo vittima di un mondo che va troppo veloce per lui. Un mondo ostile, in cui l’amore non va dimostrato ma rincorso in vestaglia e con i capelli arruffati. E il nostro Leo ci riesce alla grande.


Michael B. Jordan – I peccatori


Sorriso smagliante uno, sguardo pensieroso l’altro. Due uomini, stesso volto. Due gemelli, un solo attore dietro i loro caratteri diversi: Michael B. Jordan.

Così nascono Stack e Smoke, i due fratelli de I peccatori. Identici nell’aspetto, molto diversi nell’approccio alla vita. Più istintivo il primo, più riflessivo il secondo.

Sfumature che Michael B. Jordan dispensa con una naturalezza impressionante, grazie anche all’intesa spontanea con Ryan Coogler, regista che ormai sembra non riuscire a concepire un film senza di lui.

Ne I peccatori il nostro Michael (per noi il grande erede di Denzel Washington in fatto di carisma naturale) regala una performance di pancia e di cuore.

Di pancia, perché tutto il film è vissuto attraverso le pulsioni di due uomini che provano con tutte le loro forze a conquistarsi una notte di libertà e desiderio, con un Michael B. Jordan perfetto nel dare fisicità e corpo a questa dimensione terrena.

Di cuore, perché se I peccatori riesce a incarnare sogni e frustrazioni di una comunità intera, lo deve anche alla rabbia e all’orgoglio che si contendono il volto di Michael B. Jordan.


Timothée Chalamet – Marty Supreme


Il tempo dei giovani romantici è finito. L’epoca del ragazzino malinconico è alle spalle.

È come se la trasformazione di Paul Atreides, da eroe eletto a potenziale despota vista in Dune – Parte Due, fosse stata lo spartiacque di una carriera. Arrivato a trent’anni, Timothée Chalamet non vuole più essere associato solo alla gentilezza.

Ora è diventato grande e vuole sporcarsi con personaggi più detestabili.

Se Atreides ha dato il via, la rivoluzione è andata avanti con lo sfuggente Bob Dylan visto in A Complete Unknown, ruolo che gli è valso un SAG Award come miglior attore protagonista. Durante il discorso di ringraziamento per quel premio, Chalamet dichiarò: «Sono in costante ricerca della grandezza».

È in quel momento che inizia l’operazione “antipatia” costruita attorno a Marty Supreme, un film che Chalamet ha abbracciato anima e corpo, partecipando attivamente alla campagna di marketing.

È come se, per dare vita a un personaggio detestabile, anche Chalamet avesse deciso di diventare un po’ più detestabile. Un atteggiamento che però non deve distrarci dalla sua ottima prova nel film di Josh Safdie.

Chalamet veste come un guanto l’ambizione ossessiva di Marty Mauser, campione di ping pong ispirato alla storia vera di Marty Reisman.

Nasce così il racconto impietoso di un uomo logorato dal sogno americano e dal bisogno viscerale di essere qualcuno per non essere dimenticato. Costi quel che costi.

Farcela per svettare sulla folla. Avere successo per non rimanere invischiato nella normalità.

Se questo porterà a un Oscar, tutto quel sudore che scorre in Marty Supreme sarà servito a qualcosa.


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