Cultura

Oggi “The Colour Of Spring” dei Talk Talk compie 40 anni

Sono quarant’anni e l’eredità è viva, esiste e ignorarla sarebbe un delitto.

“The Colour of Spring” è il terzo album dei Talk Talk, ma in verità è il primo di un trio, Mark Hollis, Paul Webb e Lee Harris, che del pop da classifica e delle melodie di facile presa non vuole più saperne. Non che la cosa sia riuscita male in precedenza, anzi, ma la voglia di sperimentare e creare un linguaggio onirico e assoluto è più forte.

In realtà “The Colour of Spring” è lo spartiacque. Quello che i Talk Talk diventeranno con i prossimi album è già tutto qui. Una scrittura libera dall’ossessione del singolo da top ten, libera da stilemi classici, radio friendly e quando accade, in almeno un paio di tracce è sempre fatto con stile.

L’album si apre con “Happyness is easy”, brano che si prende tutto il tempo per introdurre il nuovo mood del trio: una lunga intro e il cantato di Mark Hollis che si attacca a una melodia scarna e viene doppiato da un coro di bambini mentre un organo dipinge colori degni di una fresca primavera appena sbocciata.
Anche “I Don’t Believe in You”, si staglia tranquilla e cadenzata senza nessuna ossessione commerciale. Il ritornello la rende cantabile e stupisce, (come nella traccia precedente, ma in realtà in tutto l’album), la presenza di strumenti così poco usuali nel pop suonati poi da una marea di prestigiosi turnisti tale da rendere il suono orchestrato e ricco di sfumature.
La terza traccia “Life’s What You make it”, è per me epocale perché proietta i Talk Talk nell’olimpo del pop di classe e dà loro, il video tratto dal brano, quell’aura di mistero e culto.
Mark Hollis sfiora il piano e fissa il vuoto con i suoi occhiali neri e i capelli che si agitano mentre tutta la fauna del bosco si muove dalla notte all’alba scandendo quell’ostinato di quattro note che Mark suona sul suo piano.

“April 5th” ci sta dicendo che i Talk Talk hanno già deciso di salpare verso “Laughing Stock” e “Spirit Of Eden”. Un brano bellissimo, ricco di pathos, una liberazione sonora piena di pause, sospensioni e un organo che si sposa con synth e piano mentre il sax suona note sparse.
“Living in Another World” è una parentesi di nuovo masticabile per l’ascoltatore, così come quel capolavoro assoluto che è “Give it Up” che, introdotta da un organo solenne e un basso possente e sinuoso, lascia Mark Hollis libero di cantare una melodia di assoluta presa. Il ritornello è liberatorio e meraviglioso e lavora su tre note che lasciano spazio al consueto organo Hammond di Tim Friese-Greene, produttore/quarto membro.

Adesso però il tempo dei brani catchy è finito. “Chameleon Day” con un sax solitario, notturno, che squarcia come in un film noir l’atmosfera, dice che non v’è nulla di scontato; il tempo si dilata, il pianoforte dipinge note senza apparente criterio e la melodia diventa un sussurro come la voce di Mark: i Talk Talk di “It’s a shame” non esistono più.
“Time it’s Time”, un po’ jazzata ci lascia senza punti riferimento cambiando in continuazione (post rock? si, qualcosa si intravede) fino al coro maestoso dell‘Ambrosia Choir.

“The Colour of Spring” è finito ma i Talk Talk, quelli più misterici, formativi e geniali, stanno iniziando. Ci regaleranno due capolavori, dalle scarse vendita ma dall’immenso valore stilistico; pietre miliari di ciò che sarà il rock di lì a quarant’anni, Radiohead, Mogwai e Bark Psychosis compresi.

Pubblicazione: 17 febbraio 1986
Durata: 45:40
Dischi: 1
Tracce: 8
Genere: Art rock
Etichetta: EMI
Produttore: Tim Friese-Greene

Tracklist:

Happiness Is Easy
I Don’t Believe in You
Life’s What You Make It
April 5th
Living in Another World
Give It Up
Chameleon Day
Time It’s Time


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