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Orange Goblin – biografia, recensioni, streaming, discografia, foto :: OndaRock


Per me, mascherarsi non ha alcun senso. Siamo una band heavy-metal carne e patate, semplice e senza pretese. Ci sono così tanti generi in giro al giorno d’oggi, la gente ha idee strane su cosa sia l’heavy-metal. Per me è semplicemente un’attitudine, uno stile di vita, non è qualcosa in cui decidi di immergerti. O lo sei o non lo sei. Ed è per tutta la vita
(Ben Ward)

Non abbiamo mai detto di essere altro che semplice divertimento. Ogni volta che siamo sul palco ci divertiamo. Immagino che se smetti di divertirti diventa un compito
(Martyn Millard)

Mentre gli Orange Goblin entrano nel 30° anno di vita, abbiamo preso la decisione collettiva che il 2025 sarà il nostro ultimo anno. Forse non per sempre, e chissà cosa riserverà il futuro. Sentiamo di lasciare un’eredità molto forte, e di questo, siamo profondamente orgogliosi
(Orange Goblin)

Il regno infestato

Londra, anno 1995. La capitale inglese è un melting pot pronto a esplodere, tra crescenti disuguaglianze sociali e tensioni razziali. A guidare la nazione è il conservatore John Major, in un periodo non facile di difficoltà economiche e scandali politici. Mentre la recessione scatenata all’inizio dei Nineties sembra in pieno recupero, la cosiddetta Cool Britannia guida la rinascita creativa del Regno Unito. Se le autorità usano il pugno duro sulla diffusione incontrollata di droghe pesanti, band come Oasis e Blur alzano la bandiera di una cultura giovanile in pieno fermento. Dopo aver perso la popolarità mainstream guadagnata negli anni 80 con la New Wave Of British Heavy Metal (NWOBHM), la scena metal inglese assume così un ruolo da contraltare ideologico: dove la Cool Britannia celebra in maniera modaiola il Regno Unito moderno, giovane e ottimista, il metal si rifugia nel nichilismo e nella critica sociale.
Rispetto all’epoca dorata di band granitiche come Iron Maiden e Judas Priest, il movimento della musica più dura è ora più frammentato, essendo esploso nei sottogeneri più disparati, dal black-metal al doom, fino all’industrial. Rispetto ai raver o agli amanti del britpop, i metalheads inglesi vanno girando in giacca di pelle, borchie e stivaloni neri, mostrando così un’attitudine rock’n’roll alternativa allo status quo.

Nemmeno ventenne, Ben Ward ha sognato per anni di giocare da professionista nei Queens Park Rangers, poi folgorato dalle voci di Lemmy Kilmister e Bruce Dickinson. “Ho scoperto l’heavy-metal, l’alcol e le droghe, così il calcio è stato messo da parte”, racconterà in seguito. Cresciuto in una famiglia di sinistra, Ben è un ragazzo alto e fisicamente robusto, dedito agli sport scolastici più disparati, dal basket al cricket. Terminati gli studi liceali, gioca per un paio d’anni nelle giovanili del QPR, pensando alla possibilità di iscriversi all’università per studiare ingegneria. Arriva però l’ondata di band come Iron Maiden e Motörhead, che gli aprono le porte di una vita alternativa fatta di musica, birre e sballi stupefacenti.
Coetaneo di Ward, il chitarrista Joe Hoare ha iniziato fin da adolescente a suonare il blues, invaghito di mostri sacri della musica del diavolo, su tutti Albert e B.B. King. Da semplice strimpellatore è diventato un musicista dotato, aprendosi all’hard-rock targato seventies, dai Led Zeppelin ai Black Sabbath, che lo hanno portato ai confini più oscuri dell’heavy-metal. Armato della sua SG Special bianca, Hoare preferisce una strumentazione semplice, per ottenere un sound chiaro e potente, senza troppi fronzoli. È un approccio musicale che ovviamente piace a Ward, a caccia di compagni per fondare una band alla metà degli anni 90.

