Oggi “Eat the Phikis” di Elio e le Storie Tese compie 30 anni

“Eat The Phikis” sancì la consacrazione definitiva del rock demenziale italiano: un genere nobile, dalla storia importante, che con Elio e le Storie Tese conobbe il suo più clamoroso successo commerciale. Fu per molti aspetti il loro apice: uscito dopo i tre album che ne avevano definito stile e personalità, riuscì a conquistare la vetta della classifica italiana restandoci per quattro settimane consecutive. Sembra fantascienza, a ripensarci oggi; eppure, all’epoca, sembravano esserci ancora speranze per il mainstream italiano.
Lo dimostrò con chiarezza l’edizione 1996 del Festival di Sanremo, svoltasi poche settimane prima della pubblicazione del disco. Gli Elii, alla loro prima apparizione, entrarono subito nella storia della rassegna, lasciando un segno indelebile nell’immaginario collettivo della metà degli anni ’90 con la canzone che avrebbe dovuto vincere (e probabilmente vinse davvero, fermata unicamente dall’intervento della solita “manina”). Un brano che, giocando con stereotipi e stranezze di ogni sorta, è a tutti gli effetti un racconto dissacrante e amaro del Bel paese: “La terra dei cachi”. Qui è presente non nella versione studio, ma nella registrazione effettuata nell’ultima serata della kermesse, quando la band salì sul palco dell’Ariston conciata come i Rockets.
Le voci di Pippo Baudo e Peppe Vessicchio aprono questo viaggio nell’assurdo che, tra fiumi di citazioni (colte e meno colte) e giochi di parole spesso geniali, prosegue con il Pinocchio arrapatissimo di “Burattino senza fichi”, le melodie lussureggianti della ballad R&B “T.V.U.M.D.B.” – sostanzialmente un omaggio agli Earth, Wind & Fire, interpretato in duetto con una fenomenale Giorgia – e il ritmo forsennato, quasi jungle, di “Lo stato A, Lo stato B”, con una breve apparizione di Enrico Ruggeri che rielabora la sua “Quello che le donne non dicono”.
Al di là della risata facile, al di là del collage di sketch comici e suoni assurdi – spesso indecifrabili, come la ghost track sul finale – in “Eat the Phikis” c’è un intero mondo musicale che solo artisti tecnicamente superbi avrebbero potuto costruire. Capaci di passare con nonchalance dalla samba di “El Pube” all’hardcore punk di “Omosessualità”, fino alle contaminazioni à la Frank Zappa di “Mio Cuggino” – con ospite un Aldo Baglio nel pieno del suo splendore, quando dominava “Mai dire Gol” col tormentone Non ci posso credere! – e all’inglese maccheronico di “First me, second me”, che inizia come una canzoncina jazz e si chiude col vero James Taylor che giganteggia in un’accorata piano ballad. Le finezze progressive/fusion di “Milza” rendono più profondi i dubbi sull’effettivo ruolo dell’organo linfoide nel corpo umano, mentre i fantasmi delle celebrità che infestano i quartieri romani citati nel simil-stornello “Li immortacci” aleggiano oltre il razionale – soprattutto quando, nel ritornello, fa la sua comparsa Edoardo Vianello con una rimodulazione de “I Watussi”.
Il capolavoro dell’album è però “Tapparella”: uno dei grandi classici del rock italiano, da tre decenni momento saliente degli straordinari concerti della band meneghina. Il racconto di una sfortunata festa delle medie che si trasforma in un pezzo epico, costruito su un’ossatura hendrixiana ma pieno zeppo di altri riferimenti hard e prog rock – dalla PFM ai Deep Purple – che esplode in un lungo finale dominato dall’assolo di Cesareo e da quel coro da stadio – Forza Panino! – divenuto purtroppo una sorta di saluto postumo a colui che portava quel soprannome: Feiez, al secolo Paolo Panigada, polistrumentista e tuttofare degli Elio e le Storie Tese scomparso prematuramente nel 1998.
“Neanche un minuto di non caco” – versione ultra-accelerata di appena 55 secondi di “La terra dei cachi”, registrata anch’essa dal vivo a Sanremo – si chiude con una voce artificiale che sentenzia: Non mi ha fatto ridere. Più che una presa in giro rivolta agli odiatori del rock demenziale, suona come l’amara premonizione di un futuro senza ironia. Che poi è il nostro presente, nel quale – tra le altre cose – i primitivi generatori vocali di fine millennio, spesso usati dal tastierista Rocco Tanica, si sono trasformati in potentissime e inquietanti intelligenze artificiali.
Quanto sarebbe prezioso avere ancora oggi questi Elii: spazzerebbero via i dibattiti stantii e autoreferenziali sul politicamente scorretto (diventati perlopiù una clava per ciarlatani di destra che di divertente o dissacrante non hanno nulla), i video e i reel dei social tutti rutti e scoregge (con tutto che i rutti li facevano anche loro!) e l’insulsa pudicizia che attanaglia tante persone che, ascoltando una “Burattino senza fichi” o una “El Pube”, rischierebbero di farsi venire un coccolone per i continui riferimenti sconci al picio di Pinocchio e alla mugliera bisunta del piazzista volante che orgasma col pueblo e il pomatone anal. Senza voler cadere nel rimpianto facile o nelle solite generalizzazioni: cosa ci resta di davvero divertente, graffiante, osceno e sopra le righe? La satira è diventata un fenomeno di nicchia, tutto sommato innocuo; la comicità per così dire mainstream è nelle mani di figure “di regime” (in tutti i sensi) come Andrea Pucci e Federico Palmaroli, simpatici come una bruschetta nell’occhio; Elio e compagni sono ormai solo un fortunato nostalgia act: non producono più dischi, ma una quantità spropositata di pubblicità e spot di ogni tipo.
Citando “Tapparella”: la festa è insoddisfacente, ma non ce ne sono altre nella nostra mente. Ci restano i ricordi. E TonyPitony.
Data di pubblicazione: 28 marzo 1996
Tracce: 12
Lunghezza: 69:45
Etichetta: Aspirine / BMG
Produttore: Otar Bolivecic
Tracklist:
1. La terra dei cachi
2. Burattino senza fichi
3. T.V.U.M.D.B.
4. Lo stato A, lo stato B
5. El Pube
6. Omosessualità
7. Mio cuggino
8. First me, second me
9. Milza
10. Li immortacci
11. Tapparella
12. Neanche un minuto di non caco
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