Omar Pedrini invita a ripensare il presente a teatro con ‘Canzoni sul saper vivere ad uso nelle nuove generazioni’
C’è un punto, nella traiettoria di Omar Pedrini, in cui il rock smette di essere una promessa di immortalità e diventa un referto medico. Non è una metafora, ma Cardiologia applicata alla musica leggera. E allora succede che uno che ha passato la vita a tirare la corda – letteralmente, del cuore – si ritrova a fare teatro, ma non per ripiegare, ma per vedere se, tolta la corrente elettrica, resta qualcosa che pulsa davvero.
Canzoni sul Saper Vivere ad uso delle Nuove Generazioni è il titolo, che già suona come una provocazione o un bug nel sistema. Dentro c’è Raoul Vaneigem, uno che negli anni Sessanta diceva: non voglio sopravvivere, voglio vivere. Fuori, invece, c’è TikTok, la gamification dell’esistenza, l’algoritmo che ti mastica e ti risputa mentre sei convinto di esprimerti liberamente. In mezzo, Pedrini che prova a fare da traghettatore senza atteggiarsi a maestro, più Caronte stanco che guru.
“Il punto è che la famosa società dello spettacolo di Guy Debord non è invecchiata male: è degenerata bene – dice un Omar molto carico – È diventata infrastruttura. Non guardi più lo spettacolo: ci vivi dentro”. E allora Pedrini costruisce uno spettacolo che cambia ogni sera, una scaletta liquida che rifiuta l’idea stessa di replica. “Non è solo un vezzo artistico: è un gesto politico minimo, quasi invisibile. Non ti vendo un prodotto, ti metto in una situazione. Se ti va, resti”.
Con la regia firmata dallo stesso Omar Pedrini e una line-up essenziale composta da Beppe Facchetti alla batteria, Marco Montanari alle chitarre e Pietromaria Tisi al basso, Canzoni sul Saper Vivere ad uso delle Nuove Generazioni è “un’operazione culturale che invita a ripensare il presente, restituendo valore al desiderio, alla consapevolezza e alla possibilità di cambiamento individuale come primo passo per un cambiamento collettivo”.
Ci sono 14 momenti, come stazioni di una via crucis laica, ma invece della redenzione c’è il tentativo – ostinato del rocker bresciano – di rimettere in circolo senso. La città, i conflitti, la spiritualità senza parrocchia: roba che oggi suona sospetta, perché non è né slogan né contenuto ottimizzato. È più lenta, più sporca. Più vera, forse. E poi le presenze che si aggirano come Neil Young e Piero Ciampi, messi lì non come citazione colta, ma come promemoria: si può ancora essere radicali senza urlare ogni cinque secondi “guardami”.
Pedrini si definisce “anarchico pacifista ampiamente cinquantenne”. Tradotto: uno che non ha più l’età per le pose, ma neanche la voglia di allinearsi. In un’epoca che ti chiede di scegliere squadra ogni mattina, è una posizione che rischia di sembrare ambigua. In realtà è solo scomoda. E quindi rara. La parte più onesta, però, sta altrove. Quando dice che non vuole cambiare il mondo ma accendere “piccole fiamme”. Che è una frase pericolosa, perché sembra modesta e invece è sovversiva: rinuncia alla retorica del tutto e subito, quella che brucia in fretta e non scalda niente. Qui il cambiamento è molecolare, quasi invisibile. Ma almeno non mente.
Nel rock, dice, “ci sono i morti, i sopravvissuti e gli ammaccati”. Lui sta nella terza categoria, perché “l’ammaccato non ha più l’illusione dell’eternità, però continua a salire sul palco. Non per dimostrare qualcosa, ma per capire se c’è ancora qualcuno disposto ad ascoltare davvero”. E allora la domanda finale non è se questo spettacolo parli ai giovani. È se esista ancora qualcuno – giovane o meno – capace di distinguere tra vivere e sopravvivere senza dover aprire un’app per farselo spiegare.
Il calendario in aggiornamento delle prossime date dello spettacolo:
10 aprile – Teatro CTM, Rezzato (BS)
11 aprile – Auditorium Vivaldi, Cassola (VI)
15 aprile – Teatro Sanzio, Urbino (PU)
16 aprile – Teatro De Andrè, Casalgrande (RE)
18 aprile – Teatro Civico, Dalmine (BG)
24 aprile – Teatro Martinitt, Milano
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