Oggi “Dish of the Day” dei Fool’s Garden compie 30 anni

Ci sono gruppi destinati a brillare per una sola stagione, perché capaci magari con una canzone di fare successo e di arrivare al grande pubblico, giocando insomma lo stesso campionato dei cosiddetti big.
La malinconia da one hit wonder, quella sensazione di essere visto come meteora, quasi non si avessero proprio più i mezzi per replicare il boom di un singolo episodio, inizia pian piano a sedimentarsi; di contro, però, si può sempre dire di aver lasciato ai posteri qualcosa che tutti ricorderanno e e che ancora sanno canticchiare.
I tedeschi Fool’s Garden mossero i primi passi a livello discografico nel 1991 guidati dal cantante Peter Freudenthaler e dal chitarrista Volker Hinkel, entrambi folgorati sulla via dei Beatles.
Adottarono da subito la lingua inglese, anche perché ambivano in qualche modo a uscire dai confini di Germania, proponendo appunto un pop rock che indissolubilmente si legava ai maestri del pop inglese e che viaggiava all’epoca in simbiosi con quanto stava succedendo in Inghilterra, dove stava esplodendo il fenomeno del britpop.
Dopo un primo lavoro uscito in sordina, iniziarono ad avere buoni riscontri in patria con “Once in a Blue Moon”, un album seminale che già ne metteva in luce alcune peculiarità: melodie ariose, ritornelli orecchiabili e un apparato rock garantito dall’indole granitica di Hinkel. E poi il cantato naturale, leggiadro, senza alcuna sbavatura, di Freudenthaler che ti faceva entrare in sintonia con i pezzi, coinvolgendoti con la sua passione.
Ecco, questi ingredienti già così succosi dovevano ancora amalgamarsi appieno, il disco appariva infatti discontinuo, con idee anche felici che però finivano a volte per disperdersi.
I Fool’s Garden tuttavia rigarono dritti, tentando di affinare la loro proposta, amplificando il livello di pathos senza mai rinunciare alla freschezza del proprio sound e a una leggerezza che doveva a quel punto fungere da valore aggiunto.
Nei primi mesi del 1995 i tempi sono maturi per un’esplosione almeno in Patria, grazie alla pubblicazione di alcuni singoli che poco hanno da invidiare ad alcune hit dei gruppi inglesi più in voga al periodo. È di aprile infatti l’uscita di “Lemon Tree” e si capisce subito che nulla sarà più come prima.
A quel punto inevitabilmente la Intercord Records li mette sotto contratto ed è pronta al lancio del disco atteso per la fine dell’anno: nasce così “Dish of the Day”, terzo capitolo della loro carriera, pubblicato a dicembre e che nel giro di qualche mese avrebbe spopolato in Europa, fino ad esplodere nell’estate del 1996, quando oramai a quel punto tutti, ma proprio tutti, conoscevano “Lemon Tree”, e direi pure che la cantavano a memoria, visto che i versi visionari quanto bizzarri del testo, erano comprensibili a chiunque masticasse un po’ l’inglese.
Era quella una canzone “perfetta” per i canoni radiofonici, pop nell’accezione più positiva del termine.
Utilizzata anche nelle pubblicità, “Lemon Tree” è tormentone istantaneo, dal ritornello irresistibile (“I wonder how/I wonder why/Yesterday you told me ‘bout the blue blue sky/And all that I can see/ is just a yellow lemon-tree”), viatico per il successo dell’intero disco, ben al di là della natia Germania.
Come detto, siamo in pieno boom del britpop e per quanto “Dish of the Day” ne sia una versione un po’ all’acqua di rose, esso certifica a chiare lettere l’amore dei suoi protagonisti per un genere che attinge a piene mani dalle radici del pop inglese.
Fedelissimi del Festivalbar (!), i Fool’s Garden anche in Italia trovano terreno fertile per ottenere enormi riscontri, tanto che il disco supera abbondantemente le 100.000 mila copie vendute. Questo perché sul piatto del gruppo tedesco vengono aggiunte altre spezie pregiate, che conferiscono all’insieme un gusto piacevolissimo.
L’inizio con “Ordinary Man” è emblematico, puro British style nei rimandi iconografici, mentre in altri versanti si predilige la forma ballata, mostrando grazia e delicatezza in “The Tocsin” e il giusto pathos e trasporto in episodi come “Meanwhile” o “Finally”, per non dire della conclusiva “One Fine Day”, caratterizzata da un finale pirotecnico.
Il tasso melodico si mantiene elevato pure in “Pieces” e in “Wild Days” (altro fortunato singolo estratto), per quella che appare la vera cifra stilistica insita in Peter e soci.
Certo, la vetta creativa è ben visibile e non sarà più raggiunta non solo qui ma anche nei capitoli a venire, eppure quella vena trascinante e vivace la ritroveremo ad esempio in “Why Did She Go?”, che anticipava l’album seguente “Go and Ask Peggy for the Principal Thing” (del 1997), segno che i ragazzi le belle canzoni le sapevano indubbiamente scrivere ancora.
“Dish of the Day” è un disco che si seppe prendere il proprio posto al sole con semplicità e onestà, senza particolari pretese artistiche ma con ben saldi i migliori riferimenti possibili. Ragioni sufficienti per celebrarlo a trent’anni dalla sua pubblicazione.
Data di pubblicazione: 1 dicembre 1995
Tracce: 11
Lunghezza: 43:31
Etichetta: Intercord
Produttore: Volker Hinkel, Bernd Hasebrink e Fool’s Garden
Tracklist
1. Ordinary Man
2. Meanwhile
3. Lemon Tree
4. Pieces
5. Take Me
6. Wild Days
7. The Seal
8. Autumn
9. The Tocsin
10. Finally
11. One Fine Day
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