Cultura

Oneohtrix Point Never – Tranquilizer

“Tranquillizer” è una parola che promette pace, ma Daniel Lopatin non è mai stato interessato alle promesse mantenute. Il suo nuovo lavoro è un luogo instabile, un ambiente sonoro che vibra più di quanto riposi, che respira più di quanto rassicuri. Non ambienti dove posizionarsi in attesa di una rivelazione, ma soglie attraverso le quali osservare quiete onde sonore che sembrano arrivare, si spengono quando pensiamo di esserne stati sommersi, rifluiscono quando la coda dell’occhio le intercetta. Non silenzio, ma sospensione.

Lopatin lavora ancora una volta con materiali che portano addosso il segno del tempo: campioni come materia prima da nobilitare e insieme masticare voracemente, ora sottratti alla loro destinazione originaria e messi in circolo come frammenti di memoria collettiva. Suoni che sembrano provenire da vecchi software dimenticati e data-base polverosi, da un’idea di futuro che non si è mai realizzata del tutto. “Tranquilizer” suona come un archivio che ha smesso di obbedire alle regole dell’archiviazione — un deposito che sogna, che ricombina, che immagina nuovi significati partendo da placide rovine digitali risemantizzate.

Credit: Warp Records, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

Ma più che un’operazione concettuale, questo disco è un’esperienza di flusso emotivo. Il sentire umano è il centro di tutto, l’origine, il mezzo, il fine. Le tracce non si impongono: scivolano, mutano forma, cambiano direzione senza preavviso. Un arpeggio ambient può dissolversi in una trama orchestrale irregolare, una melodia appena accennata può diventare un’esplosione cromatica e poi sparire di nuovo, come un ricordo che affiora e si ritrae prima di essere messo a fuoco. È come osservare un paesaggio in movimento da un finestrino appannato: le immagini non sono mai nitide, ma il loro passaggio lascia un’impronta emotiva precisa.

C’è qualcosa di profondamente quotidiano e tangibile in questa instabilità, in questo fluire apparentemente astratto di movimenti sonori. L’opera non cerca l’equilibrio, ma accetta il movimento continuo come stato naturale delle cose. I brani sembrano respirare, contrarsi e dilatarsi, lasciando emergere una musicalità sorprendentemente calorosa, quasi euforica, pur restando sempre sul bordo dell’astrazione. In certi momenti la musica sembra aprirsi come un cielo artificiale, luminoso e irreale, in altri si richiude e si accartoccia, come se stesse ascoltando il proprio eco. È musica che non chiede di essere capita, ma attraversata, come un sogno lucido che non vuole essere interpretato al risveglio.

Lopatin sembra meno interessato a costruire un discorso lineare e più a creare ambienti mentali, piccoli mondi impermanenti in cui il passato digitale e il presente emotivo si sovrappongono. Non c’è nostalgia nel senso classico del termine. Il sentimento evocato appare infatti più ambiguo: la consapevolezza che ciò che ricordiamo è già una ricostruzione, un collage imperfetto, proprio come questi suoni. Ogni traccia appare come una visione incompleta, una scena interrotta, un frammento artificializzato di realtà alternativa che esiste solo per la durata dell’ascolto. Ma è proprio l’insieme di questi frammenti a creare un’insieme in qualche modo coerente, seppur in una maniera tangenziale, metafisica, non prevedibile. L’emozione entra nelle sinapsi attraverso porte secondarie, toccando corde emotive primarie.

E così “Tranquilizer” diventa un titolo ironico, forse persino provocatorio. Perché la calma che propone non è quella dell’assenza di stimoli, ma quella che nasce dall’accettazione del caos, che diventa un’agrodolce spirale avvolgente, alla quale abbandonarsi. Una calma inquieta, mobile, che non anestetizza ma amplifica la percezione, trasformando l’ascolto in un atto di attenzione quasi meditativo, verso una forma di trascendenza che dialoga sia con il tangibile che con l’altrove.

Alla fine dell’ascolto resta una sensazione difficile da catalogare e descrivere in maniera compiuta: come se qualcosa fosse passato attraverso di noi senza lasciare una forma precisa, ma modificando il modo in cui guardiamo — o ascoltiamo — ciò che verrà dopo. “Tranquilizer” non risolve, non consola: resta sospeso, come un’immagine impressa sulla retina troppo a lungo, dopo aver osservato il Sole, o aver aperto gli occhi sott’acqua. Come una visione che continua a muoversi anche a occhi chiusi. E forse è proprio questo il vero effetto tranquillizzante di Oneohtrix Point Never: non spegnere il rumore, ma insegnarci a restare dentro il flusso e quindi infine riconoscersi in esso, senza paura di perdere la via per il ritorno a casa.


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