La grande opportunità arriva quando Ward e Hoare entrano in contatto con il bassista di Reading Martyn Millard, che è legato a un progetto di nome Our Haunted Kingdom. Nel gruppo milita anche il chitarrista ritmico Pete O’Malley, mentre si aggiunge il batterista Chris Turner, che ha deciso di intraprendere una seconda carriera nella musica dopo aver avviato i suoi studi accademici in astrofisica. Il gruppo inizia a provare in garage, sognando un contratto discografico e un album di debutto. Si esibisce in diversi locali della Londra underground, proponendo una fusione di doom, psichedelia e blues rovente, anche nota come stoner metal. Fondato in California da band seminali come Kyuss e Sleep, il genere stoner indurisce le trame del desert-rock, denominato così probabilmente per il titolo della compilation “Burn One Up! Music for Stoners” pubblicata dall’etichetta Roadrunner Records. Spesso associato al consumo di cannabis – ad esempio, gli Sleep in America fumano erba durante i concerti – lo stoner è ovviamente influenzato dalla musica lenta e pachidermica dei Black Sabbath, ascoltati fino allo sfinimento da gruppi come gli Our Haunted Kingdom.
La Rise Above Records è un’etichetta indipendente nata nel 1988 grazie ai fondi garantiti dall’iniziativa nota come Enterprise Allowance Scheme, voluta dal governo conservatore di Margaret Thatcher per supportare l’apertura di nuovi business da parte di cittadini disoccupati. Il fondatore della label è Lee Robert Dorrian, entrato l’anno precedente come vocalist e songwriter nella band grindcore Napalm Death. Mentre la band di Meriden era sulla copertina di Nme e sui circuiti tv mainstream, Dorrian riusciva a malapena a pagarsi l’affitto di casa, così ha usufruito dei fondi nazionali per mettere in piedi la sua etichetta discografica, con l’iniziale intento di pubblicare gruppi della scena hardcore punk. Negli anni successivi ha però maturato una bruciante ossessione verso il doom, grazie all’ascolto di band come Candlemass e Trouble.

Dorrian ha così lanciato la sua missione di propagare il sound doom in tutto il Regno Unito, arrivando al punto di svolta nel 1996, quando stampa un singolo diviso in due, chiamato Electric Wizard/Our Haunted Kingdom. Fondati dal cantante e chitarrista del Dorset, Jus Oborn, gli Electric Wizard incorporano nel loro stoner alcuni tratti sludge, votati a tematiche oscure come l’occultismo e la magia nera. Il singolo pubblicato dalla Rise Above è la sabbathiana “Demon Lung”, tra fragore in wah-wah e distorsioni, incluso nell’edizione giapponese del loro omonimo album di debutto del 1994. Il secondo singolo incluso è appunto l’esordio degli Our Haunted Kingdom, “Aquatic Fanatic”, poggiato su un riff rotondo, quasi boogie, e inframezzato da parti chitarristiche più atmosferiche in salsa psych-rock.

Tappeto magico

In seguito alla pubblicazione del singolo “Aquatic Fanatic”, Ward e soci decidono di cambiare nome alla band, alla ricerca di qualcosa di più evocativo. Cercano qualcosa che suoni più psichedelico e in linea con l’estetica stoner/doom, scegliendo le parole Orange – un riferimento agli amplificatori spesso utilizzati per il loro sound distorto e potente – e Goblin, a richiamare un immaginario fantasy. Nel marzo 1996 entrano negli studi The Square Center di Nottingham con il produttore Dave Chang, per registrare il loro album di debutto su etichetta Rise Above.

Frequencies From Planet Ten esce il 1 ottobre 1997, con la sua copertina che sembra uscita da un “Alice in Wonderland” rappresentato su un pianeta alieno. Al centro troneggia un enorme sistema di amplificazione, come a voler suggerire all’ascoltatore l’intenzione di sparare un groove senza fronzoli, diretto e potente. Parzialmente ispirato dall’opera tolkeniana “Lord of the Rings”, il disco mette subito in chiaro la sua direzione, a partire dal brano manifesto “The Astral Project” che è un calderone fumante di groove stoner, intermezzi tra il jazz e la psichedelia, in una sorta di jam spaziale suonata a mille. La linea di basso che apre “Magic Carpet” conduce l’ascoltatore verso un doom vibrante, squarciato dalla chitarra hendrixiana in wah-wah. “Saruman’s Wish” porta il mago cattivo in un universo claustrofobico dove spadroneggia il riff sabbathiano a guidare una furiosa cavalcata, con tanto di assurde tastiere barrelhouse suonate dal membro aggiunto Duncan Gibbs. Gli Orange Goblin piazzano intermezzi di pura psichedelia (“Song Of The Purple Mushroom Fish”), come a piazzarsi a metà tra due universi solo apparentemente inconciliabili. Dalla foresta elfica dell’acquerello acustico “Lothlorian” si passa in un lampo all’intro elettrica di “Land Of Secret Dreams”, altra cavalcata stoner più vicina ai ritmi blues come da influenze di Hoare. La potente voce filtrata di Ward è uno dei temi cardine dell’album, quando guida con estrema disinvoltura la rocciosa “Orange Goblin”, altro manifesto di un approccio diretto e senza fronzoli, forse ancora acerbo, ma tremendamente efficace.

