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Opopomoz: Napoli come matrice viva :: Le Recensioni di OndaRock

La nostalgia, quando arriva presto, somiglia più a un esercizio di identità che a un ripiegamento. “Opopomoz”, nuovo lavoro di Sano dopo l’esperienza nel collettivo Thru Collected, si muove su questa linea: trasformare memoria personale e immaginario urbano in linguaggio pop contemporaneo. Napoli non è semplice sfondo del vissuto, ma matrice viva che orienta scrittura e suono.

L’apertura con la ballad “Azzurri, azzurrissimi” sorprende per misura: un brano che guarda al pop underground italiano più che all’urban frontale, scegliendo l’atmosfera come obiettivo finale. È un inizio controllato, quasi programmatico.
Il disco prosegue con il brano “Marcass a q” che capovolge le coordinate, spostando le sonorità su corde più tese e ristabilendo il legame con una dimensione ritmica e identitaria  street che resta uno dei punti più solidi dell’autore.
Il centro emotivo dell’album risiede nel brano “Fast Love Vomero”, probabilmente il più sincero e fragile. Qui la scrittura rinuncia all’impatto e lavora per sottrazione, l’emozione si fa meno schermata, lasciando emergere il senso della distanza, che diventa il vero tema del pezzo: non un luogo in sé, ma l’impossibilità di tornarci davvero. Con nostalgia e purezza, Sano riesce a trasformare il luogo, un luogo, ma anche nessun luogo, in memoria.
L’album prosegue con tracce come “Gelosissima”, che apre invece verso una forma più esplicitamente pop, con melodie larghe e costruzione più immediata. Il brano sembra pensato per palchi più grandi, senza però recidere del tutto il legame con la urban culture.

Prodotto da Rainer Monaco e Drast degli Psicologi, “Opopomoz” tiene insieme elementi diversi: il dialetto napoletano come lingua primaria, un immaginario che richiama anche la dimensione fantastica legata a Enzo D’Alò, una tensione costante tra racconto di strada e ambizione pop. A unire tutto è una nostalgia sottile, mai esplicitata, che attraversa il disco come atmosfera più che come dichiarazione.
Non è un lavoro perfettamente risolto, ma è un passaggio significativo. “Opopomoz” non suona come un punto d’arrivo, piuttosto come una messa a fuoco: il tentativo di ridefinire il proprio spazio tra appartenenza locale e apertura più ampia. La direzione è chiara; la sintesi definitiva, forse, arriverà dopo.

21/02/2026




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