ora bisogna riaprire il dialogo
TORINO – Gli scontri avvenuti durante la manifestazione del 31 gennaio a Torino rappresentano «una sconfitta per tutti» e rischiano di cancellare mesi di dialogo faticoso tra istituzioni e realtà sociali. È questa la lettura di don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, che interviene con parole nette dopo le due ore di violenze che hanno segnato il corteo e oscurato i contenuti politici e sociali della mobilitazione.
Secondo Ciotti, quanto accaduto ha interrotto bruscamente un percorso «coraggioso e mai scontato», avviato per cercare un punto di equilibrio tra istanze sociali e legalità, tra tutela dei luoghi e dignità delle persone. Un dialogo che «stava mettendo radici», ma che — osserva — potrebbe aver dato fastidio «ai più intransigenti» su entrambi i fronti, contrari a una trasformazione del conflitto in collaborazione per il bene della città.
Il sacerdote richiama anche la propria esperienza personale: da anni vive sotto protezione e sottolinea il legame umano con le donne e gli uomini della Polizia di Stato che lo accompagnano. «Provo affetto e gratitudine», scrive, ricordando anche il tributo di vite pagato dalle forze dell’ordine nella lotta alla criminalità. Per questo esprime rammarico nel vedere gli agenti considerati «difesa del potere anziché della democrazia» e, al tempo stesso, dispiacere per quei giovani in divisa mandati a fronteggiare una violenza che — sostiene — «altri, a livello politico, avrebbero forse potuto prevenire».
Mancata la prevenzione
Ed è proprio la prevenzione la parola chiave del suo intervento. Non solo in riferimento a Torino, ma come approccio generale ai conflitti sociali. Ciotti condanna senza ambiguità le aggressioni contro spazi pubblici e rappresentanti delle istituzioni, ma invita anche a riconoscere un’altra forma di violenza, «più silenziosa», che si esercita attraverso disuguaglianze crescenti, precarietà del lavoro, carceri sovraffollate, burocrazia che esclude e il progressivo indebolimento della sanità pubblica. Una violenza che colpisce soprattutto «poveri, migranti e giovani dei ceti meno tutelati».
Le tensioni di piazza, osserva, hanno finito per «passare un colpo di spugna» sui temi al centro del corteo: dalla pace all’emergenza abitativa, fino al disagio giovanile. Al centro del dibattito sono rimaste solo le immagini della brutalità e un rimpallo di responsabilità politiche e ideologiche che, secondo Ciotti, non risponde «ai bisogni e alle paure della gente». Da qui l’allarme: usare gli episodi del 31 gennaio per irrigidire le politiche repressive sarebbe un errore. «La repressione non spegne i conflitti ma li rinfocola. Non risolve i problemi ma ne crea di nuovi».
Ora bisogna rilanciare il dialogo
Nel corteo, ricorda, erano presenti anche molte persone impegnate quotidianamente nel «ricucire gli strappi sociali» e nel difendere diritti negati. Persone che considera vittime delle violenze tanto quanto la città, e non complici. Testimoni di quanto sia difficile «stare nell’incertezza e nella contraddizione», ma continuare a vivere la strada come spazio di incontro e costruzione, non di distruzione.
La proposta finale è un invito politico e civile: rilanciare il dialogo tra la città e i soggetti sociali «puliti», invece di archiviarlo. Dimostrare che le istanze collettive possono sopravvivere agli errori dei singoli e trovare nuove strade dentro un quadro democratico. Per Ciotti, è questa oggi «la scelta più coraggiosa».
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