Dopo la pubblicazione di Frequencies From Planet Ten, gli Orange Goblin iniziano un’intensa attività dal vivo, per entrare di prepotenza al centro della scena doom inglese. I promoter legati alla Rise Above Records li inseriscono insieme ad altre band della stessa etichetta, come Cathedral ed Electric Wizard, seguendo gli obiettivi di Lee Dorrian che vuole far crescere tutto il movimento nel Regno Unito. La critica musicale apprezza i concerti energici e spensierati della band, che suona in maniera viscerale tra droghe leggere e fiumi di birra. Gli inizi sono così caratterizzati da un’attitudine da pub, con zero professionalità e cento per cento cazzeggio rock’n’roll. Sia Ward che Hoare lavorano di giorno in una mensa alla Wembley Arena di Londra, mentre di notte si scatenano con gli strumenti e soprattutto con l’alcol, che porta spesso il cantante a esibirsi ubriaco. Durante una data inglese, cade all’improvviso dal palco, in mezzo alla folla, procurandosi un buco in una natica.

Mentre la band impazza dal vivo attirando i primi fan, l’etichetta americana Man’s Ruin Records – fondata tre anni prima a San Francisco dall’artista grafico Frank Kozik – pubblica l’Ep Nuclear Guru, che in copertina mostra un’immagine distorta del noto criminale giapponese Shōkō Asahara. La title track parte con un elegante fuzz marca seventies, prima di accelerare sul groove stoner-doom che inizia così a caratterizzare la band inglese. A seguire, la cover di “Hand Of Doom” dei Black Sabbath, a omaggiare i padrini dell’heavy-metal britannico con il giusto mix di fedeltà e innovazione. 

Nel giugno 1998 gli Orange Goblin entrano negli studi The Square Centre, a Nottingham, ancora con il produttore Dave Chang, per registrare il secondo album Time Travelling Blues. Dal primo rombo della Harley-Davidson che torreggia in copertina, l’ipnotico ritmo di “Blue Snow” sembra fatto di granito, esplodendo in uno stoner-doom perfetto per l’headbanging. Il gruppo sfodera un altro riff colossale in “Solarisphere”, mentre l’intro di organo di “Shine” richiama i Deep Purple prima di una tessitura psych in stile “Planet Caravan”, chiusa dal riff cavalcante. Il gruppo punta tutto sull’intensità aggressiva di “The Man Who Invented Time” e sulla velocità esecutiva di “Diesel”, omaggiando ancora i Sabbath nell’oscura “Snail Hook”.
Il disco si rivela più diretto di quello d’esordio, puntando maggiormente la posta sulle ruvidezze stoner, accompagnate dal canto robusto di Ward. In “Lunarville 7, Airlock 3” vive un approccio southern-rock, bagnato di blues nella pirotecnica title track finale, omaggio alle progressioni elettriche dei Lynyrd Skynyrd.

Il re dei calabroni

Dopo l’uscita di Time Travelling Blues, gli Orange Goblin continuano la loro intensissima attività dal vivo, consolidando il nome della band sulla scena heavy-doom inglese ed europea. Il gruppo assolda nuovi fan grazie a live potenti e caotici, tra fiumi di birra e lunghe jam strumentali. Tra una data e l’altra del tour tra la fine del 1998 e tutto il 1999 vengono scritti nuovi brani, in vista del terzo appuntamento in studio di registrazione. Una cover di “Freelance Fiend”, hard-rock pachidermico della band inglese Leaf Hound, finisce sul primo lato di un altro Ep condiviso, questa volta con gli americani Alabama Thunderpussy. È il preludio all’uscita di The Big Black, maggio 2000, con il nuovo produttore Billy Anderson.

