Orson Welles è sempre troppo eppure non ce n’è mai abbastanza

“Welles è sempre troppo…”, con una battuta del catalano Esteve Riambau, studioso innamorato di Welles, si apreMy Name is Orson Welles, catalogo originale della mostra curata da Frédéric Bonnaud direttore della Cinémathèque Française. Ma alla resa dei conti di Welles non ce n’è mai abbastanza. Ha pensato, scritto, parlato, ideato, disegnato, scolpito, girato troppa roba perché si possa davvero concludere: «abbiamo detto tutto». E infatti, per l’allestimento appena inaugurato alla Mole Antonelliana, il Museo del Cinema tira fuori un originale “fondo Welles”, acquistato nel 1995 dal direttore Paolo Bertetto e dalla conservatrice Donata Pesenti, che consente di arricchire la visita — insieme con bellissime tavole di Crepax per Storia immortale — e far uscire da La Nave di Teseo Un pezzo grosso, romanzo che per l’impatto satirico sull’attuale turboimperialismo americano, nessuno farebbe risalire agli anni 50.
Welles da Torino passa due volte. Nel 1948 per avaria di un aereo da turismo. E forse verso il 1955-56 quando, lo ricorda Carlo Di Palma: «Dovevamo girare un film sul circo alla Fert. Le riprese si sono interrotte perché la trapezista è caduta. Poi, come spesso capitava a Welles, sono finiti anche i soldi». Si fosse trattenuto più a lungo, magari ci sarebbe stato un incontro tra due “maghi”: Gustavo Rol e Orson Welles, giunto in Italia nel 1947 proprio per interpretare Cagliostro di Gregory Ratoff, mago leggendario, anche lui arrivato due volte a Torino. Orson Welles e il Cagliostro cinematografico sono protagonisti del romanzo Dissolvenza al nero scritto da Davide Ferrario nel 1994. Un “hard boiled storico” più alla Mickey Spillane che alla Dashiel Hammet, dove confluiscono le scaramucce di set con un attore troppo grande per stare agli ordini di un regista che regolarmente abbozza, pur precisando un po’ sprezzante che il film è per il grande pubblico, non come quelli di Orson; un omicidio misterioso; ex partigiani implicati con la nascente Cia; poliziotti corrotti e sadici; traffici d’armi di neofascisti per fronteggiare l’eventuale vittoria delle sinistre alle elezioni del 48. Insomma: Welles alle prese con un “quinto potere”, sotterraneo, subdolo, pronto a tutto; e Ferrario di concerto che sceneggia l’Operazione Gladio resa pubblica da Andreotti solo nel 1990. Romanzo da cinéphile, sostanziato da solide ricerche storiche: Welles incontra Fellini e Pinelli intenti a scrivere Sceicco bianco; Andreotti spiega l’operazione Hollywood sul Tevere in funzione antineorealista; i fratelli Scalera, profittatori di regime e produttori, pensano a Othello ma stanno per fallire. La pista dell’assassino e delle trame nere ci porta a Tombolo, la pineta tra Pisa e Livorno, descritta in Senza pietà di Lattuada, nel dopoguerra zona senza legge di disertori, banditi, puttane. Insomma: tra La Signora di Shanghai (con Lea Padovani al posto di Rita Hayworth) e Mr. Arkadin. Da cercare sulle bancarelle e presentare in Mole. Perché Welles è sempre troppo… ma mai abbastanza! P.S. E la copia del Museo di L’uomo, la bestia e la virtù di Steno, con Totò e Orson Welles, perché non proiettarla al Massimo?
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