Of The Earth: Fiati cosmici e impulsi tribali :: Le Recensioni di OndaRock
Nel suo precedente lavoro, Shabaka aveva utilizzato un semplice flauto come un detonatore. Con le sue trame vellutate e sospese aveva costruito un disco aperto, corale, sostenuto da una costellazione di ospiti e dal peso simbolico di una major storica (Impulse!), capaci di proiettare l’artista britannico in una dimensione di riconoscimento critico quasi unanime.
“Of The Earth” sembra, invece, invertire il vettore: il ritorno al sassofono, che in altre mani (e altrettanto talento) significherebbe affermazione frontale, qui si piega a una logica più introversa. Non una riduzione di energia, che resta nervosa, talvolta apertamente conflittuale, ma una contrazione del campo. L’autoproduzione, la tessitura meno mediata, il suono più ruvido e prossimo suggeriscono un gesto di sottrazione, quasi un riflusso verso la matrice. Come se, dopo aver spinto il suono verso l’esterno, Hutchings avesse scelto di verificarne la tenuta riportandolo a a contrarsi attorno al proprio asse.
In apertura, “A Future Untold” dissemina campane e riverberi celestiali che sfiorano un immaginario quasi new age, mentre “Those Of The Sky” distende una superficie d’acqua immobile, un paesaggio sonoro che procede per sospensione. Ma è un equilibrio che dura poco. Con “Go Astray” la trama si increspa: l’ingresso di un rap contro il colonialismo/schiavismo, eseguito dallo stesso Shabaka, introduce un attrito evidente. La voce sembra cercare uno spazio che la musica, volutamente iterativa, non le concede del tutto. Ne deriva una frizione irrisolta, quasi programmatica.
È da lì che il disco assume una postura più inquieta, articolandosi per slittamenti successivi. “Step Lightly” segna una soglia: la lunga introduzione, costruita su gruppi di flauti sovrapposti che rimbalzano in una circolarità ipnotica, viene improvvisamente ribaltata dall’irruzione della drum machine che trasforma il brano in un palcoscenico urban. Altrove, in “Dance In Praise”, la pulsazione accelera fino a sfiorare una dimensione para-tribale: una danza serrata in cui il flauto abdica alla contemplazione per assumere un ruolo percussivo, quasi muscolare. Non più linea melodica, ma impulso, linea cinetica che attraversa il brano e ne determina la spinta interna.
“Marwa The Mountain” è il vertice dell’album. Il sassofono si innesta su una trama di pulsazioni tribali, mentre una sirena ipnotica attraversa il brano come un segnale intermittente. Ne risulta una forma in tensione continua, dove la ricerca timbrica non si disperde ma si coagula in un equilibrio raro tra istinto e costruzione. È un episodio che sembra trovare una propria autosufficienza, subito contraddetta dal passaggio successivo, “Light The Way”, che si potrebbe definire un pastiche elettronico obliquo, fatto di texture granulose e derive analogiche, con un lessico completamente diverso. È in questa discontinuità controllata che il disco rivela la sua natura più profonda: una materia multiforme, attraversata da ricorrenze con tessuti sonori spiraliformi ma sempre costantemente rimessa in discussione.
Il sassofono stesso, da asse portante, diventa talvolta linea di fuga, come nel cinematografico “Stand Firm”, dove si dissolve in un orizzonte più suggerito che definito. Affiorano, con evidenza, traiettorie già tracciate nei lavori precedenti, qui rimesse in circolo e sottoposte a una sorta di verifica interna. Più che un punto d’arrivo, “Of The Earth” sembra un laboratorio in atto: un oggetto ancora caldo, in cui le intuizioni convivono con una certa indeterminatezza di forma.
30/03/2026