Per Ward e soci arriva il momento di fare sul serio, mettendo da parte le derive lisergiche dell’esordio o l’ironica potenza grezza del secondo disco. In pacifica competizione con band pionieristiche come gli Electric Wizard, gli Orange Goblin vogliono dimostrare di essere principi supremi dello stoner-doom, offrendo alla Rise Above Records un must-have per i fan del genere. Aperto dalla progressione esplosiva di “Scorpionica”, The Big Black permette alla band inglese di fare un salto quantico verso gli strati più alti della galassia heavy, con una serie impressionante di brani eccelsi. Il furore stoner di “Quincy The Pigboy” e “Hot Magic, Red Planet” mostra la maturità di un gruppo che è riuscito ad andare oltre i propri miti fondativi, sapendo dosare i ritmi più aggressivi con quelli più atmosferici, tra riff granitici e fuzz marca seventies. La spacy-suite “Cozmo Bozo” riscrive i toni pinkfloydiani con il gergo dell’heavy-metal, mentre il riff di “298 kg” rispecchia la pesantezza del suo titolo.
Il gruppo sperimenta per la prima volta un approccio più punk in “Turbo Effalunt (Elephant)”, mentre “King Of The Hornets” sfodera un groove claudicante che esplode in velocità sulla linea di basso. Dal tecnicismo della jam claustrofobica “You’ll Never Get To The Moon In That” al boogie supersonico “Alcofuel”, fino alla poderosa cavalcata doom della title track finale, The Big Black consacra gli Orange Goblin sulla scena heavy a cavallo tra i due millenni.

L’attività live della band spinge sull’acceleratore dopo l’uscita di The Big Black, con lunghi tour in Europa, in compagnia di band come Goatsnake, Sunn O))), Dio e Alice Cooper. Gli Orange Goblin sono ormai usciti dalla scena underground per avviarsi verso una più estesa reputazione a livello globale, estendendo gli appuntamenti dal vivo anche agli Stati Uniti. Tra la fine del 2000 e gli inizi del 2001, la scena stoner inizia una lenta fase di dissolvenza, dopo la fine del progetto Monster Magnet o la trasformazione sonica dei Queens Of The Stone Age. Ward e compagni capiscono che è arrivato il momento di cambiare approccio, abbandonare il purismo stoner-doom per evolversi verso una forma di metal più veloce ed efferata. Ironicamente prodotto dal veterano dello stoner Scott Reeder, Coup De Grace è l’album spartiacque che spiazza i fan della band, a partire dalla sua copertina nel classico stile horror-cartoon di Rob Zombie. Lo strumentale orientaleggiante “Graviton” è di fatto l’ultimo lascito della deriva cosmogonica, una piccola pietra luccicante incastonata in una roccia di hard-rock efferato. Dalla veloce apertura “Your World Will Hate This” al riff granitico di “Monkey Panic”, gli Orange Goblin stabiliscono un nuovo ordine sonico dopo cinque anni di oscure trame doom e stoner.
La band ammira ora nuovi orizzonti stilistici, velocizzando il ritmo sul punk stradaiolo dei Misfits, omaggiati nella fedele cover di “We Bite”. Nella più solenne “Made Of Rats” c’è la voce di John Garcia (Kyuss) ad accompagnare splendidamente quella di Ward, un esperimento bissato nel ruvido mix di hard-rock e stoner “Jesus Beater”.

Coup De Grace è così l’album che permette alla band inglese di espandersi al di fuori dei territori più strettamente metal, ampliando a dismisura la portata della fanbase in Europa e Stati Uniti. Il riff rotondo di “Getting High On The Bad Times” e l’eccelso furore strumentale di “Range Of Angels” rappresentano una combo micidiale, a dimostrare come il gruppo possa evolversi con naturalezza dallo space-rock al doom, fino all’hard-stoner. Brani come “Whiskey Leech” aggiornano le bad songs da strada di matrice americana, mentre la cavalcata “Red Web” torna ai ritmi sabbathiani sull’incedere oscuro. Gli Orange Goblin riescono persino nell’intento di modernizzare il sound southern-rock in brani come “Born With Big Hands” e soprattutto sulla bluesy “Stinkin’ O’ Gin”.

La cura del fuoco

Dopo l’uscita dello spiazzante Coup de Grace, gli Orange Goblin affrontano una fase di transizione, sia a livello artistico che umano. Pete O’Malley decide infatti di abbandonare il gruppo per dedicarsi ad altri progetti, salutando i suoi compagni senza rancore. La band sceglie di proseguire senza sostituirlo, passando a una formazione a quattro con un solo chitarrista. Aumenta così lo spazio creativo per Ben Ward, che recupera le sue prime influenze hard’n’heavyMotörhead, ZZ Top, Thin Lizzy – per uno stile musicale più grezzo e diretto, sempre più lontano dall’iniziale mix tra doom e stoner fuzz.

