Basilicata

Operazione Libeccio, l’indottrinamento mafioso: «Prima vinci la guerra, poi apri il “locale”»

Dalle conversazioni intercettate nell’operazione Libeccio contro i clan di Isola emerge l’indottrinamento mafioso


ISOLA CAPO RIZZUTO – Indottrinamento mafioso al centro delle conversazioni intercettate nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’operazione Libeccio. «Quando sei in guerra, non si fanno uomini. Non si fanno copiate». L’inchiesta condotta dai carabinieri contro il clan Manfredi di Isola Capo Rizzuto, da sempre organico alla cosca Nicoscia, svela che gli indagati erano compenetrati nei meccanismi della ‘ndrangheta. Meccanismi che conoscevano bene. In particolare, fanno chiare allusioni alle “doti”, i gradi della gerarchia criminale, e alle “copiate”, il foglio dell’organigramma mafioso utilizzato nelle cerimonie di affiliazione. Non si fanno “copiate” nei periodi di conflitti tra cosche, l’avvertenza.

LE “DOTI”

A parlare sarebbe stato Rosario Capicchiano, che raccontava come funziona nella ‘ndrangheta al coindagato Giuseppe Francesco Liberti, a quanto pare molto interessato. Sarebbe stato Capicchiano a spiegare che prima di acquisire la dote di “padrino” c’è tutta una «escalation da fare» per arrivare al vertice di un “locale” di ‘ndrangheta. «Il vangelo…medaglione…trequartino». Liberti poi racconta di essere stato alla festa della Madonna di Polsi, l’icona venerata dalla ‘ndrangheta, che si tiene il 2 settembre a San Luca. «C’erano 3mila persone».

LA “COPIATA”

Per formare un “locale”, «fai la guerra, vinci tutto e mandi l’ambasciata». Il codice prevede che la dotazione minima per aprire un’articolazione territoriale della ‘ndrangheta sia composta da «cinque della società maggiore e cinque della minore». Ma «quando si fanno guerre, non si fanno uomini. Gli uomini che hanno riservati li tengono chiusi». In tempi di pace, invece, in copiata vanno indicati i nomi dei capi. Partecipa alla discussione Bruno Simone Morelli che, a quel punto, fa i nomi di Pino Arena e Pasquale Nicoscia, esponenti di vertice delle omonime cosche di Isola. E poi, quando ci si presenta nel consesso mafioso, bisogna “far vedere la favella”, un riferimento al gergo ‘ndranghetistico.

LA “BACINELLA”

I commenti si spostano anche sull’uccisione di Carmine Arena, il reggente del clan freddato nell’ottobre 2003 nell’agguato in cui fu utilizzato un bazooka. Il boss Nicola Arena avrebbe voluto che Carmine diventasse il capo, ma poi “se lo sono giocato”, osserva sempre Capicchiano. Tutti elementi che denotano l’appartenenza alla cosca, secondo gli inquirenti. Elementi corroborati dalle intercettazioni indicative dell’esistenza di una cassa comune, la cosiddetta “bacinella”. Là confluiva la quota maggioritaria dei proventi delle attività criminose, secondo la ricostruzione della Dda di Catanzaro guidata dal procuratore Salvatore Curcio.

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