Il nuovo album, Thieving From The House Of God, esce nella primavera del 2004, a conferma che la vita futura della band può essere rosea anche senza una seconda chitarra. A partire dal ritornello catchy sul muro sonico “Some You Win, Some You Lose”, il nuovo album degli Orange Goblin prosegue sulla strada verso un hard-rock diretto e senza fronzoli, come sul super-boogie “Hard Luck” o sulla melodica “Black Egg” che ospita la voce soul di Sarah Shanahan.
Qualcuno storcerà il naso, anche perché brani come la fuzzy “One Room, One Axe, One Outcome” possono risultare assolutamente dimenticabili. Dopo la rivoluzione di Coup de Grace, la band inglese continua con un sound diretto e verticale, nel classico stile hard-rock, come in “You’re Not The One (Who Can Save Rock N Roll)”. Ma il nuovo disco sembra viaggiare con il pilota automatico, cercando di non sterzare bruscamente al di fuori di un approccio aggressivo e ruvido, come sul riff di “If It Ain’t Broke, Break It” o nella motorheadiana “Lazy Mary”. Se “Round Up The Horses” recupera l’antico incedere doom sabbathiano, la cover degli ZZ Top “Just Got Paid” mixa le trame blues con il fragore hard-rock. Thieving From The House Of God è in definitiva un lavoro sufficiente, privo di particolari picchi creativi dopo l’ottima rivoluzione di Coup de Grace, sicuramente vittima di un processo creativo ai limiti della confusione, come dimostrano i nove minuti abbondanti della finale “Crown Of Locusts”, tra accelerazioni heavy-metal e derive space-rock come agli albori della band inglese.

Dopo l’uscita di Thieving From The House Of God, gli Orange Goblin riprendono la frenetica attività dal vivo, partendo per un tour coast-to-coast negli Stati Uniti fino all’estate del 2004. Tornano in Europa per esibirsi con Grand Magus e Witchcraft, prima di celebrare, il 16 dicembre 2005, i dieci anni di carriera con un concerto speciale all’Underworld di Londra, insieme a guest band come Scissorfight e Blood Island Raiders. È un periodo di pausa a livello discografico, con la band inglese che torna in studio solo alla fine del 2006 per registrare insieme al produttore Mark Daghorn il primo disco dell’era Sanctuary, nuova etichetta dopo l’addio alla Rise Above Records. Ben Ward annuncia addirittura una sorta di concept-album, liberamente ispirato dalla tragica pandemia nota come Peste Nera, debellata nel Regno Unito anche grazie al Grande Incendio di Londra, che aveva portato alla morte dei ratti infestanti.

“È il materiale più forte che abbiamo mai prodotto”, dichiara il cantante alla stampa, ma Healing Through Fire soffre dello stesso problema del suo predecessore. “Hot Knives And Open Sores”, ad esempio, parla la lingua del metal con l’accento tipico dello stoner, riuscendo sicuramente a integrarsi nella terra di mezzo, ma senza particolari fardelli da sopportare. Gli Orange Goblin cadono così in una sorta di limbo sonico, non riuscendo a produrre dischi brutti, ma senza appuntarsi sul petto alcuna medaglia d’eccellenza. Ci sono sicuramente momenti pienamente riusciti, come “Beginners Guide To Suicide”, che parte con una sonnolenta chitarra slide per svilupparsi come uno swamp-blues da palude tra armonica, deflagrazioni hard-doom e cantato gutturale. È la dimostrazione che gli Orange Goblin non hanno perso il tocco strumentale, nonostante la dipartita di O’Malley alla seconda chitarra.
L’album inizia alla grande con il riff imperioso dell’epica “The Ballad Of Solomon Eagle”, con un grande lavoro agli strumenti di Hoare, mentre “Cities Of Frost” parte in sordina per poi sfoderare una granitica trama stoner. Poi, brani come “The Ale House Braves” e “Hounds Ditch” sembrano viaggiare su basse frequenze, perse tra hard-rock vorticoso dal gusto zeppeliniano e accenni thrash. Se il riff portentoso di “Vagrant Stomp” finisce per annegare in una pozza di banalità, l’acquerello acustico “Mortlake (Dead Water)” sorprende l’ascoltatore con il suo stile classicheggiante.

Di ritorno dall’abisso

Dopo l’uscita di Healing Through Fire, gli Orange Goblin proseguono l’intensa attività live tra Europa e Stati Uniti, partecipando a festival prestigiosi come il Download e il Damnation. Nel 2008 firmano un nuovo contratto discografico con la Candlelight Records, etichetta londinese fondata nel 1993 dal bassista degli Extreme Noise Terror Lee Barrett. Dovrebbe di fatto essere il preludio alla pubblicazione di un nuovo disco, con la band che conferma di aver completato due brani nella primavera del 2009. Mentre la Rise Above Records lavora alle edizioni digitali dei primi album del gruppo, Ward e soci parlano alla stampa di settore di “complicazioni” e “circostanze non previste” che hanno praticamente bloccato il processo compositivo. Tra impegni lavorativi extra-musicali e famiglie da mandare avanti, ma soprattutto alla ricerca della migliore versione di loro stessi, gli Orange Goblin restano così nell’ombra a livello discografico, concentrandosi per anni solo sulle performance live.

I fan devono attendere fino all’inizio del 2012, dopo circa cinque anni dall’ultima fatica in studio, quando esce A Eulogy For The Damned. L’attesa ripaga i seguaci della band, che ha così avuto tutto il tempo necessario per rifinire il sound e mettere una pezza sui difetti delle ultime uscite. Dal furente riff heavy-metal “Red Tide Rising”, l’album segna un ritorno in grande stile, grazie a brani robusti e riusciti, come la gommosa “The Filthy & The Few”, nello stile dei Fu Manchu. Il gruppo spinge sull’acceleratore con il ritmo l’apocalittico di “Death Of Aquarius”, mentre in “Stand For Something” offre un ritmo avvolgente che abbassa di un paio di toni quello classico dei Motörhead, sempre tra le grandi influenze di Ward e soci.
“Acid Trial” esplode sul suo groove pachidermico e gutturale, mentre “Save Me From Myself” vira improvvisamente verso un delizioso southern-blues in stile Lynyrd Skynyrd. Il gruppo torna all’antico doom-stoner nell’atmosferica “The Fog”, con una “Return To Mars” a richiamare pruriti zeppeliniani. Se brani come “The Bishops Wolf” viaggiano a velocità heavy-metal elevatissime, la title track conclusiva inizia con un arrangiamento elettro-acustico dal sapore grunge, prima di accendersi in un vortice di chitarre dalle reminiscenze nineties. Non si potrà parlare di un disco che inventa la ruota sonica, ma gli Orange Goblin tornano dopo anni più in forma che mai.

Il supporto della critica e l’apprezzamento dei fan verso A Eulogy For The Damned portano gli Orange Goblin a imbarcarsi in un tour mastodontico di oltre 150 spettacoli in quasi 30 paesi del mondo. Dalle esibizioni ai festival Bloodstock e Hellfest viene registrato il primo disco dal vivo, A Eulogy For The Fans: Orange Goblin Live 2012, pubblicato anche in formato Dvd. L’album racchiude tutta la potenza del gruppo sul palco, dagli ultimi brani del 2012 a materiale storico come “Time Travelling Blues” e “Quincy The Pigboy”.

Tornati in pista dopo la lunga pausa discografica, gli Orange Goblin non perdono tempo e nel 2014 danno alle stampe il successivo Back From The Abyss, aperto dall’omaggio “Sabbath Hex”, a riproporre il sound duro e oscuro che ha dato origine a tutto il movimento heavy. Il gruppo continua a percorrere il sentiero arroventato dei Motörhead nella furente “The Devil’s Whip”, mentre in “Demon Blues” sfodera un midtempo rock che ricorda certi brani dei Bad Company. La lunga “Heavy Lies The Crown” torna al sound seventies in un mix tra hard-blues e svisate hendrixiane, così come “Into The Arms Of Morpheus” ripropone ancora il sound di Ozzy e soci con un implacabile doom.
Il disco finisce però per risultare leggermente ripetitivo, ancora sulla velocità derivativa di “Bloodzilla”, seguita da intermezzi strumentali riempitivi come “Titan” e “The Shadow Over Innsmouth”. Un lavoro che lascia l’ascoltatore con i vecchi dubbi, davanti a una band incapace di produrre musica brutta, ma nuovamente impelagata tra lunghezze eccessive e rimembranze del tempo che fu.

Il morso del lupo

Nel corso del 2015 gli Orange Goblin intraprendono un breve tour inglese per festeggiare i vent’anni di carriera, continuando a suonare dal vivo senza sosta fino al 2017, quando si tiene un concerto benefico a Camden Town, Londra, per raccogliere fondi in favore dei dipendenti dell’editore musicale TeamRock, finiti in brutti guai finanziari dopo il collasso dell’azienda. È lo stesso Ben Ward che si mette a capo di un progetto di charity tramite la piattaforma online JustGiving, finendo tra le pagine dei principali quotidiani e riviste nazionali.

La band si prende un’altra pausa a livello discografico, pubblicando The Wolf Bites Back solo nel 2018, con il produttore dei Ghost Jaime “Gomez” Arellano. Il gruppo anticipa alla stampa di settore che si tratta di un album concepito live, inciso con l’intenzione di catturare lo spirito grezzo e potente degli acclamati concerti in giro per il mondo. E infatti si parte con il roboante ritmo sludge di “Sons Of Salem”, mentre la title track è aperta da un delicato arpeggio acustico prima di deflagrare sui bassi hard’n’heavy. Nella potenza greve di “Renegade” c’è ancora il sapore dello standard motörheadiano, come spesso accaduto nella seconda parte della discografia della band inglese, che recupera ancora una volta il doom nella successiva “Swords Of Fire”. In “Ghosts Of The Primitives” il registro cambia di colpo, verso i territori del kraut-progressive, sfumati nello strumentale atmosferico e lievemente psych di “In Bocca Al Lupo”.
Le variazioni sul tema sono come al solito interessanti e ben eseguite, ma brani come “Suicide Division” tradiscono ormai una certa stanchezza compositiva. “The Stranger” si abbandona a un blues sonnolento, prontamente accelerato su marce stoner, con “Burn The Ships” a rifare ancora una volta il verso agli amati Black Sabbath. A chiudere il disco è l’andamento epico con tanto di chitarroni di “Zeitgeist”, che però non riesce nell’intento di salvare The Wolf Bites Back da qualche sbadiglio di troppo.

Alla fine del 2020 il bassista Martyn Millard annuncia il suo ritiro dalla band, mentre esce il secondo disco dal vivo Rough & Ready, Live & Loud. L’album sprigiona la potenza del gruppo sul palco, con il gradito ritorno dello stoner psichedelico di “Saruman’s Wish”. Nel corso del 2021, dopo lo stop forzato a causa della pandemia da Covid-19, la band arruola il bassista Harry Armstrong per tornare in tour. A sei anni di distanza da The Wolf Bites Back esce il nuovo album Science, Not Fiction, pubblicato nell’estate del 2024 su etichetta Peaceville. Adottato uno stile di vita più salutare, Ben Ward parla pubblicamente di un disco che andrà a toccare temi impegnati e seri, tra religione, scienza e spiritualità. Il groove sabbathiano “The Fire At The Center Of The Earth Is Mine” è questa volta tirato a lucido, sfoderando una rinnovata urgenza sonica, anche nel canto autoritario di Ward.
I riferimenti di base non sono ovviamente cambiati, dall’hard-boogie supersonico “(Not) Rocket Science” – a metà tra i Motörhead e i Kyuss – allo stoner ipnotico delle origini in “Ascend The Negative”. Ma il nuovo approccio in studio di registrazione, dopo la dimensione prettamente live di The Wolf Bites Back, è più ragionato, cesellato in ogni solco. Viene così fuori un album degno di nota, tra i migliori mai prodotti dagli Orange Goblin, capaci di trasformare l’hard-blues di “False Hope Diet” in un vortice di prog e psichedelia. Il tutto facendo affidamento sulle mai discusse qualità tecniche, al servizio di brani più che riusciti, dalla biker-song demoniaca “Cemetary Rats” alle venature punk di “The Fury Of A Patient Man”. In Science, Not Fiction c’è tutta l’essenza del gruppo inglese, che sceglie inevitabilmente l’ultimo trip doom in “End Of Transmission”, brano dal titolo più che profetico.

Gli Orange Goblin annunciano infatti al mondo la sofferta decisione di abbandonare le scene dopo trent’anni di carriera, alla fine dell’ultimo tour che si chiude il 17 dicembre 2025 al O2 Kentish Town Forum di Londra.




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